PATOLOGIA ED ENTOMOLOGIA

21. gen, 2017

Poltiglia bordolese, come si prepara e come si usa

NOTA: LA POLTIGLIA BORDOLESE FATTA DA NOI HA UNA REAZIONA ALCALINA QUINDI NON E' MISCIBILI CON NULLA!!! LA POLTIGLIA BORDOLESE INDUSTRIALE E' INVECE NEUTRA E PUO' QUINDI ESSERE MISCELATA CON ALTRI FUNGICIDI INSETTICIDI 

La poltiglia bordolese ha origini antiche e il suo nome deriva da Bordeaux, la città francese dove fu sperimentata per la prima volta più di cento anni fa. Se non la conosciamo personalmente, perché non l’abbiamo mai usata, certamente conosceremo però il suo magico colore celeste-turchese con cui i nostri nonni coloravano un po’ tutto, dalle vigne ai pomodori, dalle rose ai muri delle case di campagna, che venivano sempre investiti dagli spruzzi durante i lavori di irrorazione.
La poltiglia bordolese è un miscuglio di solfato di rame e idrossido di calcio, che va disciolto nell’acqua e spruzzato sulle piante, aderisce e non viene dilavato dalla pioggia. L’azione fungicida espletata dipende principalmente dal rapporto tra questi due elementi. Maggiore è la percentuale di solfato di rame, più efficace sarà l’azione contro i funghi, mentre minore sarà la persistenza e viceversa.

Le dosi di questa ‘pozione magica’ sono le seguenti: 1 kg di solfato di rame, 8 etti di calce spenta da sciogliere in cento litri di acqua.Scalate in proporzione se necessitate di un minore quantitativo. Bisogna rispettare attentamente le dosi della miscela, perché un qualsiasi eccesso potrebbe causare delle bruciature alle piante.

Se volete astenervi dal prepararla da soli potete acquistarla, si trovano in commercio delle poltiglie industriali già pronte per l’uso.

La poltiglia bordolese, come abbiamo detto, ha una buona adesività ed il suo uso è particolarmente diffuso nei trattamenti invernali sugli alberi da frutto e sulla vite, ed è efficace contro numerose malattie fungine: peronospora ( che è sempre in agguato nell’orto e attacca la maggior parte degli ortaggi dal pomodoro al peperone, dal melone alla zucca, ecc.) ticchiolatura, occhio di pavone, bolla, antracnosi, septoriosi e altre brutte patologie.

Una raccomandazione: usatela quando è il momento giusto e non ne abusate! Sappiate che è leggermente tossica per le api.

 

20. gen, 2017

Trattasi di una malattia presente in Liguria (nella zona delle Cinque Terre), nel Friuli-Venezia Giulia, nel Veneto e in Piemonte. Maggiormente suscettibili risultano le varietà BoscoReginaPinot grigioPinot biancoTocaiRiesling renano e Refosco.

La malattia colpisce fogli, germogli, rachide dei grappoli e acini. E’ tuttavia sulle foglie che si manifesta con maggiore frequenza. Su queste determina la comparsa di macchie tendenzialmente rotondeggianti di colore rossastro con bordo bruno, che si ampliano fino a 2-3 cm di diametro.

Nell’ambito delle suddette si notano piccoli elementi puntiformi (picnidi) di colore nero lucente, tendenzialmente disposti in cerchi concentrici. Sui germogli e sul rachide forma tacche necrotiche allungate di colore biancastro nell’ambito delle quali si differenziano elementi puntiformi nero lucenti. Gli acini colpiti avvizziscono e, su quelli sviluppati compaiono macchie livide, paragonabili a scottature.

 BIOLOGIA ED EPIDEMIOLOGIA

Il fungo sopravvive sotto la forma ascofora di Guignardia bidwellii, rappresentata da periteci, che si formano sulle foglie, sui tralci, sui grappoli rimasti sulla pianta e sugli acini caduti a terra.

I conidi liberati dai picnidi formatisi nell’annata precedente, raramente sono in grado di assicurare la perpetuazione del patogeno.

Le infezioni primarie avvengono ad opera delle ascospore liberate dai periteci che si formano nel corso dell’inverno. Queste germinano ed originano un micelio che perfora la cuticola delle foglie. L’incubazione dura 1-4 settimane, al termine della quale compaiono le macchie fogliari nell’ambito delle quali compaiono le fruttificazioni picnidiche. Queste liberano picnidioconidi responsabili delle infezioni fogliari che riguardano foglie, tralci, rachide dei grappoli e acini. Lo sviluppo delle infezioni è favorito nei vigneti precedentemente colpiti dalla malattia. Le infezioni conidiche, con temperature ottimali intorno ai 25-26 °C, avvengono in seguito a 6 ore di bagnatura fogliare, mentre a 10 °C e a 32 °C sono necessarie, rispettivamente, 24 e 10 ore.

DIFESA

Per abbassare il potenziale d’inoculo è utile la raccolta e la distruzione delle prime foglie ammalate e, successivamente, dei grappoli colpiti. Ove si opera la vendemmia meccanica è opportuno che l’operazione sulle viti colpite avvenga dopo quella effettuata sulle viti sane.

20. gen, 2017

La ticchiolatura del pero si manifesta, in forma più o meno grave, ogni anno colpendo foglie, germogli, rami e frutti.
Il quadro sintomatologico di questa affezione pre-senta molte analogie con quello descritto per la tic-chiolatura del melo. Sulle foglie, sia sulla pagina infe-riore che superiore, compaiono delle macchie tenden-zialmente rotondeggianti, bruno-olivacee e di aspetto vellutato per la presenza delle fruttificazioni agami-che del micete. Il lembo fogliare colpito non subisce quasi mai sensibili deformazioni e raramente i danni sono tanto gravi da causare il disseccamento e la ca-duta anticipata delle foglie. 
I rami vengono interessati da questa malattia solita-mente quando sono ancora erbacei, ma i sintomi ri-mangono evidenti per lungo tempo, anche dopo la completa lignificazione. Su questi organi l’infezione si manifesta inizialmente sotto forma di piccole tac-che nerastre, localizzate di preferenza verso l’estre-mità del germoglio o del rametto, che successivamen-te tendono a rigonfiare per poi fessurarsi longitudinal-mente e mettere allo scoperto le fruttificazioni conidi-che del patogeno, sotto forma di un ammasso bruna-stro polverulento. Se il numero delle pustole è elevato esse tendono a conferire un aspetto rugoso al ramo colpito e a compromettere anche la sua stessa vitalità. 
Sui frutti i sintomi possono comparire in qualsiasi stadio di sviluppo e si presentano inizialmente con macchie isodiametriche, a contorno netto, di colore bruno-olivaceo e di aspetto vellutato, in quanto rico-perte da una corta muffa. Nel caso di attacchi precoci, su frutticini da poco allegati, si può verificare una for-te cascola di questi ultimi, mentre su frutti in fase di accrescimento insorgono vistose deformazioni e profonde fenditure a causa dell’atrofia che subiscono i tessuti colpiti. A volte i frutti possono venire colpiti tardivamente in prossimità della raccolta o, addirittu-ra, mostrare la malattia solo in magazzino. In questi casi compaiono delle macchie scure, inizialmente puntiformi, che poi si estendono fino a raggiungere un diametro di 0,5-0,8 mm, a contorno sfumato e spesso numerose su di uno stesso frutto. 

BIOLOGIA ED EPIDEMIOLOGIA

L’agente della ticchiolatura del pero è il Fusicladium pyrorum (o pirinum), stadio imperfetto dell’a-scomicete Venturia pirina a cui si attribuiscono anche i nomi rispettivamente di Megacladosporium pyrorume di Endostigma pirina. Il ciclo biologico di que-sto micete si differenzia da quello già descritto per l’agente della ticchiolatura del melo per la sua capa-cità di conservarsi durante i mesi invernali, oltreché nella forma sessuata, anche in quella agamica sotto forma di micelio, fra le perule delle gemme o all’in-terno dei cancri prodottisi sui rami. Questa seconda forma di conservazione invernale assume un’impor-tanza notevole in alcuni ambienti o su certe cultivar. Dal micelio ibernante, solitamente verso la fine di marzo o i primi di aprile, si ha la differenziazione dei conidi, che in presenza di un velo d’acqua sono già in grado di provocare la malattia.
La forma sessuata, costituita da pseudoteci roton-deggianti o allungati, si origina in autunno sulle foglie cadute al suolo e raggiunge la maturità verso la fine dell’inverno. All’interno di ciascun pseudotecio sono contenuti gli aschi, di forma clavata, da cui fuoriesco-no le ascospore formate da due cellule diseguali e mi-suranti 15-20 × 5-8 micron. 
Queste ascospore, trasportate dal vento su un orga-no vegetale recettivo, in presenza di acqua e con tem-peratura compresa fra 1 e 33 °C germinano e danno l’avvio all’infezione primaria; al termine del periodo di incubazione appaiono le tipiche macchie brunastre, in corrispondenza delle quali si differenziano le frutti-ficazioni conidiche. Da queste ultime prendono avvio le infezioni secondarie, che si possono ripetere più volte fino all’autunno. 
Gli attacchi di ticchiolatura sul pero sono fortemen-te favoriti da un andamento stagionale piovoso, umi-do, con frequenti sbalzi di temperatura. Fra le varietà maggiormente colpite da questa malattia si possono segnalare: «Kaiser», «William», «Guyot», «Coscia», «Decana d’inverno», «Passa Crassana». Per contro, sono poco suscettibili: «Conference» e «Abate Fétel».

20. gen, 2017

PARTI ATTACCATE E SINTOMATOLOGIA

Costituisce la più importante malattia che colpisce il pisello manifestandosi su foglie, baccelli e stipole, meno frequentemente sul fusto e sui fiori.

Ascochita pisi determina la comparsa di macchie circolari di forma ovale od allungata, di colore bianco-grigiastro con bordo bruno rossastro. Nell’ambito di queste macchie si differenziano elementi puntiformi di colore nero (picnidi) che rilasciano picnoconidi destinati a diffondersi nell’ambiente circostante per poi avviare nuove infezioni.

Ascochyta pinodes determina la comparsa di macchie puntiformi che poi si allargano fino al diametro di circa 1 cm, rimanendo contornate da un bordo bruno-rossastro.

BIOLOGIA ED EPIDEMIOLOGIA

La malattia colpisce le piante in ogni fase del loro sviluppo, manifestandosi nei mesi primaverili soprattutto nelle colture seminate in autunno, in seguito ad un decorso stagionale freddo e umido.

Le infezioni avvengono soprattutto tramite i picnoconidi (elementi di propagazione agamica), veicolati dal vento, dalla pioggia e da alcuni insetti (sitone in particolare).

Di Ascochyta pinodes è conosciuta anche la forma sessuata di Mycosphaerella pinodes, rappresentata da caratteristici periteci ostiolati muniti di una sorta di becco.

La conservazione dei patogeni avviene per mezzo dei picnoconidi rilasciati dai resti di colture precedenti di pisello, nonché presenti su seme infetto, meno frequentemente tramite periteci differenziatisi sui resti colturali.

DIFESA

Ricorrere a rotazioni della coltura con turni di 3-4 anni.

Utilizzare seme sano o conciato

Intervenire nelle prime fasi vegetative della coltura

20. gen, 2017

I sintomi dell’infezione del mal bianco riguardano soprattutto le foglie e i germogli, ma in caso di gravi infezioni interessano anche i fiori e i frutti.

Le foglie colpite, di qualche germoglio, appaiono ricoperte da una polvere bianco-grigiastra, costituita dalla vegetazione miceliale e conidica del fungo.

Quando le infezioni prendono origine da micelio che ha trascorso l’inverno localizzato tra le perule delle gemme, le giovani foglie appaiono inoltre piccole, lanceolate, contorte e con il bordo frastagliato.

Nel periodo autunnale nell’ambito della bianca massa miceliale si differenziano corpiccioli (cleistoteci) visibili anche ad occhio nudo, di colore variabile dal bruno al nero, che costituiscono insieme al micelio gli organi di conservazione del fungo.

I germogli colpiti dal mal bianco si ricoprono anch’essi di muffa bianca dall’aspetto farinoso e portano foglie piccole e contorte.

I frutti colpiti sono di piccole dimensioni ed interessati da rugginosità superficiale.

Le gemme colpite dall’oidio sono soprattutto quelle poste all’apice dei germogli. Esse appaiono più piccole, appuntite, con perule rugose e scomposte. Se la gemma colpita non muore origina un germoglio molto debole, corto e rachitico, invaso precocemente dalla muffa fungina

BIOLOGIA ED EPIDEMIOLOGIA

L’agente fungino può colpire, seppur più raramente, anche il pero e il cotogno. La forma ascofora è Podosphaera leucotricha, mentre assai più comune è la sua forma conidica di Oidium farinosum, caratterizzata dalla muffa farinosa di colore biancastro che ricopre le parti vegetative colpite dalla malattia.

La conservazione del patogeno in inverno è affidata prevalentemente al micelio annidato tra le perule delle gemme e, in taluni ambienti, anche ai cleistoteci che si formano sugli organi vegetali colpiti. Questi ultimi sono di forma tendenzialmente sferica, di colore bruno-nerastro, forniti di appendici (fulcri), alcuni dei quali appaiono fortemente ramificati ed altri acuminati. Essi contengono 6-8 ascospore.

L’avvio delle infezioni primarie avviene ad opera del micelio svernante che compare precocemente sui nuovi germogli appena formati. Le infezioni secondarie, che si susseguono ripetutamente durante mesi primaverili-estivi, avvengono ad opera dei conidi di Oidium farinosum prodotti abbondantemente dai conidiofori del micelio biancastro che ricopre gli organi ammalati. Quest’ultimo differenzia anche gli austori che, perforando la cuticola dei tessuti, assorbono i succhi dalle cellule del mesofillo

La diffusione delle infezioni è strettamente influenzata dall’andamento stagionale. La temperatura ottimale per la formazione e la germinazione dei conidi è compresa tra 19 e 23 °C, ma le infezioni possono realizzarsi anche con valori tra 4 e 30 °C. Oltre i 33 °C i conidi vengono devitalizzati. La durata del periodo di incubazione varia dai 5 ai 10 giorni con temperature variabili da 12 a 22 °C. Come per tutti gli oidi, le piogge ostacolano lo sviluppo della malattia in quanto i conidi perdono la loro capacità germinativa

Fattori predisponenti sono le forti concimazioni azotate che accentuano il rigoglio vegetativo.

Nell’ambito varietale, maggiormente suscettibili sono le cv. JonathanJona-goldImperatoreMc IntoshSummeredGravensteinGranny Smith, mentre meno colpite sono le cv. del gruppo Red Delicious.