ENOLOGIA E VITICOLTURA

21. gen, 2017

 Terroir: dietro questo termine si nascondono non solo qualità uniche e specifiche di un vino ma, innegabilmente, anche enormi interessi commerciali, un fattore spesso usato per pura speculazione piuttosto che per la reale qualità di quello che si trova in bottiglia. Chiariamo subito ogni eventuale malinteso: il terroir è importante, anzi, importantissimo e può fare la differenza in ogni vino. Il terroir è sufficiente per fare un vino di qualità? I fatti raccontano che la risposta può essere sia positiva sia negativa. Quante volte un vino viene principalmente commercializzato solo per sfruttare il buon nome della zona nella quale è prodotto, senza curare - se non superficialmente - la reale qualità di ciò che è messo nella bottiglia? Eppure, dovendo essere superficiali in questa considerazione, tutti i vini di una certa zona godono, in termini generali, del medesimo terroir, pertanto anche il risultato dovrebbe esprimere, sempre in termini generali, la stessa qualità, o quanto meno, di una qualità piuttosto simile. I fatti però dimostrano che non sempre è così.

 
   

Che cos'è il terroir? In realtà, riferito al mondo del vino, la risposta è piuttosto complessa, mentre lo stesso termine utilizzato in altri ambiti, come il caffè e il tè, assume un significato relativamente semplice. A vederlo scritto o a sentirlo pronunciare, il termine non tradisce le sue origini francesi, paese nel quale si produce innegabilmente vino eccellente e che dal concetto di terroir - e da altri fattori - si è costruito un impero enologico. Un impero basato anche sui fatti, non c'è dubbio, non solo sul terroir. Secondo molti, spiegare esattamente cos'è il terroir riferito al vino, è un'impresa difficile, cioè che - sempre secondo alcuni - questo termine racchiude in sé così tanti significati tanto da non potere essere spiegato compiutamente. Tradotto in termini letterali, terroir significa suolo o terreno, tuttavia i francesi attribuiscono a questo termine un più largo significato, non necessariamente legato alla sola “terra”.

 Riferito al mondo del vino, terroir assume un significato piuttosto complesso, un insieme di fattori diversi e assolutamente tipici di un territorio piuttosto ristretto - spesso un singolo vigneto - tanto da impartire ai vini caratteristiche uniche. Questo è certamente vero: due vini prodotti con la medesima uva, anche dallo stesso produttore, ma provenienti da vigneti diversi, sono innegabilmente diversi. In questo i Francesi hanno pienamente ragione sul riconoscere e sostenere le diversità di ogni singolo vino in base al luogo di provenienza, non solo in base alle uve: concetti come cru e terroir hanno un valore enologico elevato. In fin dei conti, se è vero che un'uva può essere “trasferita” e coltivata in ogni luogo, le caratteristiche specifiche di un luogo sono sempre uniche e non replicabili altrove. Ci potranno eventualmente essere condizioni “simili”, ma in nessun caso perfettamente uguali.

 Il concetto di terroir comprende la definizione di fattori diversi, generalmente le condizioni che si creano in base al clima, morfologia del terreno, altitudine ed esposizione, caratteristiche geologiche del suolo e degli elementi minerali e organici che lo compongono, drenaggio dell'acqua, popolazione dei lieviti “indigeni” tipici del luogo e, non da ultimo, le pratiche e la cultura enologica adottata nella produzione. Di questi elementi, solo le pratiche enologiche sono “esportabili” altrove, vale a dire l'esperienza e come l'uomo utilizza questi fattori, tutti gli altri elementi non sono invece esattamente replicabili altrove. In altre parole, tanto per citare uno dei “soliti” confronti, lo Champagne può esistere solamente nella Champagne, il Franciacorta può esistere solamente in Franciacorta. Chi dei due sia migliore - considerazione sempre e comunque del tutto soggettiva e relativa - non ha molta importanza: ognuno è l'espressione del proprio terroir, nonostante siano talvolta prodotti con le stesse uve.

 Tutti questi fattori concessi a ogni luogo dalla benevolenza di Madre Natura, finiscono inevitabilmente per essere alterati o, per meglio dire, “interpretati” dall'operato dell'uomo, spesso esaltando le qualità uniche di ogni terroir, talvolta distruggendo il vantaggio offerto da questo patrimonio unico. Poiché il vino “non si fa da solo” e ha bisogno non solo di condizioni ambientali favorevoli ma anche dell'intervento dell'uomo, quest'ultimo fattore costituisce spesso una notevole differenza. In altre parole, se si dispone di uve di alta qualità e di un terroir eccezionale, non significa che il vino sarà anch'esso di alta qualità. Se l'intervento dell'uomo è così scellerato da distruggere in cantina queste condizioni, di certo il risultato non sarà esaltante. Viceversa, da un terroir mediocre si può produrre un vino parimenti mediocre se l'intervento dell'uomo è attento e scrupoloso, un vino pessimo in tutti gli altri casi. L'intervento dell'uomo può inoltre alterare il terroir in altri modi, come per esempio fare uso di lieviti selezionati in laboratorio anziché quelli indigeni presenti nel luogo: le caratteristiche del vino saranno diverse.

 Ancora una volta, anche se questo può essere un concetto non gradito a molti, la reale qualità di un vino è fortemente condizionata dall'operato dell'uomo che - nei casi più fortunati - può disporre di condizioni ambientali favorevoli, e che certamente contribuiscono al risultato, mentre in altri casi sono usati in modo deprecabile con risultati discutibili. Questo spiega anche il motivo per il quale non tutti i vini appartenenti alla stessa denominazione - cioè vini che nascono da terroir relativamente omogenei e simili - una volta versati nel calice sembrano essere non solo diversi, ma addirittura distanti. Il modo con il quale si utilizza il terroir diventa pertanto fondamentale e, in questo, l'intervento dell'uomo può fare la differenza. Senza nulla togliere agli innegabili meriti di un buon terroir, la qualità del vino rimane spesso una caratteristica legata al “fattore umano”, una scelta produttiva precisa e ricercata e che ha nel terroir uno degli elementi più importanti. Il fascino del terroir in un vino può spesso fare la differenza, anche per motivi puramente “psicologici”, ma a volte - assaggiando ciò che si versa in un calice - viene proprio da chiedere quanto quel produttore ha veramente capito del suo terroir!

21. gen, 2017

Le botti possono essere di forma rotonda oppure ovale, di dimensioni standard o realizzate su misura; sono costruite utilizzando Rovere (di Slavonia, austriaco o francese) oppure altri tipi di legno come Acacia, Frassino, Castagno, Ciliegio, ecc.
Le doghe vengono lavorate a tutto spessore (senza l’asportazione di buona parte del legno nella zona centrale/mediana per facilitarne e velocizzarne la successiva piegatura) e piegate a fuoco di legna diretto a temperatura controllata. La contemporanea umidificazione delle doghe con la necessaria e corretta quantità di acqua ne preserva l’elasticità.

Su richiesta ed in base alla tipologia del vino da invecchiare, le botti possono essere trattate con vapore (prima o dopo la tostatura) per regolare la concentrazione dei tannini nel legno.
Per garantire una lunga durata delle botti, oltre i 20 hl. di capacità i fondi vengono curvati per resistere meglio alla pressione del contenuto.

L’installazione degli accessori in acciaio (standard ed opzionali), l’attento collaudo con acqua ed il trattamento finale con una leggera mano di vernice traspirante, completano il ciclo di produzione.
Per rendere uniche le vostre botti possiamo eseguire sul fondo anteriore un intaglio in bassorilievo con il logo della cantina.

21. gen, 2017

UNO DEI MIGLIORI VINI DEL MONDO DEL XX SECOLO E' SENZA DUBBIO LA RISERVA DOCG DI BRUNELLO DI MONTALCINO DEL 1955 DI BIONDI SANTI DELLA FATTORIA IL GREPPIO

Vendemmia grande ed eccezionalissima. Andamento stagionale ottimale con primavera piovosa ed estate asciutta. Vendemmia asciutta. Il Brunello Biondi Santi “Riserva 1955“ è stato inserito da Wine Spectator tra i 12 migliori vini del XXº Secolo, unico italiano. Cambiato il tappo nel 1978 e nel 2000. È presente un leggero deposito di sostanze coloranti insolubilizzate semicristalline. Vengono vinificate solamente le uve provenienti dalle vigne di nostra proprietà. Per la degustazione mettere la bottiglia in posizione verticale, almeno una settimana prima, in modo da far ben concentrare sul fondo l´eventuale deposito di sostanze coloranti insolubilizzate. Stappare e scolmare un poco le bottiglie almeno 8 ore prima della degustazione.

Zona di produzione: Montalcino
Età dei vigneti: superiore ai 25 anni
Composizione 
del terreno:
di varie origini, comunque ricchi di scheletro. I migliori sono quelli galestrosi.
Esposizione 
dei vigneti:
a Sud, Sud-Est, Est, Nord-Est, Nord
Altitudine: tra i 300 ed i 500 metri
Uve: Sangiovese grosso 100%
Vendemmia: fine settembre
Vinificazione: in rosso
Maturazione: 4 anni in botti di rovere di Slavonia
Affinamento
in bottiglia:
minimo 6 mesi
 
Caratteristiche organolettiche:
 
Colore: rubino granato carico.
Profumo: molto intenso, caratteristico del Brunello Biondi Santi, complesso, goudron e pietra focaia, sfumano nel tabacco da pipa melassato.
Sapore: grande corpo e calore, grande razza, molto delicato ed armonico, persistente. Sublime!
Longevità: fino a 100 anni e più !!!
Temperatura di servizio: 18ºC
20. gen, 2017

QUESTI AROMI SARANNO AROMI PRIMARI SE DERIVERANNO DIRETTAMENTE DALLA BUCCIA DEGLI ACINI (TERPENI, ANZITUTTO), SECONDARI SE DIPENDERANNO DAI PROCESSI DI VINIFICAZIONE (ALCOLI SUPERIORI, ESTERI, ETERI), TERZIARI SE DERIVERANNO DALL'INVECCHIAMENTO (ALDEIDI,CHETONI, ACETALI,LATTONI). QUESTO SIGNIFICA CHE, CONOSCENDO L'ETICHETTA E QUINDI L'ANNATA E I VITIGNI USATI, SI POTRANNO DEGUSTARE A PRESCINDERE DAL VINO...

QUESTA RIMANE COMUNQUE UNA TECNICA DISCUTIBILE IN QUANTO OGNI VINO HA IL SUO FASCINO DI AROMI...

RICORDIAMOCI CHE IL VINO BIANCO E' PRIVO DI TANNINI. DIFFIDATE DA CHI VI DICE CHE QUEL BIANCO LI E' "DECISAMENTE ABBASTANZA TANNICO..." 

LA VINIFICAZIONE TRADIZIONALE IN BIANCO NON CONTEMPLA LA MACERAZIONE CIOE' IL CONTATTO DEL MOSTO CON LE BUCCE.... ESSENDO I TANNINI SOLO NELLE BUCCE E NON NELLA POLPA E' MATEMATICAMENTE IMPOSSIBILE CHE IN UN VINO BIANCO SIA PERCEPIBILE IL TANNINO

ESISTONO DELLE ECCEZIONI COME LA RIBOLLA GIALLA DI JOSKO GRAVNER CHE APPLICA UNA MACERAZIONE DI 7 MESI IN ANFORE INTERRATE, FATTE COSTRUIRE IN PERSIA. IMOLTI STANNO COMUNQUE SPERIMENTANDO LA MACERAZIONE DEI VINI BIANCHI COME QUELLA A FREDDO (CRIOMACERAZIONE). 

PER DARE PIU' COLORE AL VINO OCCORE PROLUNGARE LA MACERAZIONE MA PIU' SI PROLUNGA E PIU' IL TANNINO AUMENTERA'...SUCCEDE AD ESEMPIO PER IL NEBBIOLO CHE SE FATTO MACERARE TROPPO AVRA' UN TANNINO UN PO TROPPO SCORBUTICO E DOVRA' PASSARE MOLTO TEMPO PER AFFINARSI 

19. gen, 2017

Sebbene siano le malattie crittogamiche a preoccupare maggiormente i viticoltori non debbono essere trascurati nemmeno gli insetti. Tignoletta, zigena, cicaline ed acari possono infatti danneggiare la coltura e provocare seri grattacapi ai viticoltori. Nulla va sottovalutato

L’attenzione dei viticoltori è massima nel periodo compreso tra aprile-maggio e settembre, allorché possono comparire i sintomi di peronospora della vite o oidio o ancora di botrite. 
Tuttavia anche altri patogeni possono danneggiare fortemente la coltura, sia provocando lesioni sulla chioma e riducendo, di conseguenza, il potenziale fotosintetico della piante, sia incidendo direttamente sul grappolo d’uva e quindi sulla quantità e qualità della produzione.
Proponiamo una breve scheda dei principali insetti nocivi e delle tecniche di difesa maggiormente efficaci. 

Tignoletta della vite
E’ un lepidottero appartenente alla famiglia dei Tortricidi le cui larve polifaghe attaccano i fiori ed i frutti di molti generi botanici tra cui il genere Vitis le cui bacche sono danneggiate dai danni diretti ed indiretti ai grappoli. Oltre alla tignoletta i grappoli d’uva sono attaccati dalla tignola (Eupoecilia ambiguella) un altro lepidottero tortricide che rispetto al primo occupa un areale più settentrionale. 
L’insetto sverna come crisalide sotto il ritidoma del ceppo ed in primavera nel mese di aprile-maggio si ha la comparsa degli adulti della prima generazione. Le larve della seconda generazione sono quelle che più preoccupano ai fini della difesa, infatti sviluppandosi a carico dei grappoli possono provocare serie danni al vigneto. Il picco di questo secondo volo, rilevato con le trappole a feromoni, avviene mediamente in giugno, usualmente dopo la fase di allegagione. Le somme termiche che caratterizzano questo volo sono rispettivamente 1389 (indice Boller) e 486 (indice Tozeau). Nelle regioni peninsulari la terza generazione è quella che chiude il ciclo del lepidottero mentre nelle isole è possibile che si abbia una ulteriore generazione. Gli adulti della terza generazione compaiono nel mese di agosto il picco del volo si ha verso la fine del mese. Anche questa generazione, anche se meno dannosa della precedente, si sviluppa a carico dei grappoli e va tenuta sotto controllo per evitare danni ingenti. 
- Difesa
Come si evince dai dati sopra riportati, lo sviluppo della tignoletta è fortemente condizionato da fattori abiotici (temperatura, pioggia ed umidità relativa) e biotici. Soprattutto temperature superiori ai 33° C bloccano gli stadi di uovo e di larva di I età dell’insetto. Sono numerosi i nemici naturali (predatori, parassitoidi e patogeni) che esercitano una importante azione di contenimento della tignoletta della vite. 
Una difesa razionale della tignoletta non può prescindere dall’utilizzo di mezzi di campionamento quali le trappole a feromoni che sono in grado di descrivere la dinamica di volo dell’insetto. L’assenza di una correlazione tra catture ed infestazione impone un controllo dei grappoli per verificare l’effettiva pericolosità degli attacchi sul grappolo. La seconda generazione è generalmente l’unica a destare qualche preoccupazione e quando supera la soglia d’intervento di 5% di grappoli occupati da un glomerulo o più si procede al trattamento. 
Sempre più diffuso, per la difesa contro la tignoletta, è l’impiego di formulati microbiologici contenenti Bacillus thuringensis. La tossina prodotta da questo batterio agisce esclusivamente sulle larve per ingestione. L’efficacia dei trattamenti è fortemente aumentata dall’addizione del 1% di zucchero. L’applicazione con prodotti a base di B. thuringensis dovrà essere eseguita prima che inizi la schiusa delle uova. Al fine di raggiungere risultati comparabili ad un trattamento insetticida, la ridotta persistenza di questo prodotto impone un secondo intervento dopo circa una settimana o comunque prima della fine dell’ovideposizione. 
Tra gli insetticidi di quarta generazione, utilizzabili contro la tignoletta della vite si possono distinguere: i regolatori di crescita (IGR) e gli inibitori di crescita. Gli IGR (flufenoxuron, tebufenozide) sono composti il cui meccanismo d’azione è analogo a quello dell’ormone della muta (ecdisone). La loro somministrazione determina una muta prematura, con conseguente sconvolgimento del ciclo delle metamorfosi. Agisce per ingestione sulle larve di lepidotteri ed è selettivo verso acari ed insetti di ordini diversi dai lepidotteri. L’epoca del trattamento coincide circa con quella del Bacillus (inizio schiusura uova) ed anche in questo caso i risultati migliorti si ottengono ripetendo l’intervento 10-15 giorni dopo. Una strategia interessante, che permette di combattere la seconda generazione di tignoletta della vite, è stata sperimentata in Svizzera e consiste nel trattare con una miscela di B. thuringensis e IGR. Il Bacillus assicura l’eliminazione delle prime larve fuoriuscite mentre l’IGR, più persistente provvede a difendere i grappoli dalle larve delle ultime uova. Il trattamento sarà effettuato prima della schiusa delle uova e per aumentare l’efficacia larvicida del B. thuringensis si addizionerà 0,5-1 kg/hl di zucchero. 
Tra gli inibitori di crescita degli insetti il pincipio attivo più noto è il teflubenzuron. Questi prodotti agiscono sulle larve per contatto od ingestione e, per la difesa contro la seconda generazione dell’insetto, sono applicati dieci giorni dopo l’inizio delle catture con le trappole a feromoni e due settimane dopo il primo trattamento. Prima dell’avvento degli insetticidi microbiologici e di quarta generazione gli esteri fosforici ed i carbammati erano i prodotti più utilizzati contro la tignoletta. I vecchi prodotti hanno dalla loro una maggiore facilità d’utilizzo ed un costo minore ma per contro sono dotati di una alta tossicità e sono nocivi per la fauna utile. 
Una moderna tecnica per la difesa contro la tignoletta è la confusione sessuale. Questa pratica sfrutta la capacità dei feromoni di disorientare i maschi della specie in modo da non far incontrare i due sessi e non dar luogo agli accoppiamenti. I diffusori devono essere installati prima dell’inizio dei voli degli adulti. I limite di questa tecnica è che risulta applicabile solo su appezzamenti di grandi dimensioni (almeno 10 ha) che minimizzano l’effetto bordo o su vigneti isolati che minimizzano invece la possibilità di essere infestati da femmine ovideponenti che provengono da vigneti confinanti. Altra condizione per il successo di questa tecnica è la bassa densità iniziale della popolazione che riduca le possibilità di incontro casuale tra i due sessi. 

Zigena
E’ un lepidottero antroceride che si sviluppa esclusivamente sulla vite. Pur considerato un fitofago secondario può in alcune annate produrre danni considerevoli in special modo nelle fasce esterne di vigneti collinari. 
Le larve di questo lepidottero superano l’inverno all’interno dei tralci di vite. Nella primavera successiva, in prossimità della fase fenologica del germogliamento, fuoriescono dai loro ripari ed iniziano a nutrirsi delle gemme accecandole prima di completare l’intero sviluppo a spese di germoglie e foglie. Nel mese di giugno compaiono gli adulti dell’unica generazione annua dalle cui uova, deposte sulla pagina inferiore delle foglie, fuoriescono le larve che fino alla fine di luglio vivono a carico delle foglie e successivamente si riparano nella zona midollare dei tralci dell’annata dove attendono quiescenti la primavera successiva. 
I danni maggiori sono provocati dalle larve alla ripresa vegetativa che, quando numerose, possono arrivare a compromettere la produzione.
- Difesa
Normalmente i nemici naturali, quali microrganismi patogeni e insetti parassitoidi (Dibrachys e Apanteles) riescono a mantenere la zigena a densità lontane dal danno economico. Interventi di natura agronomica, quali il tempestivo allontanamento del materiale di potatura possono contribuire a contenere i futuri attacchi di questo fitofago. 
La lotta chimica sarà giustificata quando, nella fase di pre-germogliamento, il campionamento su almeno 20 viti rappresentative per ettaro permetta di contare almeno 6 larve per pianta o quando le gemme accecate superino il 2-3%. Vista la natura degli attacchi, i trattamenti potranno essere effettuati anche localizzati con prodotti a base di clorpirifos metile o fenitrotion microincapsulati. Anche i trattamenti contro la seconda generazione della tignoletta a base di B. thuringensis assicurano un soddisfacente controllo sulle larve appena nate.

Cicaline della vite
Questi due fitofagi appartengono all’Ordine dei Rincoti famiglia cicadellidi. Pur avendo un habitus alimentare essenzialmente polifago il loro ospite principale è costituito dalla vite. I danni che producono sono essenzialmente legati all’alterazione ed al disseccamento dei tessuti fogliari. 
Un altra importante cicalina che al contrario produce soprattutto danni indiretti è lo Scaphoideus titanus Ball che è il vettore di una importante malattia della vite quale la flavescenza dorata causata da un micoplasma trasmesso da parte della cicalina da una vite all’altra.
- Difesa
Normalmente le cicaline sono controllate efficacemente dai loro numerosi predatori (Crisoperla carnea, Orius sp.) e parassitoidi (Azotus atomus). Un utilizzo del carbaryl, per la difesa contro la tignoletta della vite, predispone sicuramente ad infestazioni di cicaline e acari negli anni seguenti. La difesa preventiva contro le cicaline è essenzialmente legata a tutte quelle pratiche colturali che limitano il vigore vegetativo delle viti, per cui sarà molto importante evitare gli eccessi nutritivi soprattutto per quanto riguarda l’azoto.
La difesa chimica non può prescindere da un monitoraggio dei fitofagi che viene effettuato attraverso due metodologie. Per le forme mobili, quali gli adulti, si utilizzano le trappole cromotropiche gialle in numero di 3 per ettaro e poste preferibilmente in alto al fine di migliorare la capacità di cattura. Le neanidi, incapaci di volare, vengono campionate mediante il controllo della pagina inferiore delle foglie. Le soglie di danno comunemente proposte sono due: 1-2 neanide/foglia; 25-50% di foglie occupate da due o più neanidi.
Nei riguardi dei prodotti da utilizzare contro le cicaline i disciplinari di produzione integrata molto spesso non prevedono trattamenti diretti ma solo misure profilattiche ed una difesa a basso impatto ambientale contro la tignoletta. 

Acari
Appartengono a due distinte famiglie: Tetranichidi ed Eriofidi. Il ragnetto giallo (Eotetranichus carpini) ed il ragnetto rosso (Panonichus ulmi) sono tetranichidi mentre gli agenti dell’acariosi (Calepitrimerus vitis) e dell’erinosi (Colomerus vitis) sono eriofidi. I tetranichidi sono caratterizzati da elevata polifagia infatti il ragnetto rosso ed il ragnetto giallo vivono oltre che sulla vite anche a spese di fruttiferi ed essenze forestali il primo e di numerose dicotiledoni spontanee e fruttiferi il secondo. Invece gli eriofidi attaccano esclusivamente la vite.
I sintomi più significativi inflitti dei ragnetti rosso e giallo sono legati alle punture che questi acari effettuano perforando l’epidermide fogliare e prosciugando il contenuto cellulare. Le foglie presentano una decolorazione giallo-bruna e tanto più precoce risulta l’attacco tanto maggiori sono i danni per la vite che avrà difficoltà nel lignificare i tralci e ad accumulare zuccheri nelle bacche.
L’acariosi della vite è legata alla presenza dell’acaro eriofide Calepitrimerus vitis. I sintomi più caratteristici e più pericolosi sono quelli precoci a carico delle gemme che non schiudono oppure danno vita a germogli stentati con foglie deformate, la pianta intera tende ad assumere un aspetto brachizzato con internodi fortemente raccorciati.
L’erinosi della vite è causata dall’altro eriofide che attacca la vite, il Colomerus vitis. I sintomi molto vistosi, sono caratterizzati da tacche feltrose sulla pagina inferiore delle foglie ed in corrispondenza di queste sulla pagina superiore si possono osservare invece delle estroflessioni cupuliformi coperte a volte di peli ipertrofici analoghi a quelli presenti sulla pagina inferiore delle foglie.
-Difesa
Il ricorso alla difesa chimica è da considerarsi eccezionale e condizionato dal confronto fra le percentuali d’occupazione degli acari fitofagi e dei fitoseidi. Questi ultimi assicurano una efficace lotta biologica nei confronti del ragnetto giallo e rosso, degli eriofidi e delle larve dei tripidi della vite. In assenza di prede i fitoseidi si nutrono di polline. Se dal campionamento risulta che le percentuali di presenza sulle foglie sono più elevate per i fitoseidi rispetto a quelle dei ragnetti giallo e rosso non si effetterà il trattamento. Una presenza di acari fitofagi sulle foglie superiore al 60%, indipendemente dalla presenza di fitoseidi, indica un cattivo funzionamento della lotta biologica. L’utilizzo delle soglie di tolleranza è una pratica comune e razionale anche se il livello di queste è difficilmente generalizzabile e l’ideale sarebbe l’individuazione di soglie strettamente legate alle singole situazioni locali osservando le dinamiche di questi fitofagi. 
Una volta presa la decisione di effettuare il trattamento bisognerà impiegare acaricidi a più elevata selettività che non danneggino l’acaro-fauna utile. Gli acaricidi del’ultima generazione sono gli inibitori dello sviluppo quali il clofentezine e l’hexythiazox che sono dotati di azione ovicida, larvicida e ninficida. Questi sono particolarmente attivi negli stadi immobili di uovo e crisalide. Contro gli acari è possibile una lotta biotecnica utilizzando gli oli che hanno un meccanismo d’azione fisico bloccando la respirazione