IL PIRETRO

Molto simile alla margherita, questa pianta viene usata sia per scopi decorativi che terapeutici. E’ una pianta perenne e cespugliosa, il fusto arriva anche a 50 centimetri di altezza e i fiori dagli innumerevoli petali bianchi, danno vita a piccoli frutti di colore marrone che contengono un solo seme. Attraverso i semi, si da vita alla proliferazione di altre piante di Piretro. La pianta è originaria della Dalmazia ed era usata anticamente per le sue virtù terapeutiche. Oggi la troviamo anche in Italia dove cresce spontaneamente ma può essere tranquillamente coltivata anche in giardini e terrazzi. Il piretro è apprezzatissimo perché viene utilizzato anche per varie malattie degli animali e per disinfettare le piante, da parassiti e funghi di varia natura.Le funzioni della pianta, sono molto diverse tra loro ma tutte efficaci. La funzione più rinomata, è quella di essere un ottimo repellente per mosche, zanzare ed insetti in genere che specialmente nella stagione estiva, diventano fastidiosi per l’uomo. Coltivare le piante di piretro in giardini o terrazzi, equivale a poter trascorrere piacevoli serate all’aria aperta, senza avere la seccatura di essere punti dalle zanzare. I fiori di piretro vengono essiccati e utilizzati come anti tarme. Il Piretro nasce spontaneamente ma è possibile coltivarlo non solo se si vuole utilizzarlo come pianta insetticida o repellente ma anche se si vuole utilizzarlo a scopo decorativo dato che la pianta è molto ornamentale e simile alla margherita. Tuttavia il Piretro ha bisogno di un terreno molto fertile ed ha bisogno di essere posto in una zona soleggiata e se ciò non fosse possibile, andrà coltivato in serra dove sicuramente non risentirà degli sbalzi di temperatura. Questa tecnica viene molto usata in Kenya e in Congo che sono i paesi maggiori esportatori di Piretro. Le piantine, vanno acquistate direttamente nei vivai e poi messe a dimora nella terra o in vasi di terracotta sui balconi di casa. Anche se molto ornamentale, il Piretro si coltiva soprattutto perché si utilizza come insetticida per il mercato agricolo biologico dato che il suo efficace potere insetticida, non è dannoso ne per gli uomini ne per gli animali a sangue caldo quindi può essere tranquillamente usato anche nei giardini urbani dove facilmente circolano animali domestici.
 Come si usa l’insetticida al piretro

L’insetticida al piretro, è reperibile in tutti quei negozi che vendono prodotti adatti all’agricoltura biologica ma è possibile trovarlo anche sul web. Questo prodotto può essere usato in qualsiasi stagione dell’anno ed ha un rapido effetto abbattente con una bassissima tossicità infatti i frutti, possono essere raccolti e consumati, appena due giorni dopo il trattamento con l’insetticida. E’ adatto non solamente per le colture orticole, fruttifere e floreali ma anche per le piante ornamentali che presentano afidi, lepidotteri, tentredini ed altri vari insetti.

Il prodotto va diluito in 10 litri di acqua in base alla coltura da trattare e all’infestazione dei parassiti. I trattamenti vanno effettuati nelle ore più fresche della giornata e occorre bagnare l’intera pianta in modo da creare una efficace barriera contro gli acari. Il piretro ha la capacità di eliminare all’istante tutti gli insetti ma ha il dono di non entrare nella linfa ed è attivo solo dove arrivano le gocce, ecco perché occorre irrorare benissimo la pianta da trattare in ogni suo punto. Dopo 2 o 3 giorni dall’irrorazione, l’effetto del piretro comincia a decadere per il contatto dei raggi solari. L’unico difetto di questo importante insetticida naturale, è che non è selettivo e praticamente nella sua rete, potrebbero incappare anche insetti ritenuti non nocivi come le api e le coccinelle. Per ovviare a questo problema, quando si utilizza l’insetticida, è bene focalizzare la sua azione, solo sulle aree dove compaiono gli afidi.Il piretro è dannoso per i pesci quindi conviene non usarlo in prossimità di laghetti naturali o artificiali perché potrebbe infiltrarsi nelle acque. IQuando si possiede un animale domestico, si va incontro a diverse responsabilità anche quando si usano insetticidi chimici per difenderli dall’attacco di zecche o insetti che potrebbero provocare la deterrenza al nutrimento o disturbi come l’interruzione della crescita o addirittura malattie gravissime e mortali come la Leishmainosi. E’ quindi compito del padrone dell’animale, provvedere ad eliminare i parassiti dal pelo dell’animale in maniera che questo non possa subire dei danni. L’insetticida al piretro, essendo un prodotto del tutto naturale, non ha alcun effetto nocivo ne sui bambini che toccano inevitabilmente l’animale domestico ne su altri animali di casa. Per esempio se un cane convive con un gatto, bisogna stare estremamente attenti all’uso di antiparassitari chimici perché si potrebbe addirittura verificare la mortalità del gatto. Ecco perché, è consigliabile usare un insetticida naturale al piretro, piuttosto che uno chimico. I farmaci per via esterna da usare sugli animali domestici, sono disponibili anche sotto forma di shampoo o di gel.

L'EFEDRA

L’Efedra è una pianta arbustiva e cespugliosa appartenente alla famiglia delle Ephedraceae. L’altezza della pianta varia molto, si parla di un minimo di 30 centimetri fino all’altezza massima di circa due metri. I rami sono nodosi e molto sottili e di colore verdastro molto acceso mentre le foglie sono squamose e si avvicinano ad una tonalità di grigio scuro. La pianta è una Gimnosperma e quindi produce degli strobili maschili o femminili che possono unirsi o separarsi in infiorescenze ermafrodite. Il frutto che nasce è un falso frutto formato da un insieme di brattee. Tuttavia il frutto può col tempo, diventare carnoso e molto succoso. Le piante di Efedra, sono presenti in quelle regioni dal clima mite e temperato come il Nord e Sud America, l’Europa, l’Africa e l’Asia. Al 90%, le piante contengono alcaloidi efedrina e pseudo efedrina. Tali composti vengono considerati stupefacenti ma nella tradizione popolare, venivano usati dai popoli indigeni, per combattere la febbre, come calmante per l’asma e come diuretico.
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Proprietà terapeutiche dell’Efedra

L’efredina contenuta nella pianta, è una droga naturale che negli stati uniti e in alcuni paesi europei viene usata nelle cosiddette smart drugs perché da una sensazione di euforia e di sdoppiamento ma ovviamente questa pratica è altamente sconsigliabile. In Italia fortunatamente, l’efredina è usata nei centri riabilitativi a circuito alternativo. L’Efedra, come pianta curativa, è considerata nella fitoterapia attuale, molto potente ed efficace e si utilizza come trattamento dell’asma e delle sinusiti. Le sue virtù sono rinomatissime basti pensare che in Cina, questa pianta si utilizza già da 5000 anni. Purtroppo la mancanza di conoscenza e la scarsissima informazione che veniva data su questa pianta, fece nascere stupide polemiche perché fu messa al bando anche perché veniva usata impropriamente miscelata ad altre erbe che provocano euforia. Naturalmente, questo mix di erbe officinali usato per scopi illeciti, diventava altamente letale. Oggi invece fortunatamente, dopo approfonditi studi, l’Efedra sta trovando vasto impiego in patologie di notevole importanza e sta riscontrando il favore della farmacopea internazionale. E’ utilissima come decongestionante e contro la febbre da fieno e il suo uso veramente noto, è quello come antistaminico. E’ stato dimostrato che aumenta il metabolismo e fa perdere peso ed inoltre essendo stimolante, non provoca sonnolenza durante l’assunzione. 

Anche se estremamente utile ed importante, l’uso di questa pianta ha delle controindicazioni. Non possono usare infatti i preparati con tale tipo di pianta, i cardiopatici, le persone con disfunzioni tiroidee le persone con la pressione alta. Come effetto collaterale, si potrebbe ottenere un aumento delle pulsazioni con conseguente sbalzo di pressione sanguigna. Naturalmente su ogni prodotto in commercio nelle erboristerie, tutti gli effetti collaterali, sono indicati nel bugiardino ma è sempre meglio assumere capsule o estratti, sotto stretto controllo medico. Nonostante queste controindicazioni, la pianta da riscontri positivi su medicinali come quelli per smettere di fumare.

Come coltivare l’Efedra

L’Efedra si coltiva come una semplicissima pianta da giardino e si può coltivare sia in vaso che in un’area più vasta, Resiste ad ogni tipo di temperatura ma se fa molto freddo e le nottate sono gelate, conviene ricoverarla in casa. Se invece è piantata in giardino, bisogna coprirla con un telo di TNT per non farle soffrire il freddo rigido. Se fa freddo ed il clima è molto umido, create alla base della pianta, una buona pacciamatura formata da foglie e paglia. L’Efedra può diventare una piccola siepe ma può anche diventare un albero di due metri. La sua fioritura avviene dall’inverno all’Estate e predilige una posizione soleggiata. Il terreno deve essere ben drenato ma mai ristagnante per non provocare danni all’apparato radicale. Per quanto riguarda la sua innaffiatura, l’Efedra non richiede molta acqua ma le basta quella piovana. Annaffiatela abbondantemente, solo in quei periodi di lunga siccità. L’Efedra non viene mai attaccata dai parassiti ma solo dalle malattie funginee dovute a ristagno d’acqua nelle radici. La pianta non richiede neanche la concimazione, le basta un terreno ricco di fogliame. La propagazione avviene per propaggine.

L’estratto della pianta di Efedra, in commercio è noto con il nome di Ma Huang e si trova in erboristeria per preparare decotti decongestionanti e tisane anti asma. Purtroppo, persone senza scrupoli, vendono prodotti contenenti l’efredina, per scopi altamente illeciti come quello di perdere peso in pochissimo tempo o come sostanze integrative per i palestrati. Diffidate di questi prodotti che sono venduti illegalmente e non acquistateli se non certificati dalla farmacovigilanza che ha il compito preciso di segnalare azioni avverse sul mercato. Queste azioni vengono segnalate dagli erboristi e dai farmacisti che vendono farmaci legali contenenti questo estratto. Qualsiasi effetto collaterale comunicato dai clienti che assumono farmaci contenenti l’efredina, viene prontamente segnalato dal farmacista di fiducia , alla farmacovigilanza. In Italia l’Efedrina usata come integratore dietetico, è considerata come sostanza dopante e quindi non potrebbe essere venduta. Purtroppo però, alcuni giovani che amano aumentare la massa muscolare e mantenere un peso corporeo ideale, ne fanno uso acquistandola da fonti poco attendibili. I rischi nei quali si incorre, sono veramente gravi e riguardano soprattutto il sistema cardiovascolare quindi si potrebbe andare incontro ad infarti ed ischemie cerebrali.

IL RAMOLACCIO

Il ramolaccio, detto anche radice d’inverno, è un ortaggio a radice poco comune nel nostro paese. In linea generale è molto simile al più diffuso ravanello, ma acquisisce un nome diverso per sottolineare la sua capacità di crescere anche durante i mesi più freddi dell’anno. Ha la caratteristica peculiare di avere un sapore più intenso e piccante rispetto agli altri. Viene in linea generale impiegato sia in abbinamento ad altre verdure crude (per esempio tagliato a fettine sottili nelle insalate) oppure grattugiato o conservato sott’aceto.E' un genere che comprende otto specie erbacee provenienti dall'Europa, dalle regioni mediterranee e dall'Asia Centrale. Le piante sono annuali biennali o perenni.Le foglie sono lobate o pennatifide.I fiori variano da un colore bianco al viola o al giallo pallido.Il frutto è una siliqua e giunto a maturazione si rompe in corrispondenza delle strozzature tra un seme e l'altro.
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Coltivazione del ramolaccio

ramolaccioIl ramolaccio è una pianta tendenzialmente biennale (fiorisce e fruttifica la primavera dopo la semina) appartenente alla famiglia delle Brassicaceae. La sua coltivazione si è diffusa in tutta Europa dalla fine del 1700: con tutta probabilità è una pianta endemica dell’Asia centrale e orientale, dove ancora oggi vengono coltivate alcune varietà di dimensioni davvero notevoli.

Questo ortaggio può essere cresciuto in quasi tutti i periodi dell’anno perché, contrariamente a quanto si crede, si adatta bene sia a temperature piuttosto rigide ( a differenza del più comune ravanello) sia a quelle molto elevate.

Sono erbacee che possono raggiungere al massimo un metro di altezza (anche se le varietà comuni da noi raramente raggiungono i 40), dotate di una radice a fittone ingrossata la cui forma può essere a cono, a cilindro oppure tonda, di una lunghezza compresa tra i 10 e i 45 cm. I colori più comuni sono il bianco, il rosa e il nero.

Le foglie sono suddivise in lobi e comunque dentate. L’infiorescenza viene prodotta dopo il periodo invernale. In seguito vi sono i frutti a forma di siliqua, contenenti i semi.

Il ramolaccio è, dal punto di vista nutrizionale, ricco di virtù. È infatti una buona fonte di vitamina C oltre che di minerali, quali il fosforo e il magnesio. Data la sua buona conservabilità è stato usato a lungo come antiscorbutico, ma ha anche capacità diuretiche e depurative nei confronti del fegato e della bile.

E' coltivato per le sue radici rigonfie che variano da due a dieci centimetri di diametro e trenta centimetri di lunghezza. Quella che comunemente viene chiamata radice, in effetti è l'ipocotile, cioè la parte del fusto compresa fra le foglie e il colletto della radice propriamente detta.

Le radici contengono un olio piccante che conferisce un gradevole gusto pungente.

IL RAMOLACCIO IN BREVE
Tipo di pianta  Biennale erbacea
Altezza a maturità  Fino a 45 cm
Coltura  Semplice
Manutenzione  bassa
Crescita  veloce
Necessità idrica  Medio-alta
Moltiplicazione  semina
Esposizione  Sole/ mezz’ombra (in estate)
Terreno  Adattabile. Non troppo argilloso o con sassi
Rusticità  Molto rustico
Spazio tra le file  15/30 cm
Spazio sulla fila  10 cm
Temperatura/giorni per la germinazione  8-30 °C/ 4-8 giorni
 Il rafano è una pianta che va annaffiata con regolarità. Possiamo coltivarla in tutte le regioni d'Italia ma è importante evitare di lasciare che affronti lunghi periodi di siccità. Per una coltivazione domestica possiamo bagnare a mano semplicemente con l'ausilio dell'annaffiatoio. Per coltivazioni di più grandi dimensioni, invece, sarà necessario installare un sistema fisso di irrigazione che garantisca il giusto apporto idrico. Rispettando la stagionalità aumenteremo progressivamente gli interventi man mano che arriva il caldo più intenso. In primavera, ad esempio, può essere necessario annaffiare 2 volte a settimana e, se piove spesso, talvolta non è proprio necessario. L'importante è che l'acqua non manchi mai e che il terreno risulti sempre umido. L'annaffiatura sarà più intensa e frequente se abbiamo messo la pianta del rafano in un luogo soleggiato.

Semina rafano

rafanoIl periodo di semina di questo ortaggio è molto prolungato. Si può procedere dalla fine delle gelate fino almeno alla metà dell’autunno. Per un orto familiare è caldamente consigliata la semina scalare, lasciando passare tra una sessione e l’altra dai 15 ai 20 giorni. In questa maniera il raccolto sarà garantito per quasi tutto l’arco dell’anno.

La germinazione è molto semplice in quasi tutti i periodi dell’anno, visto che avviene in breve tempo (da 4 ad 8 giorni) anche a temperature molto basse o alte (tra gli 8 e i 30°C).

Fino a quando non intervengono le gelate è quindi consigliata la semina a dimora, a spaglio, con successivo diradamento. Nel cuore dell’inverno è invece possibile ottenere germinazioni in casa, su letto caldo. In questo caso l’ideale è utilizzare appositi vassoi alveolari o ripicchettare prestissimo le piantine direttamente a dimora, in maniera che la radice si sviluppi poi nel terreno definitivo.

Volendo avere un raccolto più omogeneo si possono però anche creare delle file distanziate mediamente tra i 15 e i 30 cm (a seconda della dimensione che raggiungerà) e lasciando almeno 5-10 cm tra uno e l’altro.

 Semina: si seminano a spaglio all'aria libera da marzo ad agosto ogni quindici - venti giorni.

 Terreno: preferisce terreno sciolto.

Avvicendamento e consociazione

rafaniIl ramolaccio gradisce la vicinanza di carciofi, bietole, rape, carote, sedano, indivia, spinaci, fagioli, fave, lattuga, melone, prezzemolo, piselli e pomodoro. La consociazione con la lattuga è assolutamente da consigliare perché riduce il sapore piccante.

Sono invece da evitare i broccoli, i cavoli, le zucchine, le patate e il cerfoglio.

Può tranquillamente precedere o seguire le più comuni colture orticole.

Consociazione: si consocia con lattughe, spinaci, carote, pomodori, fagioli. E' sconsigliata la coltivazione insieme ai cavoli.

Clima ed esposizione

Preferisce i climi temperati freschi, anche se dimostra una buona resistenza al freddo. Teme la siccità. Durante i mesi freddi l’esposizione ideale è sempre il pieno sole. Se invece coltiviamo il ramolaccio in altri periodi possiamo posizionarlo anche dove risulti un po’ più riparato. Soprattutto al Centro-Sud risultano durante l’estate più gradite posizioni parzialmente ombreggiate, specialmente durante le ore pomeridiane più calde. Ne trarrà giovamento anche il sapore, che diversamente potrebbe risultare troppo piccante.

La raccolta del rafano

Avviene quando le radici hanno raggiunto una grandezza tale da poter essere commerciate.

E' necessario non procrastinarne l'estirpazione, poiché il sapore della polpa potrebbe risultare alterato.

La raccolta si effettua dai due ai quattro mesi dopo la semina, a seconda del periodo di coltura. Il peso minimo si aggira sui 100 gr, ma dipende molto dalla specifica varietà. È importante che la radice si presenti ben croccante e soda, oltre che ricca di gusto. Se risulta ancora morbida, ricca di liquidi e poco aromatica è bene attendere ancora almeno una settimana.

Si procede estraendo le radici dal terreno aiutandosi con un forcone. Andranno quindi pulite e lasciate asciugare al sole per almeno un giorno, tagliando infine le foglie. 

IL CALENDARIO DEL RAMOLACCIO
Semina a dimora  Da febbraio a novembre
Semina su letto caldo  Da novembre a febbraio
Raccolta  Dai due ai quattro mesi dopo la semina

Terreno

terreno del ramolaccioIl ramolaccio sotto questo aspetto è piuttosto tollerante. Per avere ottimi risultati è però bene lavorarlo attentamente, rivoltando e sbriciolando le zolle fino almeno a 30 cm di profondità e liberandolo da eventuali radici e sassi. È infatti importante che il suo fittone non incontri ostacoli durante la crescita: potrebbero causare malformazioni o bloccare totalmente lo sviluppo.

È anche importante garantire un substrato capace di liberarsi velocemente dell’acqua in eccesso, mantenendosi però leggermente umido e fresco per un lungo periodo. Per ottenere questo è sempre bene migliorare la tessitura distribuendo abbondanti ammendanti organici (anche in concomitanza di colture precedenti) ed evitare eventualmente aree troppo argillose e pesanti.

Per ovviare ad un terreno poco drenante si possono predisporre dei dossi, alti almeno 15 cm, in cima ai quali inserire la nostra coltivazione. In questa maniera il drenaggio delle acque in eccesso sarà favorito.

 


Concimazione del ramolaccio

Il ramolaccio non è un ortaggio esigente sotto questo punto di vista. Può tranquillamente crescere sfruttando ciò che è rimasto delle concimazioni predisposte per le coltivazioni precedenti. Viene infatti inserito negli appezzamenti per chiudere i cicli di colture, anche dopo piante molto esigenti come le solanacee.

Teniamo inoltre presente che un eccesso di azoto è molto spesso causa di spaccature nelle radici.

Annaffiature e irrigazioni

rafanoLe irrigazioni devono essere regolari. Il terreno deve quindi risultare sempre umido, ma bisogna assolutamente evitare i ristagni idrici perché potrebbero essere causa di insorgenza di marciumi nella radice o a livello del colletto.

Al contrario l’aridità del substrato è da sconsigliare perché favorisce l’insorgenza di un sapore estremamente pungente, piccante e amaro.

Cure colturali

Il ramolaccio cresce con buona autonomia.

Mantenere l’appezzamento libero da infestanti è comunque sempre importante per evitare che queste soffochino la nostra coltura, oltre a rubare acqua e nutrimento. Nei primi tempi, però, è bene eliminarle operando con grande attenzione, soprattutto nei pressi del colletto: l’ideale è dedicarcisi molto spesso (in maniera da estirpare sempre esemplari appena spuntati) e solamente utilizzando le mani.

Al raggiungimento dei 15 cm di altezza si potrà invece cominciare ad utilizzare degli attrezzi per zappettare il terreno, liberandolo e rendendolo al contempo più penetrabile all’acqua.

Protezione dal freddo

Durante l’inverno, per evitare che temperature estremamente rigide (al di sotto dei -10°C) possano danneggiare la coltura, è bene predisporre uno spesso strato pacciamante a base di paglia, foglie o eventualmente stendere, specie durante la notte, uno o più strati di tessuto non tessuto. Queste operazioni non sono invece necessarie nel caso il terreno sia coperto da almeno 15 cm di neve. Questa, infatti, ha un ottimo potere coibentante ed è sufficiente per proteggere sia le radici sia la parte aerea dai venti freddi e dalle gelate.


Parassiti e malattie

peronospora su rafanoIl ramolaccio è di solito piuttosto sano. Nelle prime fasi della coltura, specialmente in primavera e in autunno, può però diventare preda di chiocciole e limacce. Per combatterle si può far uso di trappole a base di birra oppure predisporre delle barriere con della cenere, della farina di mais o dei gusci di uova. Solo in casi estremi utilizziamo prodotti appositi, ponendo la massima attenzione del caso vi siano animali domestici o bambini.

Un altro nemico piuttosto frequente è l’altisa: un piccolo coleottero che attacca il fogliame creando dei buchetti. In caso di forti attacchi si può avere una evidente riduzione della crescita. La loro presenza è massiccia con tempo secco e caldo. Un buon modo di prevenire questa problematica è impegnarsi con frequenti irrigazioni e mantenere il suolo sempre leggermente umido.

Altri parassiti, meno dannosi, sono: il grillotalpa, gli afidi, la nottua, la mosca bianca. Sono da segnalare anche casi di peronospora, mosaico, ernia, vaiolatura e ruggine bianca.

Conservazione

Il ramolaccio si conserva molto bene anche per un lungo periodo. Nello scompartimento apposito per verdure nel frigo riescono a restare ben croccanti e compatti per circa una settimana. Se vogliamo conservarli di più ci conviene metterli in una cassetta e coprirli con della sabbia umida. Poniamoli poi in un locale fresco, aerato e non umido.

Rafano, Ramolaccio: Varietò di ramolaccio

Alcune varietà molto conosciute sono: il bianco di Russia, il nero grosso lungo d’inverno, il Münchner Bier, il rotondo nero d’inverno. Interessanti anche il bianco tondo d’estate, il bianco di Strasburgo, il Black Spanish Long. Tra gli orientali segnaliamo Okhura, dal sapore delicato, il Rosa di Cina, Ilka, e il Tsukushi spring cross.

IL TARASSACO, DENTE DI CANE

Il tarassaco è una pianta molto comune: è diffusa in tutta la nostra penisola, soprattutto nei prati assolati e nei pascoli di montagna. È una delle spontanee più ricercate per i suoi innumerevoli utilizzi: in cucina diventa un ingrediente particolare da inserire, crudo, nelle insalate. Può però anche essere cotto insieme ad altre verdure a foglia dando all’insieme un gusto leggermente amaro.
Gli erboristi ritengono molto preziose radici e foglie, specialmente da inserire in tisane e infusi: sono dotate difatti spiccate virtù lassative e depurative. Non dimentichiamo inoltre che i suoi capolini dorati sono tra i più amati dalle api: troviamo quindi mieli in cui il suo nettare è prevalente ed è comunque sempre presente in quelli millefiori.

terassaco

Proprietà

Parti usate: Le foglie, i fiori e la radice.

Conservazione: I frutti devono essere consumati freschi; i fiori si utilizzano freschi o essiccati all'ombra e quindi conservati in vasi di vetro; la radice si essicca invece al sole una volta tagliata in sottili strati e quindi si conserva in sacchi di tela.

Uso: Uso interno: Succo e decotto delle foglie e delle radici; uso esterno: applicazione del succo fresco per combattere le verruche.

Note: Il tarassaco è ricco di vitamina C, B e A, glucidi, sali minerali e tannino. Grazie a queste sue proprietà è sempre stato considerato è utilizzato nella farmacopea popolare. 

Descrizioni e origini

tarassacoIl tarassacum officinale, detto comunemente dente di leone, è una erbacea perenne tra le più comuni, diffusa dal piano fino a 1600 metri. I suoi fiori giallo accesso, prodotti dalla primavera a metà autunno, sono tra i più riconoscibili ed evolvono in seguito nei particolari”soffioni”, molto amati dai bambini.

Cresce fino 30-50 cm di altezza, compresi gli steli fiorali. Ha radici fittonanti di color marrone medio provviste di piccole radichette secondarie. Le foglie basali sono dentellate, disposte a rosetta, lunghe fino a 20 cm. Sono di un bel verde medio con la nervatura centrale ben in evidenza.

I fiori, tipici delle Asteraceae, sono composti da ligule di un bel giallo oro e sono portati da lunghi steli a sezione tonda da cui fuoriesce un liquido bianco. Con l’avanzare del tempo vengono prodotti i frutti, acheni, collegati ad un “pappo”, un piumino a forma di ombrello che permette il trasporto ad opera del vento.

Storia e varietà

Il nome tarassaco ha etimologia incerta: alcuni sostengono che derivi dal greco e significhi “guarire”; altri invece lo collegano ad una parola araba che significa “cicoria dei prati”.

Questa pianta è raccolta e consumata fin dall’antichità; il suo uso intensivo è cominciato con l’influenza araba, a partire dal X secolo. Fino al 1800 erano disponibili solo le varietà spontanee; da quel momento i sementieri hanno messo a punto alcune cultivar molto produttive, adatte alla coltura negli orti a scopi alimentari e medicinali. Le più conosciute sono

- la “Vert de Montmagny migliorata” con foglie molto tenere. Produce abbondantemente e per un lunghissimo periodo

- la “Migliorata a fiore pieno”: molto compatta e con fiore pieno. Le foglie sbianchiscono autonomamente diventando tenere e dolci.

- La “Migliorata molto precoce”: anche questa con foglie tenere, produttiva già da aprile

- “Grandifolia” con foglie grandi, cresce fino a 60 cm e va a seme più lentamente.

Coltivazione

tarassacoLa coltivazione di questa erbacea è molto semplice. Possiamo farla crescere in un angolo del nostro orto, ma si adatta a vivere anche in vasi mediamente profondi. Un’ottima alternativa è di farla crescere spontaneamente nel prato lasciato al suo aspetto naturale: i passaggi con il tosaerba dovranno quindi essere ridotti al minimo indispensabile.

Esposizione e terreno

Si adatta a crescere in molte condizioni diverse di esposizione e di clima. Per avere i risultati migliori è bene però seminarlo in un’area ben soleggiata, con un substrato profondo, fresco e ricco di sostanza organica. Prediligiamo, se possibile, i suoli leggermente argillosi 

Semina

La semina può essere effettuata direttamente a dimora o in cassoni, dalla fine dell’inverno all’inizio dell’estate.

In pieno campo bisognerà cominciare in autunno vangando e rivoltando le zolle. Utile sarà spargere abbondante stallatico o altro ammendante. Tra marzo e aprile affineremo il terreno e creeremo delle file distanziate di circa 30 cm. Porremo un mucchietto di semi ogni 15 cm, copriremo e innaffieremo abbondantemente.

Nei cassoni possiamo invece spargere la semente a spaglio e tenere umido fino allo spuntare delle prime foglioline: a quel punto potremo diradare o ripicchettare delicatamente in contenitori singoli.

Cure colturali

fiori di tarassacoÈ una pianta molto autonoma, ma trae beneficio dalle frequenti irrigazioni. In mancanza di precipitazioni, specialmente nel Centro-Sud e sulle coste, è bene irrigare abbondantemente almeno due volte alla settimana. La frequenza va regolata anche tenendo conto della tessitura del terreno: suoli con una buona percentuale di sabbia o sassosi si asciugheranno più rapidamente e, di conseguenza, gli interventi andranno intensificati.

Assicurare un regolare apporto idrico è importante anche per procrastinare il più possibile la produzione degli steli fiorali e dei semi con conseguente minore produzione delle foglie (la parte edibile).

Malattie

In linea generale non teme i parassiti; se cresciuto in un’area ombreggiata sarà invece facile preda dell’oidio. L’unico rimedio consiste nell’eliminare tutte le foglie all’altezza delle radici e sperare che ricrescano sane.

 

Raccolta

fiore di tarassacoPiante ben mature per la raccolta delle foglie e delle radici si ottengono circa un anno dopo la semina.

Se vogliamo consumare il tarassaco crudo in insalata è bene limitare la raccolta ai primi mesi primaverili, con piante ancora giovani e tenere. Raccogliamo tutta la rosetta inserendo il coltello in profondità. Anche i fiori possono essere utilizzati, aggiungendo così un tocco di colore ai nostri piatti.

Se il nostro scopo è invece la cottura possiamo procedere tutto l’anno prelevando l’intera pianta o tagliandone solo delle parti.

Conservazione

Le foglie del tarassaco deperiscono velocemente: possono essere conservate al massimo per tre giorni nel frigorifero, avvolte in uno straccio o in carta assorbente inumidita. Per la conservazione più a lungo termine possiamo optare per una veloce sbollentatura e il trasferimento porzionato in freezer.

I boccioli possono essere raccolti e lavorati per ottenere un prodotto simile ai capperi.

Imbianchimento

Molti non amano l’intenso gusto amaro delle foglie del tarassaco. Per venire incontro a queste esigenze, e per rendere questa verdura più tenera, bisogna procedere all’imbianchimento. Questa tecnica viene usata comunemente anche per altri ortaggi quali i cardi, i porri, i finocchi, il sedano, le cicorie e vari altri tipi di insalate.

Durante il periodo vegetativo il metodo più pratico e sicuro per il tarassaco consiste nel coprire le piante con dei vasi capovolti, ostruendo attentamente tutti i buchi in maniera che non entri la luce. In alternativa è possibile legare le rosette molto strette coprendole con carta di giornale o plastica nera. Quest’ultima però, in caso di piogge o forte umidità, potrebbe causare marcescenze.

All’arrivo dell’autunno estraiamo le piante e lasciamole asciugare per qualche ora. Eliminiamo poi tutte quelle che mostrino tracce di marciumi o siano danneggiate da parassiti. Eliminiamo tutte le foglie interne e poi mettiamo i cespi distanziati, verticalmente, nei cassoni e copriamo con della sabbia.

In cucina

mazzetto di tarassacoDa crudo si sposa bene con altre verdure a foglia; il suo sapore amaro trova buoni abbinamenti con formaggi freschi, uova, pollame e pesce.

Le foglie cotte sono ideali nelle torte salate e nelle frittate.

I boccioli chiusi vanno lavati delicatamente e poi asciugati. Li potremo mettere sott’aceto (a scelta tutto aceto bianco oppure metà aceto bianco e metà di mele) oppure sotto sale (mescolandoli e coprendoli con la stessa quantità di sale grosso).

Nel primo caso li scotteremo nel liquido, cui avremo aggiunto un po’ di sale. Dopo averli scolati li lasceremo asciugare tutta la notte; li porremo poi in vasetti sterilizzati e coprendoli con dell’olio. Potremo consumarli dopo tre settimane dalla chiusura.

Le radici di tarassaco, raccolte, torrefatte e polverizzate, vengono utilizzate come un succedaneo del caffè, come si fa con quelle di cicoria.

Usi erboristici

Il tarassaco trova innumerevoli usi in erboristeria: è infatti ricco in vitamine e sali minerali.

In particolare le foglie sono un’ottima fonte di vitamina A, ma non va sottovalutata la loro dotazione della C, E e di quelle del gruppo B. Possono inoltre vantare una interessante quantità di sali minerali, in particolare di magnesio, calcio, fosforo e potassio.

Tutte le parti sono note per le loro virtù toniche, depurative e diuretiche.

Decotti e tisane sono ottimi per attivare le funzioni renali: possiamo preparali noi stessi mettendo un pugno di foglie e radici in un litro d’acqua e lasciando sobbollire per una mezz’ora. I migliori risultati si ottengono bevendone almeno due tazze al giorno.

Il succo di tarassaco è un toccasana per la pelle: frulliamo le foglie con un po’ di yogurt e un cucchiaio di olio di mandorle. Applichiamo sulla pelle e aspettiamo una mezz’ora prima di risciacquare accuratamente. Avremo un viso tonico, depurato e reidratato.

Evitiamo invece di usare direttamente il lattice che fuoriesce dagli steli: può causare allergie e arrossamenti cutanei.

Tarassaco, Dente di cane, Cicoria selvatica - Taraxacum officinale: Il miele di tarassaco

E’ un miele dalla consistenza cremosa, color giallo intenso, che cristallizza molto facilmente. Il suo sapore è dolce, molto intenso e persistente. In purezza viene prodotto prevalente nel Nord della nostra penisola anche se spessissimo si riscontra in miscuglio con il salice o altre essenze primaverili.

LA BELLADONNA

La Belladonna è una delle piante medicinali più pericolose diffuse nell’area mediterranea; contiene un alcaloide, l’atropina, dall’effetto rapido ed inesorabile, che funziona come antagonista di alcuni neurotrasmettitori, diminuendo le secrezioni bronchiali, fermando l’azione del nervo vago e modificando il battito cardiaco. Contiene anche scopolamina e Hysociamina, altri principi attivi utilizzati oggi in medicina.

Si tratta di una pianta diffusa in natura, nelle zone incolte e soleggiate, che appartiene alla famiglia delle solanacee; l’atropina è contenuta anche nella Datura e nella mandragora.

La belladonna viene utilizzata in medicina da secoli; anticamente veniva utilizzata come anestetico, ma anche come potente veleno.

Belladonna
 

Caratteristiche 

Famiglia e genere   Solanaceae, atropa, belladonna
Tipo di pianta  Perenne semilegnosa
Rusticità  Abbastanza rustica
Esposizione  Mezz’ombra, ombra
Terreno  Leggero, drenato, calcareo
Irrigazione  Frequente
Concimazione  Su piante deboli con azoto e potassio
Colori  Viola, giallo
Fioritura  Da giugno a settembre
Propagazione  Semina, talea, divisione
Parassiti e malattie  Marciumi, coleotteri

La pianta generalmente chiamata belladonna è una perenne erbacea appartenente alla famiglia delle Solanaceae. Si può trovare come spontanea in Europa, Nord Africa, Asia orientale e in alcune parti del Canada e degli Stati Uniti. Il suo habitat naturale sono le zone montane e collinari dai 400 ai 1500 metri. Cresce meglio quando il substrato è alcalino, possibilmente con una componente calcica. In Italia si trova facilmente nelle aree alpine e prealpine e appenniniche di tutte le regioni.

È molto conosciuta perché sia le sue foglie sia le sue bacche risultano essere estremamente tossiche visto che contengono un alcaloide molto potente. Gli effetti dell’ingestione di parti del vegetale comprendono deliri e allucinazioni. A partire da questa pianta viene ricavata una droga denominata atropina. È conosciuta da moltissimo tempo e il suo utilizzo in medicina e cosmetica è antichissimo. Prima del Medioevo era comunemente impiegata come anestetico durante le operazioni chirurgiche. I romani erano usi utilizzarla come veleno. Venne infatti utilizzata per uccidere le mogli di alcuni imperatori. Era inoltre comune bagnare con l’estratto la punta delle frecce da utilizzare per la caccia.

Il nome atropa deriva dal greco e fa riferimento ad Atropos, una delle tre Moire della mitologia, quella che si occupava di tagliare “il filo della vita”.

Il nome belladonna è di origine italiana e fa rifermento all’usanza medievale e rinascimentale di usare questa pianta per indurre la dilatazione della pupilla e rendere gli occhi più attraenti.

Descrizione generale

Si tratta di una erbacea perenne caratterizzata di solito da una base legnosa o semilegnosa e un apparato radicale legnoso. Può crescere fino ad 1,5 metri di altezza. Le foglie sono ovate lunghe fino a 18 cm, verde scuro. I fiori campanulati, ascellari, compaiono tra giugno e luglio e sono viola con stami verdi recanti leggero profumo. La produzione può andare avanti continuativamente fino a settembre. Vi è anche una varietà che produce fiori gialli ( lutea).

I frutti sono delle bacche inizialmente verdi che col tempo virano al viola scuro quasi nero, lucide. Il diametro è di circa 1 cm. Il gusto è dolce e sono un cibo appetito dagli animali che ne espellono poi i semi favorendone la diffusione.

E’ una pianta raramente introdotta dall’uomo nei giardini perché poco gradevole esteticamente. Riesce però spesso ad arrivarvi come spontanea a causa della sua facilità di propagazione legata al trasporto dei semi tramite uccelli o altra fauna selvatica. Viene considerata un’infestante in molte aree (specie negli Stati Uniti).

Ad ogni modo la coltivazione casalinga non è semplice perché la germinazione dei semi avviene solo dopo una lunga vernalizzazione o, come abbiamo detto, per effetto del passaggio nello stomaco di un animale, È inoltre molto sensibile ai marciumi radicali e necessita quindi, almeno nei primi tempi, di un suolo ben drenato e asciutto.

 L’utilizzo in medicina

Belladonna

Nella farmacopea moderna gli alcaloidi contenuti nella belladonna vengono utilizzati in vari ambiti della medicina; sicuramente l’utilizzo più diffuso e comune è quello della atropina: questa sostanza se instillata nell’occhio, dilata le pupille, mantenendole dilatate in qualsiasi condizione di luce per alcune ore.

Questa proprietà è conosciuta da chiunque sia stato sottoposto ad una visita oculistica, dove la pupilla dilatata permette di praticare alcune misurazioni altrimenti difficili.

Questa caratteristica della belladonna è anche quella che le deve il nome comune: anticamente infatti gocce di decotto venivano utilizzate per dilatare le pupille delle signore, in quanto caratteristica molto gradita, che esaltava la bellezza dei bulbi oculari.

Altri alcaloidi vengono utilizzati per preparare farmaci contro dolori addominali acuti, per diminuire i sintomi del morbo di Parkinson, per problemi cardiaci, per contrastare l’effetto di alcuni veleni, come barbiturici. 

Altri usi della Belladonna

Belladonnala belladonna veniva utilizzata per preparati contro gli stati dolorosi in genere, dall’ulcera ai dolori mestruali; anche l’utilizzo per problemi cardiaci è antico.

I sintomi da avvelenamento di belladonna, che comprendono stati di allucinazione, l’hanno resa interessante anche come droga, visto che basta consumarne alcune bacche, che hanno un sapore quasi gradevole; chiaramente chi ne ha utilizzato in questo modo non si rendeva bene conto dei pericoli a cui andava in contro, in quanto alcune bacche di belladonna possono risultare mortali, senza possibilità di contrastarne l’effetto in alcun modo.

La pianta

pianta belladonnabella donna è una solanacea molto diffusa in Italia; è una pianta perenne, che nelle zone con clima invernale mite si comporta quasi come un arbusto. Ha fusti semi legnosi, legnosi nella parte basale, e un bel fogliame verde scuro; in primavera produce piccoli fiori chiari, seguiti da bacche tonde, che a maturazione divengono di colore nero lucido.

La pianta no viene coltivata a scopo ornamentale, non solo per la sua pericolosità, ma anche perché non presenta alcuna attrattiva dal punto di vista decorativo; è un piccolo arbusto che passa inosservato, molti di noi avranno visto decine di piante di belladonna senza neppure farci caso.

Le bacche sono simili a grossi mirtilli, nere e lucide, e possono risultare invitanti, è quindi completamente sconsigliabile coltivarne in giardino, perché incauti bambini o animali domestici potrebbero essere spinti ad assaggiarle.Dove cresce la belladonna

clima belladonnaLa belladonna è una pianta che trova il suo habitat ideale nelle zone montane ad una quota di circa 1400 metri s.l.m.. Questa pianta cresce in maniera ottimale su terreni calcarei ed in zone umide, in particolar modo nei sottoboschi delle faggete. Cresce spontaneamente in moltissime zone dell'Europa centrale ma anche in Africa settentrionale e in Asia occidentale. Nel nostro Paese è possibile trovare la belladonna allo stato naturale nei boschi delle Alpi e degli Appennini.

Come coltivare la belladonna

Questa pianta raramente viene coltivata nei giardini. È infatti molto temuta la sua tossicità e, d’altro canto, dal punto di vista estetico, non si può dire che sia estremamente decorativa.

Viene invece coltivata in maniera intensiva perché vi è richiesta dei suoi estratti da parte dell’industria farmaceutica, fitoterapica e omeopatica. Il valore delle piante viene stabilito a seconda della quantità di alcaloide presente nelle radici. Ciò viene fortemente influenzato dalla presenza di terreno leggero, permeabile e calcareo. L’esposizione migliore sotto questo punto di vista è sicuramente quella a Sud-Ovest. La concimazione non deve essere abbondante se le piante sono robuste. Se invece faticano a crescere possono essere aiutate tramite l’utilizzo di letame, concimi azotati o scorie di Thomas. Ad ogni modo hanno forte influenza sui contenuti di alcaloide le condizioni atmosferiche: sono molto favorevoli le annate soleggiate e secche, anche se sono deleterie sotto altri punti di vista (parassiti).

Semina belladonna

Semina belladonnaCome abbiamo detto la semina della Belladonna non è affatto semplice. Prima di tutto i semi necessitano di essere vernalizzati, quindi passare l’inverno all’esterno (o nel frigorifero). Prima di porveli però è bene immergere i semi in acqua calda per uccidere un eventuale parassita che tende a nutrirsi dei germogli appena nati. Nel mese di marzo si possono inserire i semi in lettorino leggero, ben drenato e leggermente calcareo. La germinazione è molto lenta e può necessitare di quattro o sei settimane. Si consiglia comunque di utilizzarne parecchi perché la percentuale di germinazione non è alta.

Messa a dimora e cure colturali

Purtroppo è molto sensibile agli insetti e ai parassiti presenti nel terreno. Bisogna quindi, prima di introdurla in un appezzamento, preparare con attenzione la zona pulendo in profondità da semi, piante infestanti e altri veicoli di parassiti.

Il periodo migliore per il trasferimento in piena terra è maggio, in maniera da essere sicuri che non possano più esserci gelate. Scegliamo di metterla a dimora dopo delle piogge.

Queste piante amano particolarmente la mezz’ombra e l’ombra. Possono però venir danneggiate, specie quando giovani, dai freddi intensi tardivi. È quindi importante, almeno il primo anno dall’inserimento, coprirne il piede prima dell’arrivo dell’inverno con abbondante stallatico maturo e magari altro materiale adatto alla pacciamatura. Durante tutto il periodo di vita della pianta resterà sempre importantissima la pulizia dalle infestanti.

Dal terzo anno si possono cominciare a raccogliere le foglie utili a scopo medicinale. In genere si hanno due cicli di raccolta, uno a maggio e l’altro a settembre, badando a non spogliare completamente l’esemplare e scegliendo solo le foglie perfette, quindi verdi e non attaccate da parassiti.

A livello industriale quando le piante raggiungono i sei anni di età vengono estratte dal terreno, manualmente o in maniera meccanica. Le radici vengono poi lavate e asciugate per poi venir vendute.

Talea e divisione

belladonna

Una volta che si possiede la pianta è possibile moltiplicarla anche tramite talea di punta all’inizio dell’estate. Bisogna prelevare segmenti da circa 10 cm e inserirli in un composto molto leggero e tenuto costantemente umido, all’ombra. Aiutandosi con prodotti ormonali adatti si ottiene l’emissione di radici già nel giro di tre settimane. La divisione delle radici si effettua invece nel mese di aprile. Gli esemplari vanno estratti dal terreno e suddivisi in maniera che ogni pezzo di radice abbia almeno un germoglio.

Parassiti

I parassiti più temuti della belladonna sono senza dubbio i coleotteri. Questi infatti si nutrono delle foglie perforandole e rendendole inutilizzabili e invendibili. Gli attacchi vengono favoriti da un’esposizione troppo soleggiata e da un terreno arido. Bisogna quindi coltivare almeno a mezz’ombra e pacciamare attentamente il terreno per essere sicuri che si mantenga sempre umido. Si possono in alternativa utilizzare geoinsetticidi specifici o trappole con colla appositamente preparate.

Tossicità

Tossicità belladonna

La Belladonna è una delle piante più tossiche nell’emisfero orientale. Tutte le parti contengono l’alcaloide tropano. Le bacche sono il pericolo più grande, soprattutto per i bambini. Infatti hanno un aspetto molto attraente e un sapore dolciastro. Il consumo da due a cinque bacche può essere letale per un adulto. La parte però più tossica in assoluto è la radice, anche se la concentrazione di alcaloidi può variare notevolmente tra le singole varietà diffuse in diverse zone o a causa delle modalità di coltivazione. Ricordiamoci però che anche le foglie hanno una buona concentrazione e possono risultare fatali. Conigli, pecore, capre e maiali non hanno problemi nel nutrirsi della pianta e anche molti uccelli sono immuni e si cibano delle bacche e dei semi. I cani e i gatti invece sono sensibili e bisogna quindi prestare particolare attenzione. I principi attivi presenti sono: atropina, scopamina e L-giusciamina. I sintomi di avvelenamento più comuni sono: pupille dilatate, estrema sensibilità alla luce, vista annebbiata, tachicardia, perdita di equilibrio, mal di testa, sete, vomito, bocca secca, difficoltà e rallentamento nel parlare, allucinazioni, delirio e convulsioni. Nei casi più gravi si può giungere fino alla morte. Ad ogni modo l’atropina non è contenuta solo in questa pianta, ma più in generale in tutte le solanacee, più in particolare nella Datura stramonio, nelle patate (foglie e tubero non cotto), pomodori (nelle parti verdi). Gli antidoti migliori per questo avvelenamento sono la pilocarpina e la fisostigmina. Ad ogni modo è sempre importante rivolgersi il prima possibile ad un pronto soccorso e telefonare ad un centro antiveleni.

Usi

Cosmetici come abbiamo detto in passato era utilizzata per ottenere la dilatazione della pupilla. Infatti agisce bloccando i recettori dei muscoli dell’occhio. Attualmente è poco utilizzata in questo ambito perché comporta gravi effetti collaterali ed un uso continuativo potrebbe essere causa di cecità.

Medicinali la belladonna è stata utilizzata in erboristeria per secoli. Il suo uso principale era come anestetico, antinfiammatorio e miorilassante. Diffuso anche l’uso per alleviare i dolori mestruali, le reazioni allergiche. Le tinture, le polveri e i sali dell’alcaloide sono ancora prodotti e ricercati dall’industria per uso farmaceutico. Per esempio si utilizza in gocce per favorire l’esame degli occhi oppure è utile nel trattamento dei dolori gastrici. La belladonna, insieme ad altri estratti erboristici, venne utilizzata dalla regina Vittoria per il primo parto indolore.

 

 

LA BARDANA (ARCTIUM LAPPA)

Il nome botanico della bardana è ARCTIUM LAPPA ed è considerata uno dei coadiuvanti naturali più efficaci nelle terapie drenanti, depurative e disintossicanti, utile anche per la cura della pelle.

Parliamo della bardana, una pianta erbacea della quale si utilizzano le radici raccolte prima della fioritura o nel periodo tardo-autunnale. Questa pianta cespugliosa  può raggiungere il metro di altezza ed è caratterizzata da un fogliame di forma cuoriforme, ondulato e dentato, grosse radici fittonanti e bei fiori color porpora che sbocciano prevalentemente durante i mesi estivi.

E’ molto diffusa in tutta la Penisola e predilige i terreni incolti e i sentieri di campagna o di montagna. Per la sua rapida riproduzione è considerata una pianta infestante. Pianta biennale molto diffusa che nasce spontaneamente nei terreni incolti, nei pressi dei boschi e vicino alle strade, ed è presente sia nelle zone di mare che in quelle di montagna, fino ai 1700 metri di altitudine. Il suo aspetto colpisce per le grandi e larghe foglie e per i piccoli fiori racchiusi in boccioli ricoperti da sottili e piccole lamelle appuntite.

Ma da dove viene la bardana?
A causa del suo aspetto ispido e peloso, l’origine etimologica della parola ‘arctium potrebbe risalire al greco ‘orso’, ma alcuni botanici attribuiscono il nome della specie al termine celtico ‘llap’ che significa ‘mano’, facendo riferimento alla capacità delle foglie di attaccarsi a qualsiasi cosa venga a contatto con loro.

Un tempo veniva utilizzata come antidoto contro i morsi di serpente e di cani rabbiosi proprio in virtù dei suoi piccoli uncini capaci di penetrare gli strati più superficiali della pelle.

Le proprietà della bardana: benefici per la salute

Da tempo immemore, è nota come pianta dermopatica, utilizzata per la culla delle principali affezioni cutanee, come dermatosi, psoriasi, acne, dermatiti, eczema e tante altre patologie legate a disordini metabolici e biologici. La pianta, infatti, è ricca di acidi fenolici dalle spiccate proprietà antibiotiche e antibatteriche: non a caso, è annoverabile tra i rimedi naturali per la cistite e diversi altri tipi di infiammazioni.

La radice contiene diversi principi attivi tra cui la inulina, sostanza in grado di drenare e depurare il sangue dalle tossine e da tutti i ‘rifiuti’ prodotti dall’organismo durante il metabolismo. Questo la rende un ottimo coadiuvante in tutte le terapie depurative e drenanti per fegato, reni intestino e pelle. La sua azione ipoglicemizzante, inoltre, è indicata anche per la cura del diabete.Studi eseguiti a fronte degli usi della medicina popolare hanno confermato gli effetti benefici come depurativo, antisettico, ipoglicemizzante, COLERETICO, ANTIREUMATICO. Il migliore impiego della bardana riguarda i disturbi della pelle, le dermatosi, l’acnegli eczemi, che la bardana combatte sia tramite l’uso interno che l’uso esterno.

bardana
 

Bardana: ne conoscete proprietà e modi di utilizzo?

Dall’interno svolge un’attività drenante, grazie agli acidi alcolici che facilitano l’eliminazione di tossine dall’organismo e con miglioramento dell’attività di reni, fegato, intestino, bile e normalizzano le ghiandole sebacee. L’assunzione interna può avvenire tramite decotti e tintura madre di foglie fresche, mentre dall’esterno si possono eseguire impacchi e lozioni che migliorano l’aspetto di pelli grasse e acneiche

La bardana è una pianta officinale utilizzata fin dall'antichità, diffusa allo stato selvatico in tutta Europa e in Asia; se ne utilizzano prevalentemente le radici, ma anche le foglie, fresche o disseccate. i principi attivi in essa contenuti vengono sfruttati prevalentemente preparando decotti di radici o di foglie, da bere o da applicare alla pelle; in erboristeria possiamo trovare anche la tintura madre di bardana, che è possibile utilizzare diluita in creme cosmetiche.La Bardana deve il proprio nome alla forma ricurva del suo fiore; inoltre il fiore si caratterizza per il fatto di essere leggermente appiccicoso e nello stesso tempo difficile da togliersi una volta attaccato. Proprio per questa peculiarità, tipica dei fiori di Bardana, il significato attribuito alla stessa è quello di riservatezza e ritrosità, proprio a significare la tendenza naturale della pianta a allontanare dal proprio contatto.Da sempre la bardana viene sfruttata per le sue proprietà depurative e stimolanti dell'apparato epatobiliare; un tempo veniva utilizzata anche come antibatterico, nei casi di problemi gastrici, ulcere o artriti.Oggi in erboristeria la bardana viene utilizzata prevalentemente contro problemi di cute grassa, acne o foruncolosi; in commercio possiamo infatti trovare creme, tonici e detergenti a base di bardana.Se ne sconsiglia l'utilizzo durante l'allattamento e durante la gravidanza. 

LA MAGGIORANA

La maggiorana è una pianta erbacea, perenne, cespugliosa, originaria delle zone nord-occidentali africane e centrali asiatiche. Questa pianta appartiene alla famiglia delle Lamiaceae ed è conosciuta anche con il nome di Origanum majorana o Majorana hortensis. Per quanto riguarda il fusto della nostra maggiorana, questo appare eretto, di forma quadrangolare, di colore rossastro e con un’altezza massima di 1 metro. La pianta è ricoperta da una fitta peluria. Le foglie hanno una dimensioni piuttosto ridotta, una forma ovale, margini lisci e un corto picciolo. La peluria le ricopre completamente dando alle stessa un aspetto soffice e vellutato. Durante il periodo invernale la maggiorana perde completamente le foglie. I fiori sono bianchi rosati, raccolti in spighe e hanno la caratteristiche peculiare di essere ermafroditi. Sbocciano da giugno a settembre. Parlando del frutto dell' origanum majorana , questo presenta una colorazione piuttosto scusa e una forma ovale.
maggiorana
 

Tecniche colturali

coltivazioneL'origanum majorana viene coltivato in Europa come pianta annuale anche se è una specie perenne. Questo perché si tratta di una specie che non tollera assolutamente le temperature fredde e per questo, viene coltivata come perenne solo nei luoghi d’origine. Per crescere al meglio necessita di un’esposizione in pieno sole, dove le temperature sono miti e l’aria piuttosto calda. Se queste condizioni meteorologiche sussitono, anche l’aroma della maggiorana sarà più intenso. Per coltivare al meglio la pianta, il terreno deve essere asciutto. Non necessita inoltre di frequenti annaffiature ma di irrigazioni limitate che non provochino ristagni nel terreno. La pianta necessita maggiori irrigazioni solamente nella sua fase iniziale di crescita. 

LA MAGGIORANA IN BREVE
Famiglia, genere, specie  Lamiaceae, origanum majorana
Tipo di pianta  Erbacea perenne (coltivata anche come annuale), vivace, aromatica
Foglie  Verdi, caduche
Portamento  Cespuglioso
Altezza  Da 30 60 cm
Densità  6-9 al m2
Coltivazione  Semplice
Necessità idrica  Bassa
Crescita  Media
Propagazione  Seme, talea, divisione
Rusticità  Da mediamente a poco rustica
Esposizione  Sole
Terreno  Sabbioso, roccioso o povero
pH  Da subalcalino a subacido
Umidità del terreno  Ben drenato
Impiego  Angolo aromatico, orto, vaso
Clima ideale  Mediterraneo

La maggiorana è una specie di origano, il nome latino che la designa è infatti origanum majorana; come l'origano ha piccole foglie verdi, ovali o tondeggianti, ricoperte da una leggera peluria molto aromatiche se stropicciate; i piccoli fiori sono di colore rosato, e, come accade per l'origano, anche la maggiorana tende a produrre piccoli arbusti tondeggianti, che perdono il fogliame durante l'inverno, per ricominciare a germogliare in primavera, in modo da donarci ogni anno nuove tenere foglie. Le sue origini sono in Africa e in Asia, dove viene molto utilizzata, assieme al cugino origano, pur avendo un aroma più delicato. Ormai è presente, naturalizzata anche in Europa, e in particolare sulle coste del mediterraneo.

La maggiorana viene spesso utilizzata fresca, prelevandone i rami più giovani con l'aiuto di una forbice; le foglie possono però venire anche congelate, mantenendo tutto il loro delicato aroma. La maggiorana viene anche disseccata: in questo modo il profumo del fogliame cambia leggermente, pur restando molto aromatico.

Moltiplicazione

come moltiplicarloLa riproduzione della maggiorana avviene per seme, talea o divisione della pianta.

La prima tecnica consiste nel porre i semi della pianta in un semenzaio o vaso con terriccio fertile all’inizio della stagione primaverile. Il contenitore dei semi andrà tenuto in una zona d’ombra con temperatura dai 10 ai 13 C°. E’ opportuno mantenere il terreno costantemente umido fino a quando non si scorgerà il primo germoglio della pianta spuntare dal terreno. Una volta germogliate le piantine, sarà possibile spostarle in una zona più luminosa per permettere loro una crescita migliore.

La riproduzione per talea viene effettuata in giugno. Le talee della pianta devono essere lunghe 8-10 cm e piantate in un composto fatto di sabbia e torba. La temperatura ideale dell’ambiente deve essere intorno ai 10 C°.

Se si desidera moltiplicare la specie attraverso la tecnica della divisione della pianta occorrerà aspettare il mese di marzo o di ottobre.

Uso in cucina

Grazie al particolare aroma della maggiorana, la pianta viene spesso usata in cucina per insaporire i piatti. Il profumo è molto simile a quello dell'origano ma il sapore è molto più ricercato. Viene impiegato per realizzare portate a base di pesce, verdura e minestre.

Un altro utilizzo dell' origanum majorana è per preparare te e tisane.

Storia della Maggiorana

La maggiorana è conosciuta e utilizzata già anticamente, da tutti i popoli del bacino del Mediterraneo. Le prime testimonianze scritte del suo impiego ci vengono dai Greci: apprezzavano particolarmente le sue virtù toniche e aperitive. Entrava anche a far parte di unguenti atti a combattere i dolori reumatici, insieme a timo, salvia, basilico e miele.

Recenti analisi hanno inoltre rilevato che gli oli essenziali di maggiorana venivano impiegati dagli Egizi per le pratiche di imbalsamazione, probabilmente per le loro virtù antisettiche.

Queste caratteristiche la resero popolare anche durante il Medioevo, specialmente nelle officine erboristiche legate ai conventi: veniva tradizionalmente abbinata al timo, in particolare negli sciroppi ad azione sedativa ed espettorante.

La maggiorana è anche simbolo di felicità e benessere e nell’antichità veniva associata al culto di Venere. Era uso adornare le finestre delle fanciulle con dei mazzetti, per portar loro felicità e amore.

 Raccolta

raccolta maggioranaIn autunno si tagliano i rami lasciandone circa 10 cm dalla base. Il periodo migliore per raccogliere i rami della maggiorana è quello precedente alla fioritura, cioè aprile-maggio. In settembre ottobre si possono raccogliere le foglie da far essiccare. 

IL CALENDARIO DELLA MAGGIORANA
Impianto  Aprile-giugno
Fioritura  Giugno-agosto
Raccolta  Da giugno a ottobre
Potatura  Aprile-giugno
Ritiro invernale (al Nord e aree montane)  Novembre-aprile


Cure colturali

La coltivazione della maggiorana è molto semplice perché si tratta di una pianta poco esigente.

In piena terra le irrigazioni sono quasi sempre superflue, se si eccettuano i primi tempi dalla messa a dimora. Ricordiamoci che l’aridità del suolo non la spaventa ed è invece più facile causare marciumi radicali con interventi troppo frequenti (specialmente negli esemplari in vaso).

Per favorirne l’espansione è importante mantenere l’area libera da infestanti e il terreno morbido: le sarchiature periodiche sono quindi da consigliarsi.

A inizio del periodo vegetativo tagliamo tutti gli steli a pochi cm dal suolo per favorire la ripresa e la creazione di nuovi getti.

Coltivazione in vaso

Per ottenere buoni risultati è fondamentale curare il drenaggio (a base di ghiaia) e accertarsi sempre che il substrato risulti secco in profondità prima di distribuire acqua. La composta ideale si ottiene mescolando 1/3 di terra da giardino, 1/3 di sabbia di fiume e 1/3 di compost o stallatico maturo. Utilizziamo vasi di almeno 25 cm di diametro per altrettanti di profondità, possibilmente in terracotta (per favorire la traspirazione).

Clima per maggiorana

La maggiorana è in grado di sopportare qualche grado sotto lo zero, specialmente se il terreno è ben drenato e l’area poco umida. Nel Centro-Nord è consigliabile la coltivazione in vaso per poter ritirare gli esemplari in serra fredda, verso la metà di novembre. Nel Centro-Sud e sulle coste è invece possibile tenerla da perenne in piena terra, specialmente se possiamo inserirla in una posizione a Sud. Un valido aiuto ci può venire da una spessa pacciamatura a base di materiale di sfascio.

Raccolta e conservazione della maggiorana

La raccolta si può effettuare in qualsiasi momento, da maggio a ottobre avanzato. Il momento migliore è la mattina presto quando le foglie non sono stressate dal calore. Il massimo dell’aroma si ottiene prelevando gli apici muniti di capolini ancora chiusi.

È sempre consigliato il consumo immediato, ma se vogliamo conservare una parte delle foglie per la stagione fredda dovremo essiccarle il più velocemente possibile (in una zona ombrosa, ma ventilata o facendo uso di appositi essiccatori elettrici). Si conserveranno in barattoli ermetici, possibilmente al buio.

La maggiorana in cucina

La maggiorana è un aroma tradizionale di molte ricette italiane, in particolare delle aree costiere.

Questa erba assomiglia molto all’origano, ma in virtù del suo sapore più delicato si sposa meglio con verdure, carni e formaggi. L’ideale è inserirla sempre verso la fine della cottura: eviteremo che il calore possa rovinare le sue qualità organolettiche.

Classici sono gli abbinamenti con le noci, il coniglio e le frittate di verdure.

È utilizzata anche, insieme ad altre essenze, per la realizzazione di distillati alcoolici.

La maggiorana come erba medicinale

La fitoterapia moderna indica la maggiorana come un rimedio dolce per diverse affezioni: mancanza di appetito, problemi respiratori, digestione difficile, dolori intestinali e articolari. Dà sollievo anche nel caso di mal di denti e risulta un leggero calmante.

Le varie formulazioni ad uso orale trovano impiego nel calmare dolori muscolari, articolari o legati al ciclo mestruale. Agiscono anche come sedativo e possono quindi essere provate dalle persone ansiose.

Tramite inalazione sono preziose per favorire il dissolvimento del muco e la sua espulsione.

Come uso esterno è efficace per combattere afte, gengiviti e infezioni della bocca: entra infatti nella formulazione di molti colluttori per effettuare sciacqui e gargarismi.

L’olio essenziale può essere impiegato per massaggi: utile per calmare dolori e per curare lievi escoriazioni o piaghe.

Le foglie, per la preparazione di impacchi e decotti, vengono raccolte la mattina presto, seccate e ridotte in polvere. L’olio essenziale si ottiene invece tramite distillazione dagli apici fioriti.

Maggiorana - Origanum majorana: Principi attivi e dosaggio

I principi attivi più importanti sono i flavonoidi, gli acidi ursolico, fenico e oleanolico.

Per la preparazione di una tisana bisogna lasciare in infusione per 10 minuti 6 gr di foglie essiccate per ogni litro di acqua.

La tintura madre si utilizza nella misura di 20 gocce per bicchiere d’acqua.

Coltivazione

La coltivazione della maggiorana è semplice, già in febbraio possiamo seminarla in serra o in cassone caldo, diradando le giovani piantine e ripicchettando le piante all'aperto quando il clima comincia a scaldarsi, in aprile o maggio. All'inizio della primavera se ne trovano facilmente piantine già grandi in vivaio; volendo possiamo anche seminare direttamente a dimora in primavera. Le piante si posizionano in luogo ben soleggiato, e si annaffiano per i primi mesi di vita. Ben presto svilupperanno piccoli arbusti, che con il passare degli anni tenderanno anche a lignificare alla base; questi arbusti in genere non necessitano di grandi cure o di annaffiature, e, come accade per altre aromatiche, quali salvia o rosmarino, tendono ad accontentarsi dell'acqua delle piogge. A fine inverno è consigliabile potare gli arbusti a 10-15 cm da terra, in modo da ottenere un tappeto compatto di giovani germogli profumati. Se si vogliono ottenere più foglie è bene potare l'arbusto anche subito dopo la fioritura, per mantenerlo compatto.

Nelle zone dove l'inverno è decisamente molto rigido coltiviamo la maggiorana come annuale, oppure potiamola in autunno, fino al terreno, e pacciamiamo la zona sopra le radici, in modo da ripararle dal freddo intenso, e permettere alla pianta di rigermogliare in primavera. Può essere anche coltivata in vaso. 

Maggiorana - Origanum majorana: Utilizzo in cucina

La maggiorana viene utilizzata prevalentemente fresca, per insaporire sughi e insalate; essiccata invece viene usata al posto dell'origano, o assieme ad esso, per cucinare carni alla griglia, verdure, sughi contenenti pomodoro. Come accade per altre erbe, anche la maggiorana entra in quel fondamentale composto di erbe essiccate denominato "erbe provenzali".

Quando si prelevano le foglie per l'essiccazione, possiamo prelevarne anche i fiori, che risultano molto decorativi sul piatto di portata.

CARDO MARIANO

Il Cardo Mariano (Sylibum Marianum) è una pianta spinosa che presenta foglie colorate di bianco e viola. La pianta è originaria delle montagne della regione mediterranea. E' stata ampiamente esportata fuori dal suo territorio naturale come ad esempio in Iran, Nord America, Australia e Nuova Zelanda dove è ingiustamente considerata erbaccia invasiva. Le industrie farmaceutiche ne hanno allestito campi coltivati in Austria, Germania, Ungheria, Polonia, Cina e Argentina, mentre in Europa viene seminata tutti gli anni tra marzo e aprile. La raccolta ha due fasi, taglio e trebbiatura e si svolge nel mese di agosto, due o tre settimane dopo la fioritura. I semi di Cardo Mariano sono uno dei più importanti rimedi a base di erbe per il fegato. La silimarina contenuta in essi è un agente molto efficace soprattutto nei casi di intossicazione da funghi velenosi.Fonte foto
Pianta Cardo MarianoFonte foto ( http://2.bp.blogspot.com )
 

Effetti benefici

Cardo Mariano con apeFonte foto
 ( http://images.fineartamerica.com )Il Cardo Mariano è talvolta utilizzato come elemento decorativo nei giardini.Contiene una grossa mole di complessi fitoestrogeni che regolano la produzione degli ormoni femminili fondamentali per la salute della donna.Questa pianta un tempo godeva di grande considerazione nella medicina popolare, considerazione che è diminuita senza una motivazione apparente. Essa è ricca di sostanze terapeutiche preziose per la corretta funzionalità del fegato. Ha dimostrato secondo studi scientifici, un effetto protettivo contro molte tossine, incluse quelle dell'alcool, grazie all'alto contenuto di silimarina. Tra le funzioni che aiutano il fegato il Cardo Mariano ha anche quella di rigenerare le cellule epatiche danneggiate. In conclusione il principale estratto della pianta che viene usato in medicina si identifica sotto il nome di silimarina. Ci sono vari benefici non dimostrati con l'assunzione degli estratti di Cardo Mariano, tra i quali quello di ridurre i danni cellulari causati dai trattamenti di radioterapia e chemioterapia, di abbassare i livelli di colesterolo, ridurre la resistenza all'insulina nei soggetti con diabete di tipo due affetti anche da cirrosi, ridurre la crescita delle cellule tumorali nel seno, nel collo dell'utero e dei tumori alla prostata. La tradizione popolare la considerava utile come stimolante del latte materno. Le radici della pianta, raccolte in primavera, vengono usate anche in cucina, mangiate crude o bollite e imburrate per condire arrosti. La testa del fiore invece veniva mangiata in passato come il carciofo, mentre le foglie, una volta tagliate le spine, si possono bollire e diventare un buon sostituto degli spinaci o essere aggiunte crude nelle insalate.Usi tradizionali e culinari

 

 


Cardo mariano: Controindicazioni e modalità di assunzione

Semi di Cardo MarianoFonte foto ( http://denverspice.com )Gli effetti negativi del Cardo Mariano sono pochi: essa può avere un leggero effetto lassativo, poiché stimola la cistifellea con conseguente disidratazione, si consiglia di bere molta acqua nei giorni di assunzione, provoca raramente emicrania, senso di sazietà, irritabilità, gonfiore e insonnia. Questi disturbi spariscono del tutto dopo pochi giorni.Altri effetti collaterali estremamente rari possono essere: calo della libido, infertilità e difficoltà respiratoria. La preparazione di una tisana a base di Cardo Mariano è semplice, basta mettere due cucchiaini di semi tritati in una tazza e versare 150 ml di acqua bollente lasciando riposare per quindici minuti poi filtrare e bere una tazza mezz'ora prima di ogni pasto, per massimo tre settimane. Per la tintura di Cardo Mariano da assumere in caso di calcoli alla cistifellea, macerare 20 gr di semi in 100 ml di alcol 60%, dopo dieci giorni filtrare ed agitare. Assumere 20 gocce due o tre volte al giorno.

LA MALVA

La malva, il cui nome scientifico è Malva sylvestris, è una pianta erbacea cespugliosa appartenente alla famiglia delle Malvacee. E’ coltivata come pianta ornamentale e per le sue straordinarie proprietà fitoterapiche; è conosciuta fin dall’antichità grazie alle sue caratteristiche. Il nome “malva” deriva dal latino “mollire alvum” che vuol dire rendere molle e dal greco “malakos" che significa dolce e calmante; “sylvestris” significa selvatico. E’ originaria dell’Europa e dell’Asia; è diffusa in tutte le regioni mediterranee e montane e la possiamo trovare fino ad un’ altitudine di 1300 m; cresce spontaneamente nei campi, nei luoghi erbosi o lungo le strade.

La malva ha un fusto eretto robusto e ricoperto di peluria, con un’altezza che va da 30 cm a 1 m e una radice a fittone; le foglie hanno un lungo picciolo, sono costituite da 5 – 7 lobi, hanno i margini seghettati e sono ricoperte di peluria come il fusto; i fiori sono formati da 5 petali bilobati e sono di colore rosa tendente al viola(detto appunto color malva) con venature viola più scuro e si trovano all’ascella della foglia. Questa pianta presenta l’eliotropismo, cioè il fiore si muove seguendo gli spostamenti del sole, come avviene nel girasole.

Della malva si utilizzano i fiori raccolti all’inizio della fioritura e le foglie più giovani per preparare infusi e decotti. Foglie e fiori si conservano facendoli essiccare all’aria al riparo dai raggi del sole e poi posti in vasi di vetro. La malva ha proprietà idratanti ed emollienti (come indica il nome); se ne può preparare un infuso da aggiungere all’acqua del bagno o utilizzarla per preparare prodotti di bellezza; è inoltre diuretica, lassativa e sedativa; è usata per curare infiammazioni della bocca, delle vie digerenti, urinarie e respiratorie. E’ utilizzata anche per la creazione di saponi, dentifrici e colliri. I germogli e le foglie giovani si usano anche in cucina crudi o cotti conditi con olio, limone e sale.La Malva Sylvestris è una pianta Euroasiatica (è presente infatti dal Giappone all'Europa), dei climi temperati e medio freschi. In Italia è presente in quasi tutto il territorio fino ai 1400 metri di altura. Si incontra facilmente anche ai lati delle strade,nei campi incolti e negli ambienti ruderali. La Malva Sylvestris è una pianta perenne di tipo erbaceo, con fusti che arrivano a misurare anche un metro di altezza, foglie a forma palminervia ( foglie con nervature disposte a ventaglio), e fiori tendenti al viola chiaro.La sua fioritura di solito và da Maggio a Ottobre, ma chiaramente varia dalla zone e dall'altitudine. La Malva Sylvestris fa parte della famiglia delle Malvacee, famiglia che etimologicamente prende il nome dalla parola greca "malàkhe" che significa emolliente, appunto proprio per le sue proprietà benefiche.

la pianta di Malva Sylvestris
 
Usi terapeutici della Malva Sylvestris

La Malva Sylvestris ha vari usi e utilizzi nella medicina naturale. Ricca di una sostanza chiamata mucila,una fibra presente in poche rarità botaniche, per esempio è un ottimo espettorante e antinfiammatorio delle vie respiratorie. Buon anticatarrale, è molto efficace anche in casi di tosse secca, faringiti, dolori pettorali e infezioni delle vie respiratorie. La stessa sostanza chiamata mucila è un vero toccasana per i problemi infiammatori dell'apparato digerente, come colite ulcerosa, gengiviti, palato secco, ardori di stomaco e stipsi. Ottima in caso di acne o irritazioni della pelle, per via delle sue proprietà emollienti, si può usare a livello cutaneo anche per le punture di insetto o come tonico facciale. Inoltre l'infusione è anche un ottimo collirio per chi soffre di secchezza di occhi. 

Controindicazioni della Malva Sylvestris

Tutte le piante hanno livelli di tossicità noti. Per questo esistono controindicazioni a tutti i rimedi naturali e erboristici se si superano le dosi consigliate. La Malva però non ha questo problema. Chiaramente gli estremi di abuso possono causare piccoli disturbi, ma usualmente niente di eccessivamente molesto. Per esempio, se si usa la Malva Sylvestris per trattare la stipsi, l'eccesso potrebbe causare un poco di diarrea, ma questo chiaramente succede solo se vengono assunte dosi estremamente eccessive. In dosi consigliate o leggermente superate, la Malva non possiede controindicazioni. L'unico problema potrebbe insorgere in caso di essere soggetti a rarissime allergie e/o intolleranze alle sotanze come malvina e malvidina. Rende ciò la Malva Sylvestris un rimedio raro se non unico nel mondo della erboristeria e medicina naturale.

Malva sylvestris come usarla

Infuso di MalvaLa Malva Sylvestris è preferibile raccoglierla nel periodo primaverile, prima che il fiore si sia aperto completamente. Le foglie possono essere usate anche per gustose ricette in cucina. Una volta raccolta, và lasciata seccare per alcuni giorni alla luce diretta del sole, per poi conservarla in un barattolo ermetico ( possibilmente di vetro) e lontano dalla luce solare. Il modo migliore per assumerla è il decotto, cioè ponendo l'erba secca in ebollizione per poi filtrare. Le dosi variano in base a cosa si vuole curare. Per esempio per la gengiviti, fare gargarismi per 10 minuti con un decotto di un cucchiaino di fiori di malva per tazza. Per la colite invece bere 3 volte al giorno un decotto di 30g. di fiori e foglie per litro di acqua, bolliti per almeno 20 minuti. La stessa quantità in caso di stipsi. Il collirio naturale di Malva Sylvestris invece si prepara bollendo 5g. di fiori e foglie in 200 ml di acqua, lasciar raffreddare e porre con una garza sterile. Queste sono solo alcune delle dosi e dei consigli, ma molti altri possono essere gli utilizzi della Malva Sylvestris. Attenzione sempre a non esagerare con le dosi.