LA RUBRICA DEL DOTTOR BONFIGLI

20. mag, 2017

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La storia del rame ha inizio circa 5.000 anni a.C. nella culla della civiltà fra le catene montuose e vulcaniche che dividono la Grande Asia dall’Asia Minore e i bacini dei fiumi Tigri ed Eufrate. È da questa zona che provengono i primi reperti di rame martellato e i primi crogioli in pietra per fonderlo. Alla ricerca del rame di superficie seguirono in un tempo relativamente breve, la ricerca di giacimenti, l’estrazione e la lavorazione di questo metallo prezioso che inaugurò l’era dei metalli.  Al rame dell’isola di Cipro (aes cyprium) si devono, invece, il tardo cuprum e l’attuale cuprico.

Nel suo viaggio attraverso i secoli, il rame ha trovato applicazione nei campi più vari e quasi alla fine dell’800 ha fatto il suo ingresso anche nel settore agrario anche se il primo caso riportato dell’uso del rame in agricoltura, di fatto è di circa un secolo prima. Era il 1761, quando si scoprì che semi di granaglie, immersi in una soluzione diluita di solfato di rame, erano liberi da funghi. L’azione fungitossica del rame, però, fu posta in rilievo dal botanico ginevrino Benedict Prevost (1807), il quale osservò che le spore del carbone dei cereali non potevano germinare se poste in acqua bollita in recipienti di rame.

Questa prima osservazione non diede luogo a conseguenze pratiche fino a quando un viticoltore francese della zona di Bordeaux, Millardet (1885) osservò che le viti sulle quali era stata spruzzata una soluzione di latte di calce preparata in recipienti di rame, per difendere i grappoli dai passanti molto golosi e poco scrupolosi, restavano immuni dalla peronospora e le viti erano anzi agevolate nella vegetazione.

L’osservazione di Millardet, avvenuta in un momento in cui la peronospora della vite comprometteva pesantemente i vigneti francesi, portò alla nascita della poltiglia bordolese, un composto complesso derivante dalla reazione del solfato di rame con idrato di calcio che deve il nome alla provincia di Bordeaux, dove fu compiuta la fortunata scoperta.

Da quel momento in poi gli studi sui metodi di preparazione della poltiglia bordolese e di altri prodotti similari al fine di renderla più persistente ed efficace si sono moltiplicati. Accanto a queste ricerche ne sono state sviluppate altre nei riguardi di diversi composti di rame poco solubili e neutri (rami fissi) che sono via via apparsi sul mercato, i principali dei quali sono stati gli ossicloruri di rame e calcio, l’ossicloruro tetrameico, le ossichinoline, l’ossidulo di rame, il carbonato di rame e l’idrossido di rame. 

Confermato che l’efficacia di tutti i composti cuprici dipendeva dal rilascio graduale di piccolissime percentuali di ione rameico, si lavorò molto per cercare di aumentare la percentuale di ioni rameici in soluzione pur senza giungere a risultati pratici. Inoltre si lavorò per aumentare l’adesività e la persistenza sulla pianta dei composti cuprici nonché il loro potere coprente. I risultati portarono ad affermare sempre più il concetto che la migliore via per migliorare l’efficacia pratica di tutti i composti rameici era quella di ottenerli in stato di estrema finezza, che significa maggiore facilità e rapidità nella liberazione di ioni rameici attivi, migliore distribuzione sulle piante, maggiore copertura della vegetazione e più elevata resistenza al dilavamento.

La scarsa solubilità in acqua dei composti cuprici mal si combina con la loro attività che è dovuta allo ione rame che viene liberato in conseguenza della solubilizzazione che avviene ad opera dell’anidride carbonica emessa dalle piante durante il processo di respirazione; del carbonato ammonico dell’acqua piovana; delle secrezioni dei tessuti vegetali (composti ammoniacali, glutammica, ecc.) e delle secrezioni dei funghi stessi o delle loro spore (ammine, amminoacidi, e ammidi). Quest’ultimo è il meccanismo che più degli altri spiega la scarsa tossicità del rame nei confronti dell’ospite e la sua più elevata tossicità nei confronti dei funghi. Le spore assorbono gli ioni rameici, provenienti dalla soluzione lenta di composti cuprici inorganici, in dosi elevatissime rispetto alle esigenze, e questi penetrati nella membrana semipermeabile dei funghi si accumulano determinando tossicità cellulare e conseguente devitalizzazione. In particolare, gli ioni rameici agiscono modificando la permeabilità della membrana, denaturando proteine strutturali ed enzimi, sostituendo alcuni cationi (H, Ca e Mg) della parete chitinosa e influenzando direttamente il processo respiratorio a livello della formazione di acetilcoenzima A e del ciclo di Krebs.

L’azione tossica del rame si esplica soprattutto impedendo la germinazione di spore  con un meccanismo di azione più che altro di tipo preventivo.

I composti cuprici agiscono per contatto ed essendo attivi contro una vasta gamma di crittogame e alcuni batteri trovano applicazione in frutticoltura, viticoltura, orto-floricoltura, olivicoltura, agrumicoltura, ecc..

Gli aspetti negativi connessi all’uso dei composti cuprici sono soprattutto legati al rischio tossicologico per l’uomo e l’ambiente e all’azione fitotossica  dello ione rame che varia a seconda della coltura e della varietà coltivata (i casi più noti di fitotossicità da rame riguardano i trattamenti primaverili-estivi su pesco e alcune varietà di melo e pero) delle dosi e delle formulazioni autorizzate, e si diversifica anche a seconda dell’andamento climatico, del momento di intervento e della fase fenologica, nonché in riferimento a particolari gestioni agronomiche di alcune colture (es. consociazioni di specie e varietà), ad aspetti legislativi (es. tempo di carenza e modalità di registrazione dei vari prodotti), ma anche commerciali.
 
I composti cuprici attualmente in commercio sono numerosissimi, e si calcola che ogni anno vengano usate molte migliaia di tonnellate di rame per prevenire le malattie delle piante sia in agricoltura convenzionale che biologica.

Riguardo a quest’ultima nell’allegato II-B del Reg. (CE) 2092/1991 era prevista la possibilità di utilizzare, senza alcun limite di quantità, la poltiglia bordolese e la poltiglia borgognona. Il Reg. (CE) 1448/1997 ha modificato l’allegato II-B del precedente Reg. 2092/1991 includendo fra i prodotti utilizzabili anche idrossido di rame, ossicloruro di rame, solfato di rame (tribasico), che comprende sotto questa dicitura anche la poltiglia bordolese e borgognona, e l’ossido rameoso e consentendone l’impiego senza alcun vincolo di quantità, fatte slave le limitazioni eventualmente previste dalle normative vigenti nei singoli Stati membri. Con la successiva emanazione del Regolamento CE n. 473/02, che stabilisce i limiti massimi di uso del rame in agricoltura biologica, la Commissione Europea ha vincolato l’impiego dei composti cuprici alla effettiva necessità che deve riconosciuta dall’organismo o dall’autorità di controllo e, fino al 31 dicembre 2005, nel limite massimo di 8 Kg di rame per ettaro per anno e dal 1° gennaio 2006, nel limite massimo di 6 Kg di rame per ettaro per anno, fatte salve disposizioni specifiche più restrittive previste dalla legislazione dei singoli Stati membri. Per le colture perenni, gli Stati membri possono disporre che, in deroga, i tenori massimi applicati siano di 38 kg di rame per ettaro dal 23 marzo 2002 al 31 dicembre 2006 mentre a decorrere dal 1° gennaio 2007, il quantitativo massimo che può essere utilizzato ogni anno sarà calcolato detraendo i quantitativi effettivamente utilizzati nei quattro anni precedenti dal quantitativo totale massimo di 36, 34, 32 e 30 kg di rame per ettaro, rispettivamente per gli anni 2007, 2008, 2009 e 2010 e per gli anni successivi. L’Italia si è dichiarata favorevole all’attuazione della deroga per le colture perenni, e il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha emanato la circolare n.1 del 4 aprile 2002 che, tra l’altro, afferma che “le Regioni e le Province autonome possono, in relazione alle esperienze maturate, e sentite le organizzazioni professionali agricole, disporre che nei territori di propria competenza venga adottata la deroga prevista dalla proposta del regolamento”.

Infine è da sottolineare ulteriori modifiche nell’impiego dei prodotti cuprici potrebbero venire dalla Direttiva 91/414/EC che ha imposto la revisione di tutti i prodotti fitosaniatri inclusi quelli a base di rame. L’adeguamento dei dossier registrativi potrebbe, infatti, far sì che non tutte le formulazioni oggi presenti sul mercato siano di nuovo autorizzate oppure che vengano inseriti ulteriori vincoli per il loro utilizzo in agricoltura.

28. apr, 2017

La Vespa velutina, comunemente chiamata Calabrone asiatico, per distinguerla dalla Vespa orientalis nota come Calabrone orientale, costituisce una seria minaccia per tutta l'apicoltura italiana.

E' un predatore la cui dieta è costituita in gran parte di api che caccia in prossimità dell'alveare. I danni non derivano solo dalle numerose bottinatrici predate ma anche dallo stress recato alla colonia che, sotto una continua predazione, azzera l'attività di volo e la deposizione delle uova, arrivando al collasso. La Vespa velutina è ormai diffusa in Liguria sulla riviera di ponente ed è stata individuata anche in Piemonte nella provincia di Cuneo.

Considerata la pericolosità della specie è assolutamente necessario cercare di individuare e distruggere i nidi e per far questo abbiamo bisogno della collaborazione di tutti gli apicoltori e non solo. Limitare la diffusione di questo insetto può voler significare la salvezza di molti apiari sul suolo toscano e nazionale.

Classificazione

Classe Insecta
Ordine Hymenoptera
Sottordine Apocrita
Sezione Aculeata
Superfamiglia Vespoidea
Famiglia Vespidae
Genera Vespa
Specie Vespa velutina

La Vespa velutina, come le api, è un insetto appartenente al genere imenotteri, un ordine di insetti molto vasto che comprende oltre 120.000 specie diffuse in tutto il mondo. Gli imenotteri si dividono in due sottordini: i Sinfiti, caratterizzati dall'avere l'addome unito al torace senza strozzatura, e gli Apocriti, sottordine a cui appartiene la velutina, con torace distintamente separato dall'addome.
La Vespa velutina appartiene alla famiglia Vespoidea (vespe e calabroni) e al genere Vespa che comprende due specie di calabroni molto simili per grandezza e morfologia alla velutina: Vespa crabro (calabrone giallo), comune in tutta la penisola, e la Vespa orientalis.

Morfologia
Proprio per le sue caratteristiche morfologiche un occhio inesperto può confonderla con specie vicine indigene appartenenti alla famiglia delle vespidae: Vespa crabro, Vespula spp., Dolichovespula spp., Polistes spp.
La Vespa velutina è lunga dai 19 ai 29 mm con un'apertura alare tra i 37 e i 49 mm.
Antenne: sono di colore nero sulla parte superiore mentre nella parte inferiore tendono al bruno
Capo: la parte frontale di colore giallo arancio mentre la parte superiore, visibile se si guarda il calabrone dall'alto è di colore nero.
Torace: riprende il colore nero o molto scuro della parte superiore del capo.
Zampe: primo tratto delle zampe scuro, gli ultimi 5 tarsi (la parte finale degli arti divisi in piccole sezioni) sono di colore giallo
Addome: primi tre tergidi addominali sono di colore bruno scuro con il margine posteriore di colore giallo giallo-rossastro. Il quarto tergite è quasi interamente di colore giallo con all'interno un triangolino nero. La parte terminale dell'addome è di colore bruno rossastro.

Per queste caratteristiche, in particolare la sua colorazione, un occhio esperto può facilmente distinguere la V. velutina anche in volo

Differenze tra sessi (simili a V. crabro): solo femmine soo dotate di pungiglione, parte terminale addome, lunghezza antenne
Differenze tra caste meno evidenti: non differenze nel pattern di colorazione, differenze
dimensionali ma altamente variabile e grande sovrapposizione (Perrard et al. 2012)

Da non confondere con...

La Vespa velutina ha caratteristiche morfologiche uniche che rendono il suo riconoscimento immediato se si conoscono le differenze tra i vari vespidae.
Sicuramente le somiglianze più spiccate sono con il calabrone giallo Vespa crabro.
Vespa cabro ha:
• dimensioni maggiori
• testa torace e zampe tendono al bruno rossastro.
• addome con solo i primi due tergiti scuri, mentre i restanti sono di colore giallo con macchie scure.
• zampe sono interamente di colore scuro e non di 2 colori
• le antenne sono di colore bruno rossiccio.

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Morfologia nidi
I nidi sono costruiti con cellulosa impastata alla loro saliva e si differenziano in:
nidi primari, osservabili a fine inverno - inizio primavera, sono di piccole dimensioni e abitati dalla sola regina o da pochi individui. Data la loro forma ridotta passano facilmente inosservati e possono trovarsi in zone riparate anche in contesti urbani (tettoie, serre, case). Possono essere distinti dai nidi del calabrone nostrano dal foro di ingresso piccolo molto diverso dal classico nido concavo "aperto" con le cellette in mostra del nostro calabrone. I nidi secondari, che si iniziano a vedere in estate sono nettamente più grandi e popolati e possono arrivare a contenere fino a 6000 esemplari. Questi nidi sono comunemente costruite sugli alberi ad altezze superiori a 5 metri; non mancano tuttavia nidi trovati nidi in prossimità del suolo ed in aree urbane.

Habitat e diffusione in Europa
Biologia

E' un insetto sociale la cui colonia è formata da 2 caste: i riproduttori (regine e maschi) e le operaie che, come nelle api, sono femmine sterili. Contrariamente a quanto avviene nelle api, che vivono in società permanenti, i nidi delle vespe vengono fondati ogni anno a fine inverno - inizio primavera delle sole regine fecondate nell'autunno precedente. Le regine sono infatti le uniche in grado di svernare in luoghi riparati. A primavera le regine provvedono a costruire le prime cellette e ad allevare alcune operaie. Quando le operaie sono diventate adulte in alcuni casi viene scelto un nuovo nido e le regine si dedicano esclusivamente all' ovideposizione, mentre le operaie provvedono a procurare il cibo, accudire le larve e ingrandire il nido. In tarda estate o all'inizio dell'autunno, la colonia raggiunge la massima grandezza ed alleva i maschi e le nuove regine che, dopo essere state fecondate, abbandonano il nido e cercano un riparo invernale.

L'habitat della Vespa velutina si estende per un'ampia area che comprende Cina meridionale, India, Indocina e Indonesia.
Dalle zone di origine questa specie è stata accidentalmente introdotta in Corea del Sud nel 2003 e in Francia nel 2005 nei dintorni di Bordeaux, attraverso un carico di vasi per bonsai di origine cinese. Dalla Francia, dove la diffusione di V. velutina è stata rapida arrivando a interessare a fine 2013 almeno 45 dipartimenti, è arrivata in altri paesi europei quali Belgio, Spagna, Portogallo e infine, nel 2012, in Italia con il ritrovamento del primo esemplare a Loano (Savona). A fine 2013 la presenza del Calabrone asiatico è stata accertata con sicurezza in Liguria, soprattutto in provincia di Imperia e in Piemonte, nella parte meridionale della provincia di Cuneo. La rapidità di espansione è probabilmente dovuta al trasporto passivo delle regine svernanti, che si rifugiano in materiali di varia tipologia per trascorrere il periodo invernale.

Criticità ed effetti sulle api e l'ambiente
La dieta del Calabrone asiatico è costituita prevalentemente da api preferendo le bottinatrici di ritorno all'alveare. Nelle aree in cui la vespa è presente è facile vederla in volo statico, a zampe aperte, con le spalle rivolte all'arnia in attesa del ritorno della preda. Nelle zone infestate da più anni si contano fino a 10 individui ad alveare che, in presenza di famiglie deboli, non disdegnano di entrare nel nido per catturare le api.

Come le crabro catturano l'ape, la smembrano vicino all'alveare e portano al nido solo le parti più proteiche (torace e addome).
Nelle zone più infestate le api cessano il volo e di conseguenza l'importazione di nettare e polline che porta ad un arresto della covata fino a causare la morte della famiglia o grosse difficoltà di svernamento.
In Liguria è stato osservato dai tecnici delle associazioni apistiche che 3/5 velutine davanti ad una famiglia in piena attività possono arrivare a catturare un'ape ogni 10 secondi (6 api al minuto).
La presenza della Vespa velutina non rappresenta una minaccia solo per le api ma anche per il nostro calabrone che, occupando la stessa nicchia ecologica e avendo una dieta simile, rischia di entrare in competizione con il calabrone asiatico. Non bisogna dimenticare, infine, che la Vespa velutina è un calabrone la cui puntura (dolorosa) può portare crisi allergiche anche letali per l'uomo. La tendenza nel costruire nidi anche al suolo e in ambienti urbani aumenta la possibilità di attacchi di velutina nei confronti della popolazione. In Francia un agricoltore è morto in seguito ad essere passato col trattore sopra un nido di velutina.

 Monitoraggio e metodi di lotta

Le regine rappresentano il target più efficace per il controllo della popolazione di V. velutina. E' più efficace intervenire in due momenti dell'anno:
1) Nel periodo autunnale quando vengono prodotti i sessuati (regine e maschi).
2) Ad inizio primavera quando le regine svernanti si accingono a fondare le nuove colonie.

Trappolaggio
E' importante monitorare la presenza del calabrone fin dall'inizio della stagione con la speranza di individuare e distruggere i nidi prima che raggiungano dimensioni notevoli e prima che inizino a nascere le regine che fonderanno l'anno successivo. Si può eseguire un monitoraggio in prossimità degli apiari istallando le tradizionali trappole a bottiglia.

Solitamente all'interno delle trappole si utilizzano esche a base di carboidrati o proteine ma una miscela di sostanze zuccherine e birra chiara al 4,7% di alcool è risultata molto attrattiva per la V. velutina.


Lotta biologicaOvviamente le trappole ad imbuto in apiario possono solo parzialmente limitare la pressione di predazione sulle arnie attirando le operaie foraggiatrici di V. velutina, ma l'efficacia nel controllo della popolazione è quasi nulla. Oltre a ciò è importante segnalare la scarsa selettività di questi strumenti che vanno a colpire anche insetti non bersaglio con conseguenti danni alla fauna locale; in particolare altri Vespidae e ditteri (Dauphin e Thomas 2009; Rome et al. 2011).

La comunità scientifica da tempo si sta interrogando sul controllo della vespa attraverso l'introduzione di parassiti, parassitoidi, patogeni o antagonisti.
Al momento però sono pochissimi gli studi in merito e l'introduzione o la diffusione di specie per la lotta biologica rappresenta un alto rischio per le specie endemiche (V. crabro). Per questo tipo di approccio è importante conoscere molto bene la specie target; Queste alcune ipotesi formulate dalla comunità scientifica:
1. impiegare patogeni associati al calabrone europeo o all'ape mellifera (vedi Conops vesicularis, Hym-Conopidae – Darrouzet et al, 2014);
2. impiegare parassiti provenienti dall'habitat di origine della V. velutina (Bareogonalos jezoensis);
3. studiare le esperienze di lotta passate contro imenotteri simili come, ad esempio, in Nuova Zelanda dove si è testato l'uso di Sphecophaga vesparum (Hym-Ichneumonidae) contro la Vespula che però ha dato risultati deludenti.

Strategie in atto
La tempestività della reazione è un concetto chiave per una gestione soddisfacente delle specie invasive (Myers et al, 1998). Occorre dunque un'azione sinergica al fine di:
• preparare dei piani di gestione e valutazione del rischio di introduzione da parte dei singoli stati Europei (vedi UK e Svizzera);
• Coordinazione a livello Europeo delle politiche sulle specie invasive. Intensificazione dei controlli doganali
• Finanziare progetti di ricerca per colmare l'attuale gap sulle conoscenze siulla V. velutina
• Strutturare un vero e proprio Progetto Vespa velutina basato sul monitoraggio e il controllo
• Sensibilizzare e informare gli apicoltori, i politici e l'opinione pubblica perché tutti siano a conoscenza del problema

28. apr, 2017

Halyomorpha halys è una cimice originaria dell'Asia orientale, estremamente polifaga che si nutre di un'ampia varietà di specie coltivate e spontanee. In Italia le prime segnalazioni risalgono al 2012 e in Friuli Venezia Giulia i primi esemplari sono stati rinvenuti nel 2014. Le uova hanno una forma ellittica e vengono deposte a gruppi sulla pagina inferiore delle foglie. Gli stadi giovanili sono distinguibili da quelli di altre specie di cimici per la presenza di piccole spine a livello del torace. Sono molto mobili e in grado di compiere elevate distanze per raggiungere le piante ospiti. Gli adulti sono lunghi circa 17 mm, hanno il tipico aspetto delle cimici, a colorazione marmorizzata. Halyomorpha halys potrebbe essere scambiata con una cimice europea (Rhaphigaster nebulosa), dalla quale si distingue per l’assenza di una evidente spina nella parte ventrale dell’addome e per avere venature marcate di scuro sulla parte membranosa delle emielitre, mentre R. nebulosa presenta alcuni punti. Gli adulti di H. halys sono abili volatori, particolarmente mobili e in grado di compiere in volo grandi distanze alla ricerca dell’alimento di loro gradimento. Halyomorpha halys sverna come adulto in edifici o in anfratti riparati. In primavera lascia i ricoveri invernali per portarsi sulle piante ospiti, dove si alimenta, si accoppia e depone le uova. Le femmine ovidepongono per l’intera stagione. Nelle condizioni climatiche della nostra regione può compiere fino a due generazioni all’anno. Per la scalarità delle ovideposizioni i diversi stadi di sviluppo possono essere presenti in gran parte della stagione vegetativa. Descrizione La cimice marmorata asiatica è polifaga e con una spiccata propensione a variare l’alimentazione. Può vivere su oltre 100 piante ospiti, con predilezione per rosacee (es. melo, pero e pesco) e colture erbacee (es. soia e mais). Nel caso del melo i danni sui frutti si presentano con depressioni superficiali della polpa e necrosi localizzate sotto la buccia. Tali sintomi si possono confondere con quelli causati da altre cimici o dalla butteratura amara (fisiopatia delle mele). Su altre colture i danni si possono presentare con deformazioni dei frutti, nel caso di punture molto precoci, o isolate lesioni da puntura simili a quelle causate da altre cimici. La recente introduzione della cimice H. halys nel territorio regionale, non ha permesso di raggiungere un grado di esperienza tale da permettere il controllo ottimale, sia in ambiente agricolo che urbano. Per la difesa dei fruttiferi esistono pochi prodotti autorizzati per lo specifico impiego, che presentano anche un limitato numero di interventi in etichetta. Si tratta di alcuni insetticidi ad azione prevalentemente abbattente, già utilizzati nella difesa dai più comuni insetti delle colture, che se utilizzati contro H. halys non sempre risultano risolutivi. Ciò anche a causa delle continue reinfestazioni dovute alla sua elevata polifagia e mobilità tra le diverse colture. Si sta sperimentando, con promettenti risultati, l’impiego di reti anti-insetto quale barriera fisica per limitare l’ingresso nel frutteto di cimici provenienti da altre piante ospiti (coltivazioni, siepi e ornamentali) o dai siti di svernamento. Nella difesa delle colture erbacee possono essere eventualmente utilizzati piretroidi autorizzati anche per il controllo delle infestazioni da cimici in genere. A livello domestico si consiglia di raccogliere ed eliminare le cimici mediante immersione in alcool o acqua e sapone. Tale azione può rappresentare una difesa di tipo preventivo finalizzata a ridurre la popolazione svernante di H. halys, potenzialmente dannosa per le colture di interesse agrario nella primavera successiva. Non sono invece consigliati trattamenti insetticidi sugli edifici contro gli adulti

28. apr, 2017

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Descrizione:

Uova: di colore bianco giallastro, hanno una dimensione di circa 0,5 mm. Si riscontrano su organi vegetativi come foglie, fusti, con preferenza per i boccioli e i peduncoli delle infiorescenze.

Larve: il ciclo dell’insetto si svolge attraverso 4 stadi larvali. La larva di I età misura circa 1 mm ed è di colore giallo chiaro, mentre la larva matura presenta una colorazione verde (talvolta rosa) su cui si distinguono delle fasce longitudinali di colore rosato e può raggiungere i 13 mm. Tipica la presenza di una fitta peluria chiara sul dorso.

Crisalidi: lunghe circa 1 cm, di colore verde tendente al bruno in prossimità dello sfarfallamento. Si possono trovare sulla vegetazione, alla base delle piante o nel terriccio del vaso.

Adulti: i maschi (apertura alare 15-23 mm) hanno dimensioni leggermente inferiori alle femmine (apertura alare 18-27 mm). Le ali di colore marrone, contornate da una frangia bianca, ma è quando le ali sono in posizione di riposo che si nota il caratteristico disegno geometrico bianco e marrone sulla faccia ventrale. Le ali posteriori sono caratterizzate da un tipico peduncolo, con alla base una macchia scura.

L’insetto svolge 5-6 generazioni all’anno, anche sovrapposte tra loro: il loro numero e la loro durata sono fortemente influenzati dalle temperature. L’intero sviluppo può avvenire in circa 30 giorni alle temperature ottimali, mentre si allunga con valori termici più bassi.

Gli adulti volano in genere tra aprile e novembre, anche se la loro attività è prevalente tra luglio e settembre, nutrendosi del nettare di diverse piante spontanee o coltivate.

Dalle uova deposte sui gerani fuoriescono le larve che possono danneggiare i boccioli penetrando poi nei peduncoli fiorali o erodere le foglie formando delle mine, per poi penetrare all’interno della pianta. Le larve scavano gallerie nei fusti fino al raggiungimento della IV età quando fuoriescono all’esterno e completano il loro sviluppo erodendo le foglie o i fiori.

La successiva fase di crisalide rappresenta lo stadio svernante nel caso di basse temperature.

Descrizione dei sintomi:

I primi sintomi visibili della presenza delle larve neonate sono delle mine serpentiformi o delle erosioni sui boccioli.

Successivamente si verificano appassimenti delle foglie e seccumi degli steli a causa dell’attività di escavazione interna delle larve.

Sui fusti si possono notare, all’altezza degli internodi, i fori circolari di uscita delle larve quasi mature. La presenza di queste ultime è indicata da erosioni a carico delle foglie, che in genere non interessano l’intero spessore della lamina.

Le piante fortemente infestate, su cui si sono susseguite diverse generazioni del Licenide vanno incontro a un deperimento irreversibile. 

Indicazioni per la lotta:

Per poter intervenire con una difesa efficace è necessario identificare precocemente la presenza dell’insetto, e per questo motivo le piante vanno controllate costantemente tutto l’anno, anche nei mesi invernali, soprattutto su piante protette in serrette o all’interno delle abitazioni, in quanto le larve non temono le basse temperature e non entrano in diapausa se la temperatura glielo consente.

Al contrario di ciò che accade nel suo paese di origine (Sud Africa), in Italia questo Licenide è particolarmente dannoso per la mancanza di antagonisti naturali. Tuttavia si stanno svolgendo prove per l’impiego di un insetto rincote, Macrolophus caliginosus, che predando uova e larve neonate potrebbe rivelarsi utile per la lotta biologica su geranio.È possibile l’utilizzo di insetticidi di origine naturale come il Bacillus thuringiensis, compatibile con la lotta biologica, sempre da preferire all’utilizzo di fitofarmaci tradizionali, trattandosi di piante fiorite tenute generalmente in ambiente domestico. Agisce però unicamente nella fase di alimentazione fuori dai fusti. Se si dovessero usare prodotti chimici di sintesi controllare sempre in etichetta che ne sia consentito l’uso contro Cacyreus marshallii o contro lepidotteri su ornamentali. Tra i prodotti utilizzabili ora in commercio vanno preferiti quelli con azione sistemica in grado di penetrare all’interno dei tessuti, a base di azadiractina e acetamiprid, piuttosto che utilizzare prodotti di contatto, quali deltametrina e piretrine, poiché è limitato il periodo in cui le larve si alimentano sulla vegetazione. Trattandosi di prodotti non selettivi e tossici per le api, le piante poste all’esterno vanno trattate esclusivamente nelle ore serali, quando le api non sono in attività. In caso di irrorazione accidentale delle zone circostanti le piante trattate, pulire le superfici contaminate. 

8. apr, 2017

Il Carbone del Mais si manifesta su tutti gli organi epigei della pianta; in modo particolare sulle infiorescenze e sulle spighe maschili. I sintomi si evidenziano con masse tumorali, dapprima bianche e carnose, che successivamente divengono violacee e quindi nere; i tumori sono ricoperti da una pellicola sottile che rompendosi lascia fuoriuscire una polvere nera, costituita delle clamidospore.

LOTTA

La lotta è essenzialmente di tipo agronomico ma si avvale anche di precauzioni di tipo chimico. Gli accorgimenti agronomici sono: - scelta di ibridi di Mais resistenti alla malattia; - rotazioni lunghe in caso di forti infestazioni negli anni precedenti; - raccolta precoce dei tumori e loro distruzione; - arature profonde per interrare i residui infetti. Le precauzioni chimiche consistono nella concia del seme con Carbendazim, Carbossina + Maneb, Tiram o Mancozeb.

CICLO BIOLOGICO

Si conserva nel terreno o nei residui colturali, come clamidospore. Le clamidospore, in condizioni di umidità ambientale e di medie temperature, germinano emettendo un basidio che porta delle basidiospore; queste sono responsabili delle reinfezioni. Esse, infatti, producono un micelio aploide che invade i tessuti. Dalla fusione di due miceli aploidi si ottiene un micelio dicariotico responsabile delle formazioni tumorali descritte.