FRUTTICOLTURA

31. gen, 2017

Le piante da frutto a foglia caduca sono costrette a subire l’azione dell’ambiente circostante, alternando periodi di crescita, quando le condizioni sono favorevoli, a periodi di stasi o di modesta attività metabolica, quando le condizioni climatiche diventano sfavorevoli.

La dormienza può essere quindi definita come una sospensione temporanea di crescita visibile di qualsiasi struttura della pianta contenente un meristema (tessuto costituito da cellule capaci di moltiplicarsi per divisione). L’uscita delle gemme dalla dormienza avviene in seguito alla loro esposizione per un certo periodo a basse temperature, cioè dopo che è stato soddisfatto il loro “fabbisogno in freddo”. Ogni pianta ha un proprio specifico "fabbisogno di freddo", con differenze anche molto marcate in base alla specie e alla varietà.
 

Il mancato soddisfacimento in freddo

Tuttavia, se l’inverno non è abbastanza lungo o freddo per consentire un normale completamento del riposo, si verifica un prolungamento della dormienza delle gemme. Gli effetti negativi del mancato soddisfacimento in freddo, possono essere osservati su ogni aspetto del ciclo di crescita della pianta e l’intensità dei sintomi è in rapporto alla gravità del mancato accumulo di ore in freddo.
 
Sugli organi vegetativi può manifestarsi la mancata schiusura delle gemme laterali e/o un germogliamento ritardato e scalare. In questi casi, la produzione è in genere molto scarsa e deprezzata dà frutti di minore pezzatura che talvolta si presentano anche deformi.

11. gen, 2017

L’insetto dannoso è stato catturato e ora è in fase di studio nei laboratori di San Michele. Il problema è causato dalle larve che si nutrono della polpa portando la frutta alla marcescenza

Si riproduce con una certa velocità e si sta diffondendo con altrettanta rapidità. Il primo rinvenimento è stato segnalato tre anni fa in Trentino, ma ora in allarme ci sono anche i servizi fitosanitari di mezza Europa in costante contatto con l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige per la corretta gestione dell’insetto.
Il piccolo moscerino dagli occhi rossi, che sta creando una certa preoccupazione tra i produttori di piccoli frutti, è infatti già da qualche tempo sotto la lente del Centro Trasferimento Tecnologico che ha attivato un capillare programma di monitoraggio e studio per individuare agrofarmaci ma anche sostanze naturali, come gli agenti di biocontrollo, in grado di combatterlo, stabilire i tempi d’intervento più corretti, e definire i livelli di sensibilità delle varie colture agrarie interessate.
“L’insetto “Drosophila suzukii” proveniente dall’Estremo Oriente –spiega Gino Angeli, responsabile dell’Unità fitoiarria- è stato rinvenuto in quasi tutte le vallate a sud della provincia. L’Istituto Agrario lo ha catturato ed ora è in allevamento nei laboratori di entomologia e del Centro di saggio di San Michele”. L’elevato potenziale riproduttivo e la rapidità dimostrata nel diffondersi attraverso il materiale infestato, fa ritenere nulla le probabilità di una sua eradicazione. L’Istituto di San Michele in collaborazione con l’Ufficio Fitosanitario provinciale e con APOT ha avviato un piano di monitoraggio territoriale che prevede l’esposizione in alcuni impianti di trappole per la cattura degli adulti.
Il problema è causato dalle larve che si nutrono della polpa portando la frutta alla marcescenza. Tra le colture ospiti certamente sensibili vi sono fragola, ciliegio, gran parte dei piccoli frutti, albicocco, susino, pesco, fico, ma anche alcune varietà di vite e di orticole.
Dal primo ritrovamento ufficiale in Europa, avvenuto nell’autunno 2009 in Trentino, il fitofago risulta ufficialmente diffuso in Trentino Alto Adige, Piemonte, Toscana e Campania. La sua presenza è stata pure segnalata in altre regioni italiane, in alcune regioni continentali della Francia, nel sud dell’Austria e in alcuni distretti della ex Jugoslavia, il che fa presumere che la diffusione del dittero sia ben più vasta di quanto risulti ufficialmente.

11. gen, 2017

Consumare più di un seme grande o tre piccoli di albicocca (armelline) crudi a pasto può far superare i limiti di sicurezza. I bambini piccoli che consumino anche solo un piccolo seme di albicocca rischiano di superare la soglia

Nei semi di albicocca è presente un composto di origine naturale, chiamato “amigdalina”, che si trasforma in cianuro una volta ingerito. L’avvelenamento da cianuro può causare nausea, febbre, mal di testa, insonnia, sete, letargia, nervosismo, dolori di vario genere ad articolazioni e muscoli, oltre a caduta della pressione arteriosa. In casi estremi è fatale.

Gli studi evidenziano che un quantitativo compreso tra 0,5 e 3,5 milligrammi (mg) di cianuro per kg di peso corporeo può essere letale. Il gruppo di esperti scientifici dell’EFSA sui contaminanti nella catena alimentare ha stabilito un limite di sicurezza per l’esposizione occasionale (nota come “dose acuta di riferimento” o "DAR") di 20 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo. Ovvero 25 volte meno della più bassa dose considerata letale.

Sulla base di tali limiti e dei quantitativi di amigdalina normalmente presenti nei semi di albicocca crudi, gli esperti dell'EFSA stimano che gli adulti possano consumare un quantitativo pari a un seme grande o tre semi piccoli di albicocca (370 mg), senza superare la DAR. Per i bambini piccoli il quantitativo sarebbe 60 mg, equivalente a circa mezzo seme piccolo.

Ciò non riguarda l’albicocca come frutto

Un normale consumo di albicocche non pone rischi per la salute dei consumatori. Il seme si trova all’interno del nòcciolo dell’albicocca. Lo si ottiene schiacciando e rimuovendo il duro guscio legnoso. Perciò il seme non è a contatto con la polpa.

Si ritiene che la maggior parte dei semi di albicocca crudi in commercio nell'UE siano importati da Paesi extraeuropei e venduti ai consumatori tramite Internet. I venditori li promuovono come alimento antitumorale e alcuni caldeggiano l'assunzione di 10 o 60 semi al giorno rispettivamente per la popolazione in genere e per i malati di cancro.

Valutare i pretesi benefici dei semi crudi di albicocca per curare il cancro o per ogni altro uso non riguarda il mandato di sicurezza alimentare dell'EFSA e non atteneva perciò questo parere scientifico.

L'EFSA ha consultato i propri partner negli Stati membri dell'UE per discutere questo parere scientifico e le precedenti valutazioni di autorità nazionali (vedi il rapporto seguente). Questa valutazione del rischio fornirà informazioni utili ai gestori del rischio della Commissione europea e degli Stati membri, che regolamentano la sicurezza alimentare nell'UE. Saranno essi a decidere se occorrano misure per tutelare la salute pubblica dal consumo di semi crudi di albicocca.

 

11. gen, 2017

Nuovi filoni di attività per valorizzare la biodiversità genetica e migliorare la qualità nutrizionale e salutistica della frutta e degli agrumi: dalla mild technology alla cosmetica. Esaltare le proprietà salutistiche grazie alla ricerca

Il CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) sta sviluppando attività di ricerca per valorizzare la biodiversità genetica e migliorare la qualità nutrizionale e salutistica della frutta e degli agrumi.

Alla qualità e salubrità della frutta e agli aspetti nutrizionali deve comunque corrispondere una produzione sostenibile, con un ridotto uso di mezzi chimici e manodopera, e una maggiore conservabilità dei frutti per evitare sprechi. Anche per questo, particolare attenzione va dedicata alla conservazione della diversità genetica delle specie coltivate che rappresenta una risorsa importante per far fronte ai bisogni presenti e futuri dell’agricoltura. In quest’ottica, il miglioramento genetico in frutticoltura, oggi, è sempre più orientato verso il consumatore (frutti buoni, salutari e facili da consumare). Partendo dalla biodiversità naturale delle singole specie sono state ottenute diverse tipologie di frutto, in particolare per il pesco, grazie al sequenziamento del genoma. Queste innovazioni hanno condotto a diversificare i prodotti e il modo di consumare.

Il CREA ha, in quest’ambito di ricerca, realizzato una nuova tecnologia innovativa (mild technology) per la trasformazione delle arance in succhi senza alterarne le caratteristiche. Nello specifico questa tecnica, sfruttando la pastorizzazione del succo d’arancia a basse temperature (36°C) e a moderate pressioni (300 bar), riduce la quantità di microbi e i danni termici e ossidativi, consentendo la conservazione delle proprietà sensoriali, nutrizionali e organolettiche della spremuta fresca fatta in casa. L’esperienza ha prodotto risultati duraturi perché alcune aziende, attivando tale sistema di pastorizzazione, hanno immesso sul mercato spremute fresche 100 % di arance rosse con una durata commerciale di 20 giorni.

Altri studi hanno, inoltre, condotto alla creazione di nuove varietà di arance e di nuovi ibridi di mandarini precoci e tardivi, che estendono il calendario di maturazione, i mesi cioè in cui sono maturi naturalmente. Alcuni ibridi di mandarino sono di colore rosso, i primi esempi al mondo.

Il CREA ha dimostrato, attraverso test sulla pelle, l’effetto foto-protettivo di un estratto di arance rosse. Se introdotto in una crema, infatti, questo estratto ha una forte efficacia protettiva nei confronti dei danni provocati dall’esposizione alle radiazioni UVB della pelle. Gli effetti protettivi dell’estratto di arance rosse sembrano essere maggiori rispetto a quelli di un altro antiossidante naturale (il tocoferolo) comunemente utilizzato in cosmetica. Al momento questo estratto è stato commercializzato dall’azienda che ha partecipato alla ricerca. È stato inoltre verificato, attraverso studi su soggetti con diminuite capacità antiossidanti, il ruolo svolto dall’estratto di arance rosse nella protezione dell’organismo dall’attacco dei radicali liberi generati dal fumo delle sigarette. La ricerca, effettuata su un gruppo di fumatori in buona salute, ha dimostrato che, integrando la dieta con l’estratto aumentano i livelli degli antiossidanti naturali nell’organismo, riducendone conseguentemente lo stress ossidativo.

 

28. dic, 2016

Occorre evitare di perseverare negli errori del passato. Serve coordinamento tra i produttori per realizzare sufficienti economie di scala

Uno studio dell'Università di Bologna realizzato con la collaborazione del CSO e il cofinanziamento della Regione Emilia Romagna, mette a confronto la competitività economica dell'albicocco in diverse Regioni italiane, francesi, spagnole e greche. I risultati mostrano buone performance della produzione italiana ma occorre prudenza negli impianti per non eccedere nella offerta .

"Il settore dell’albicocco in Europa - dichiara Carlo Pirazzoli - sta attraversando una fase positiva, certamente confermata, oltre che dagli interessanti risultati emersi dalle elaborazioni, anche dall’entusiasmo che accompagna questa specie fra gli operatori del comparto frutticolo nazionale ed estero. La conseguenza di tale entusiasmo è, anche alla luce della crisi che coinvolge le altre principali specie frutticole europee, l’espansione della coltura, peraltro agevolata dal calendario di raccolta non particolarmente esteso e, quindi, suscettibile di ampliamento."

Proprio i consumi rappresentano una delle principali leve su cui agire, al fine di consentire al mercato di recepire l’atteso aumento di offerta senza incorrere in pericolose crisi ed inevitabili conseguenti cali dei prezzi. La produzione oggi in Europa raggiunge le 520.000 tonnellate e l'Italia e' il primo produttore. Sul fronte consumi i dati dell’ultimo decennio (fonte Gfk Italia) evidenziano una modesta tendenza alla crescita, non superiore all’1,5% su base media annua e, inoltre, con frequenti oscillazioni. Positivo è invece l’aumento che si riscontra nei consumi dei mesi di fine estate, prerogativa all’espansione delle cultivar a maturazione tardiva.

Un altro canale di sbocco dell'offerta è naturalmente rappresentato dall’esportazione verso mercati esteri, anche se occorre confrontarsi con un’accesa concorrenza proveniente dai vicini paesi competitori. I dati del biennio 2010/2011 (fonte Eurostat) sono certamente incoraggianti in questo senso, poiché l’export italiano è quasi raddoppiato rispetto ai volumi commercializzati nel periodo che va dall’inizio del millennio al 2009, senza contemporanee flessioni in termini di prezzo. Resta tuttavia forte la pressione competitiva di Francia, Spagna e Grecia: in particolare, la Francia detiene ancora una quota superiore ad 1/3 dei volumi complessivamente esportati dall’Ue, per un valore superiore al 40%. Al contempo, l’export complessivo dei paesi comunitari evidenzia una crescita piuttosto limitata in volume (+3,5% su base media annua nel decennio 2002/2011) ed ancora minore in valore (+0,8% nel medesimo periodo), segno di una tendenza all’impoverimento dei mercati di destinazione. È importante considerare che l’aspetto qualitativo dell’albicocca presenta vari attributi, ciascuno con proprie peculiarità e tendenze di mercato: ad esempio, in termini organolettici, particolare attenzione va posta al rapporto dolcezza/acidità, più apprezzata la prima in Italia e la seconda nel Nord Europa, mentre in termini estetico/visivi, più di altri frutti, nell’albicocca è apprezzata la colorazione più del calibro e della forma. A tale proposito, i gusti dei consumatori hanno evidenziato un’evidente tendenza a privilegiare cultivar a sfondo aranciato con sfaccettature di colore rosso vivo. Infine, un aspetto qualitativo determinante per l’albicocco è quello tecnologico, connesso alla lavorabilità delle cultivar, al fine di garantire che sulla tavola dei consumatori arrivi un prodotto integro e non danneggiato.

A margine delle considerazioni di mercato, non si può tuttavia dimenticare come, dal punto di vista agronomico, la resa produttiva sia certamente un aspetto determinante per la sostenibilità economica, poiché rese troppo basse non permettono adeguati livelli di redditività, soprattutto per le varietà che spuntano i prezzi più bassi, ma anche per le produzioni di più elevata qualità e quotazione nelle campagne negative. L’albicocco è, difatti, una specie dai costi di produzione decisamente alti, soprattutto se comparati con altre specie frutticole: in presenza di bassi quantitativi raccolti, che peraltro hanno anche l’effetto di rallentare la già contenuta resa dei cantieri di raccolta, l’onere da sostenere cresce rapidamente a livelli superiori a 0,80 Euro/Kg, ad eccezione di quelle aree dove si registrano i minori costi per i fattori della produzione.

In conclusione, come sintesi di quanto esposto, per il futuro dell’albicocco appare determinante la creazione di un sistema Paese coordinato, con la definizione di un’articolata logistica, dal confezionamento, al trasporto e fino alla distribuzione, che permetta di offrire una gamma produttiva rispondente alle esigenze dei moderni consumatori. Per l’albicocco, come per altre specie frutticole del nostro paese, il tessuto produttivo estremamente frammentato impone uno stabile coordinamento tra i diversi attori della filiera, privati e pubblici (istituzioni preposte alla ricerca e all’assistenza tecnica). Senza coordinamento e cooperazione è arduo realizzare quelle economie di scala e quelle azioni di valorizzazione che rappresentano la forza di una moderna e competitiva frutticoltura.