18. mar, 2017

Originario della Cina, Giappone e Indocina, ove è coltivato da moltissimi secoli a scopo religioso ed ornamentale.
Portamento piuttosto assurgente con spine corte, foglie di media grandezza, ellittiche con apice arrotondato di colore verde intenso.
Bocci di colore violaceo, fioriture principali in primavera ed autunno.
Produce caratteristici frutti gialli dalla buccia spessa, privi di polpa, con la parte apicale suddivisa in numerose sezioni fusiformi, appuntite, che ricordano l'aspetto delle dita della mano.

Il cedro appartiene alla famiglia delle Rutacee, al genere Citrus ed alla specie medica. 
È un piccolo albero a lenta crescita, alto fino a 4 m, che può assumere un portamento arbustivo, con un tronco basso. I rami sono irregolari e presentano delle corte spine pungenti all’ascella della foglia, quelli giovani sono rossastri o violetti; le radici sono fittonanti e si sviluppano in profondità.
Le foglie sono sempreverdi, con un profumo simile al limone, lunghe fino a 20 cm, ovate-oblunghe o ovate-lanceolate, con un margine leggermente seghettato ed un peduncolo in genere non alato.. I fiori sono ermafroditi o maschili per l’aborto dell’ovario, bianchi con diverse tonalità a seconda delle cultivar, riuniti da 3 a 12 in infiorescenze terminali; i bozzoli fiorali sono di colore rosso-violaceo. Il cedro è una specie rifiorente, infatti la fioritura è continua, può essere primaverile (marzo-maggio) estiva (giugno) o tardiva (settembre); i frutti migliori sono quelli che maturano ad ottobre, ottenuti dall’antesi di giugno. Il frutto è una bacca, detta anche esperidio, grosso 20-30 cm, oblunga o ovale, ruvida e piena di protuberanze, con un epicarpo verde che a maturazione vira al giallo pallido ed un mesocarpo bianco e molto spesso; epicarpo e mesocarpo costituiscono la buccia. La polpa è costituita da 5-12 spicchi e contiene numerosi semi monoembrionici. La buccia rappresenta il 70 % del frutto.

Clima e terreno
Il cedro preferisce i climi temperati caldi e subtropicali, rispetto agli altri agrumi è piuttosto sensibile al freddo, infatti può perdere le foglie in inverno. Le temperature ottimali per lo sviluppo vegetativo e riproduttivo variano da 23 a 25 °C e non inferiori ai 12 °C, mentre valori termici di 4 °C possono danneggiare la produzione. La pianta può essere esposta in pieno sole, però è meglio scegliere ambienti riparati nelle regioni a rischio gelate tardive e venti forti, altrimenti bisogna costituire dei ripari come palizzate in legno, siepi vive, o muri di cinta. Il cedro predilige i terreni sciolti, di medio impasto, argillosi, moderatamente calcarei, profondi, ricchi di sostanza organica, ben drenati e subacidi o neutri, rifugge i suoli compatti. È una specie originaria dell’Asia sud-orientale ed è coltivato nel bacino del Mediterraneo, in Medio Oriente, in India, in Indonesia, in Australia, in Brasile e negli Stati Uniti; nel nostro Paese la sua coltivazione si concentra specialmente in provincia di Cosenza, nella fascia costiera tirrenica.

Tecniche di coltivazione
La propagazione del cedro avviene per via vegetativa, impiegando tecniche quali la talea e l’innesto, il portainnesto principalmente impiegato è l’arancio amaro.
La forma di allevamento adottata è il globo a chioma piena, con le branche inserite sul fusto a 40-50 cm da terra. Questo sistema facilita le cure colturali come potatura e raccolta, protegge la pianta dall’elevata insolazione e dai venti forti, ostacola la crescita delle erbe infestanti intorno all’albero grazie all’ombreggiamento e favorisce una rapida entrata in produzione in quanto necessita di poche operazioni di potatura in fase d’allevamento. La potatura si effettua ogni anno, per attenuare l’alternanza di produzione, eliminando i rametti affastellati lasciando quelli ben distanziati, i succhioni, i rami secchi e malati. La concimazione viene eseguita durante l’autunno o a fine inverno col letame maturo. Il periodo estivo è caratterizzato dall’assenza delle precipitazioni, per cui bisogna intervenire con l’irrigazione. La raccolta va effettuata in giorno pieno, le produzioni si aggirano intorno ai 200 q/ha; i frutti vengono utilizzati per la preparazione di canditi e di bevande.

Parassiti
I parassiti animali più pericolosi sono gli acari ragnetto rosso e delle meraviglie, quest’ultimo sembra causare la mutazione del frutto nella cultivar Mano di Buddha, gli insetti cocciniglia cotonosa, oziorrinco e tignola della zagara, che provoca la colatura dei fiori; tra i parassiti vegetali si ricordano i marciumi radicali che si instaurano in condizioni di ristagni idrici. Per contrastare insetti ed acari vengono fatti monitoraggi e campionamenti, al superamento delle soglie di intervento si possono effettuare trattamenti chimici, tenendo conto della presenza degli insetti utili.

 

18. mar, 2017

I kumquat, o mandarini cinesi, appartengono alla famiglia delle Rutacee ed al genere Fortunella. Sono piccoli alberi a lenta crescita, alti fino a 3-4 m, che possono assumere un portamento arbustivo, molto ramificati, con rami fitti e dotati di spine. Queste piante differiscono dalle specie appartenenti al genere Citrus dal fatto che durante l'inverno entra in un periodo di letargo in cui non mette più nuove gemme o germogli. Le foglie sono sempreverdi, lanceolate, lunghe 4-8 cm, cuoiose, di color verde scuro sulla pagina superiore e più pallide inferiormente. I fiori sono bianchi, piccoli, solitari all’ascella della foglia o riuniti in gruppi all’apice dei rami; la fioritura si verifica prevalentemente in estate. I frutti sono delle bacche molto piccole, dette anche esperidi, lunghe 3-4 cm e larghe 2-3 cm, di forma e colore variabile a seconda della specie (o varietà), dolci ed acidule; la buccia aderisce alla polpa contenente 3-5 semi, il frutto è completamente commestibile.

Clima e terreno
I kumquat preferiscono i climi temperati caldi, però, a differenza degli altri agrumi, sono in grado di adattarsi anche a climi temperati tendenzialmente freddi, questo perché, come l’arancio trifogliato, possiedono un’elevata resistenza al freddo, sopportando senza problemi temperature di – 10 °C.
Queste piante richiedono estati calde, con temperature ottimali comprese tra 25 e 38 °C per lo sviluppo vegetativo e riproduttivo. Le esposizioni in ambienti soleggiati sono ideali, però meglio se al riparo dai venti freddi e dalla grandine. I kumquat prediligono i terreni sciolti, di medio impasto, fertili e con un buon contenuto di sostanza organica. Questi arbusti sono originari della Cina, precisamente nella regione del the in cui il clima è troppo freddo per consentire la coltivazione dei Citrus, e del Giappone; sono coltivati prevalentemente in queste nazioni, in minor misura sono presenti anche in Grecia ed in Florida.

Tecniche di coltivazione
La forma di allevamento adottata è il globo a chioma piena, con le branche inserite sul fusto a 40-50 cm da terra. Questo sistema facilita le cure colturali come potatura e raccolta, protegge la pianta dall’elevata insolazione e dai venti forti, ostacola la crescita delle erbe infestanti intorno all’albero grazie all’ombreggiamento e favorisce una rapida entrata in produzione in quanto i kumquat non richiedono interventi di potatura. Nelle nostre zone può essere coltivato in vaso a scopo ornamentale. La concimazione si effettua ogni anno a fine inverno con del letame maturo, contenente le sostanze nutritive che vengono rilasciate gradualmente. Durante l’estate, in caso di siccità, bisogna intervenire con l’irrigazione. La raccolta è scalare in quanto i frutti maturano da fine novembre a febbraio, oltre al consumo diretto le bacche sono utilizzate per la preparazione di marmellate e canditi.

Clorosi ferrica
Nel caso di terreni calcarei la clorosi ferrica si può manifestare già a partire dalla ripresa vegetativa; le foglie appaiono ingiallite e nei casi peggiori cadono, le piante fioriscono poco ed i frutti possono cadere in anticipo. I piccoli alberi di mandarino cinese sono particolarmente soggetti al fenomeno della clorosi ferrica perché il portainnesto utilizzato è l’arancio trifogliato, che risulta molto suscettibile alla presenza di calcare nel terreno. Alla manifestazione iniziale dei sintomi bisogna intervenire con prodotti contenenti chelati di ferro e degli altri microelementi, che li rilasciano gradualmente in modo da permetterne il rapido assorbimento da parte della pianta.

Parassiti
I mandarini cinesi sono piante attaccate da alcuni parassiti, soprattutto dalle cocciniglie che provocano un disseccamento dei rametti e delle foglie, una cascola o deprezzamento dei frutti ed un generale deperimento della pianta. Per contrastare questi insetti vengono fatti monitoraggi e campionamenti, al superamento delle soglie di intervento si possono effettuare trattamenti chimici con gli oli bianchi, tenendo conto della presenza degli insetti utili.

 

9. mar, 2017

Coltivare il mirto significa coltivare una delle piante aromatiche che è tipica della macchia mediterranea.

Il mirto ha un’origine controversa: c’è chi dice che sia originario dell’Asia minore  e c’è chi invece ritiene che la sua culla sia il   Nord Africa.

Questa aromatica ancora oggi cresce selvatica lungo i litorali, nelle siepi e nelle boscaglie.

E’ spontanea in quasi tutta l’area mediterranea dal livello  del mare sino a quasi i 500 m di altitudine.

Il mirto vegeta in tutto il mezzogiorno europeo ed è  diffuso specialmente in Grecia, in Italia, in Spagna ma lo si trova anche nella Francia mediterranea.

Amante  del caldo e del sole difficilmente si trova a suo agio nelle regioni a Nord delle Alpi.

Tuttavia vetusti esemplari di questa aromatica così affascinante prosperano lungo il litorali delle contee sud-occidentali dell’Inghilterra a causa del clima meno freddo perchè mitigato dalla corrente del Golfo.

Come coltivare il mirto è noto da tempi immemorabili.

Questa era una delle piante aromatiche già apprezzate dagli Assiri e dagli antichi Egizi per le sue proprietà  cosmetiche e curative.

Era una pianta sacra agli antichi greci che offrivano fronde di mirto ai loro defunti perché si diceva che ne crescessero dei boschetti nell’Ade dove queste antiche popolazioni situavano il regno dei morti.

Per questo motivo questa pianta, come oggi il cipresso, era considerata una pianta funeraria.

Una leggenda narra che Bacco, dovendo recarsi agli inferi per liberare la madre colpita dai fulmini di Giove, lasciasse in cambio della sua liberazione una pianta di mirto.

Tuttavia il mirto non è solo associato ai defunti  ma ha una simbologia duplice: simboleggia la morte ma anche  la vita,  la luce ma nello stesso tempo  le tenebre.

Questa pianta fu sempre associata a divinità femminili.

Nella mitologia greca molte eroine e amazzoni avevano nel loro nome la stessa radice di quella  del mirto come per esempio Myrine, Myrtò e Myrsyne.

Quest’ultima era una guerriera uccisa da giovani invidiosi della sua abilità in battaglia che Atena, impietosita per la sua sorte, trasformò in mirto.

Dal suo nome, dice la leggenda, deriva il nome di questa aromatica.

Roma era considerata “la città del mirto” e veniva così chiamata perché numerosi alberi di mirto esistevano nel territorio su cui fu fondata.

Coltivare il mirto nell’antica Roma era considerato un atto sacro.

Infatti questa pianta era consacrata a Venere dea della bellezza e se ne piantavano boschetti in suo onore.

Secondo Plinio coltivare il mirto nei luoghi pubblici significava onorare Venere affinchè questa dea offrisse la sua benefica energia di pace e bellezza.

Per questo motivo il mirto fu il primo albero ad essere piantato nei luoghi pubblici dove simboleggiava la vittoria ottenuta senza spargimento di sangue.

Una leggenda narra che, dopo il ratto delle Sabine, Romani e Sabini si riconciliassero  purificandosi con rami di mirto.

In ricordo della loro riconciliazione furono piantati ai piedi del Campidoglio due alberi di mirto.

Secondo un mito greco Afrodite, (Venere) la dea dell’amore, quando nacque dalla spuma del mare per coprire le sue nudità si rifugiò in un boschetto di mirti.

Ovidio, famoso poeta latino, modifica leggermente questa leggenda e narra che Venere, nata dal mare, copre le sue nudità con fronde di odoroso mirto.

Da quel momento la pianta fu sacra a questa dea e divenne il simbolo di una vita ricca di affetti e di fecondità.

Nella Roma antica corone di mirto venivano poste sul capo degli sposi durante il banchetto nuziale per augurare una felice e prospera vita coniugale, da qui il nome “Myrtus coniugalis”.

Anche nell’Antico Testamento il mirto è citato perché in Israele si intrecciavano ghirlande di mirto da offrire alle giovani donne quando andavano spose.

Durante il Medioevo questa aromatica fu associata all’amore coniugale e in particolar modo alla fedeltà e all’amore eterno.

Ancora oggi,  in Inghilterra e in Germania, si usa mettere nel bouquet della sposa rametti di mirto fiorito come buon auspicio per un matrimonio duraturo.

In molte cerimonie religiose il mirto si bruciava come l’incenso.

Coltivare il mirto era un tempo comune nei monasteri perché questa pianta simboleggia l’amore nelle sue varie manifestazioni: l’amore coniugale, quello passionale, quello casto e innocente e quello spirituale.

A causa della delicatezza e del candore del suo fiore il mirto è stato accostato anche alla Vergine Maria  come il simbolo della sua purezza e umiltà.

Inoltre si dice che dal suo legno emanino vibrazioni vitali.

Ecco perché in alcune culture si usava toccare i bambini appena nati con un ramo di mirto per propiziare la loro forza vitale e la gioia di vivere.

Come hai avuto modo di notare la storia del mirto è molto antica, complessa e affascinante ricca com’è di simbolismi e leggende come poche altre piante aromatiche possono vantare.

Vale davvero la pena di coltivare il mirto questa odorosa aromatica non solo utile e ornamentale ma anche così carica di storia. 

Descrizione di questo arbusto sempreverde

Il mirto appartiene alla famiglia delle Myrtacee, nome scientifico Myrtus Communis.

La pianta del mirto è un arbusto sempreverde che può raggiungere i 4 metri di altezza, ma generalmente rimane sui due metri di altezza, con rami esili che portano piccole foglie ovali, coriacee e persistenti, di colore verde scuro.

Le sue foglie, se sfregate, sprigionano un caratteristico profumo molto aromatico.

I fiori, intensamente profumati, crescono solitari, sono di colore bianco e sono formati da cinque petali piuttosto grandi che li rendono ornamentali e appariscenti.

La loro leggerezza, il loro colore candido che spicca fra il fogliame di colore verde scuro e brillante, i loro vistosi stami dorati fanno del mirto durante la sua fioritura un arbusto molto ornamentale.

I suoi fiori sbocciano tra maggio e luglio all’ascella delle foglie.

Nei mesi invernali maturano i suoi frutti che assomigliano a quelli del mirtillo.

In genere il loro colore è bluastro, ma ve ne sono varietà che hanno le bacche di colore bianco o rosso.

Coltivare il mirto è non solo utile ma anche appagante a motivo della sua bellezza che lo situa fra le piante degne di   adornare parchi e giardini.

 

Come coltivare il mirto

Il mirto vuole caldo, sole e terreno molto ben drenato.

Se assicuri queste sue esigenze coltivare il mirto diventa facile.

E’ una pianta per climi miti ma sopporta qualche lieve gelata se viene riparata.

Per esempio puoi collocarla contro un muro che la proteggerà dai venti freddi.

Se vuoi una pianta rigogliosa, che in estate ti donerà una spettacolare fioritura, prima di collocarla a dimora concima il terreno con un concime a lenta cessione.

Innaffiala periodicamente facendo però attenzione che fra un’annaffiatura e l’altra  la terra si asciughi bene.

Certo il mirto sopporta bene la siccità e le estati torride ed afose ma si sviluppa  al meglio in climi temperati e soprattutto se l’acqua non viene a mancare per lungo tempo.

Per quanto riguarda la potatura pota solo i succhioni che si dovessero sviluppare alla base della pianta, dirada la chioma togliendo qualche ramo e rimuovi i rami rovinati dalle intemperie.

Non  eseguire potature drastiche perché queste piante aromatiche fioriscono sui rami di un anno quindi rovineresti la fioritura.

Il mirto può essere riprodotto per talea o da seme.

Con la talea si hanno delle piante uguali alla pianta madre,  vigorose e precoci, capaci di dare la prima fruttificazione presto,  dopo solo due anni.

Ecco come è possibile moltiplicare la pianta di mirto tramite talea.

In tarda primavera, inizio estate, si prelevano delle porzioni di rami semi-maturi, possibilmente senza fiori, dalla pianta madre e si interrano in un grosso vaso con del terriccio ben drenato.

Consiglio di spolverarle, prima di piantarle, con ormoni radicanti per favorire la radicazione.

Le si tiene al caldo ma ben umide sino alla primavera seguente quando si potranno piantare in vasetti singoli o a dimora in terreno soffice e fertile, ben sgombro da altre erbe.

Per coltivare il mirto e riprodurlo è conveniente anche la semina che è semplice e ha bassissimi costi.

Tuttavia le piante riprodotte con il seme non entrano in produzione prima dei 4 anni di età e sono più delicate durante la crescita.

Per seminare il mirto agisci in questo modo.

Alla maturazione delle bacche, nei mesi di dicembre gennaio, in cassette da semina semina  le bacche semi-appassite.

Purtroppo occorre seminare solo le bacche ben mature e leggermente raggrinzite ma non secche perché perdono rapidamente il loro potere germinativo.

Quindi ricapitolando se vuoi coltivare il mirto puoi seminarlo e aspettare circa 4 anni per poterlo ammirare con le sue bacche oppure puoi fare  talee.

Più semplicemente puoi acquistare una pianticella di mirto già ben formata.

E’ vero che  è più costosa però si accorcia di molto il tempo necessario perché la possa ammirare adulta in tutta la sua bellezza.

Inoltre, essendo il mirto una pianta anche ornamentale, ne sono state create delle varietà molto appariscenti e graziose. 

In questa aromatica troviamo bellissime  varietà

Prima di coltivare il mirto pensa quale varietà vuoi comprare.

Infatti, oltre al mirto comune, vi  sono alcune varietà molto ornamentali e particolarmente adatte per abbellire il giardino piuttosto che essere relegate nell’orto.

Vale la pena di cercarle per coltivare il mirto anche con varietà particolari ma non meno odorose della specie tipo.

Per esempio del “Myrtus communis” esiste la varietà “Variegata” che simile al mirto comune ha però la particolarità di presentare le foglie variegate di colore crema.

Questa differenza, fra la parte verde scura della foglia e la parte color crema, ne fa una pianta ornamentale lungo tutto l’arco dell’anno.

Perché risalti al meglio la colorazione delle sue foglie questa varietà  deve essere collocata in pieno sole.

Voglio indicarti un’altra bellissima varietà, la “Myrtus communis subsp. Tarentina”, questa cultivar è chiamata così perché cresce spontanea nelle regioni più calde d’Italia.

Da qui deriva il suo nome  di Tarentina  perchè è comune in Sicilia specialmente  nella regione di Taranto.

E’ un arbusto sempreverde piccolo e compatto, non molto alto, altezza massima 1,5 metri, dalla lenta crescita.

Ha le foglie più piccole del mirto comune e molto odorose.

Sopporta meno bene di quest’ultimo le basse temperature e il vento freddo.

E’ un’ottima scelta se vuoi coltivare il mirto  in uno spazio contenuto e in clima mite.

Se poi non hai terreno ma possiedi un terrazzo una varietà ottima per il vaso è la cultivar “Myrtus communis varietà  Compacta.

Questa è una varietà  nana con foglie di un aroma così intenso  che devono essere usate con moderazione nei cibi.

Puoi coltivare il mirto di questa particolare cultivar non solo in vaso ma anche in piena terra per formare piccole siepi che non temono il secco e il sole delle regioni meridionali.

Come ultima informazione ci tengo a dirti che le bacche del mirto di solito bluastre a maturazione possono essere nelle varietà coltivate anche di colore rosso o bianco con un effetto molto ornamentale.

 

Come coltivare il mirto in vaso

Come ho accennato più sopra è possibile coltivare il mirto in vaso.

Ecco la mia personale ricetta che permette di avere piante di mirto ben fogliose e rigogliose.

Prendi un vaso capiente,  usa del terreno leggermente acido o neutro e soprattutto fai in modo che abbia un drenaggio perfetto.

Poi  colloca il vaso al sole e al riparo di un muro perché il mirto, come molte altre piante, non gradisce il vento.

Se la temperatura della tua zona in inverno scende sotto lo 0 porta il  contenitore al riparo in un ambiente fresco e luminoso.

Il mirto sopporta la siccità però se coltivato in vaso occorre annaffiarlo più frequentementetuttavia fai attenzione bada  la terra si ben asciutta fra un’annaffiatura e l’altra.

In vaso stanno meglio le varietà più contenute di mirto.

Se vuoi coltivare il mirto della varietà tipo in vaso bisogna che cambi ogni anno il terreno.

Inoltre occorre un contenitore particolarmente capiente per l’esteso apparato radicale di questa pianta.

Cerca quindi una delle sue varietà più contenute e  potrai godere  per lunghi anni di un sempreverde che non solo sarà decorativo tutto l’anno ma che ti darà ogni volta che lo desideri gustose foglie per la tua cucina.

 

Le sue proprietà

Tutte le parti della pianta del mirto rami, foglie, fiori e bacche contengono un olio essenziale chiamato mirtolo molto utile contro le infiammazioni delle vie respiratorie, il catarro e le bronchiti.

Le foglie del mirto, e l’olio essenziale in esse contenuto, hanno la proprietà di portare benefici al sistema immunitario nella stagione invernale per la loro azione antisettica che, come ho già detto, agisce quando si è raffreddati.

Quindi coltivare il mirto diviene particolarmente utile in inverno perché è possibile impiegare le sue foglie fresche contro le affezioni delle vie respiratorie.

Le sue bacche, invece, svolgono un’azione astringente, aromatica e tonica.

Inoltre, secondo la medicina popolare, il mirto avrebbe proprietà curative nelle cistiti, nei disturbi genitourinari e come sedativo degli spasmi viscerali.

L’olio di mirto, usato esternamente, tonifica la pelle e ne riduce l’eccessiva untuosità.

L’”acqua aromatica di mirto”, ottenuta nel corso del processo di distillazione dell’olio essenziale, era in passato chiamata “L’acqua degli angeli” per i benefici che apportava   alla carnagione e alla bellezza del viso.

Può essere usata anche come dopobarba.

Il profumo del mirto purifica l’aria e rende l’atmosfera armoniosa donando tranquillità interiore.

Un motivo in più per coltivare il mirto e aspirare il suo gradevole profumo sostando in vicinanza della pianta specialmente quando è in fiore.

 

Il mirto in cucina

Coltivare il mirto significa avere sempre a disposizione le sue foglie e, per diversi mesi, anche le sue bacche entrambe usate  nella preparazione di saporite vivande.

Già ai tempi degli antichi romani le bacche di mirto venivano impiegate  come ingrediente principale per una salsa di bacche di mirto che si considerava un perfetto accompagnamento per le carni di maiale arrosto.

Le sue foglie e le sue bacche ancora oggi vengono usate in tutta l’area mediterranea per insaporire piatti di carne, specie di carne d’agnello, e di pesce.

Il mirto è molto usato in Sardegna per profumare il maialino al forno e allo spiedo.

Con le bacche, sempre in Sardegna, si prepara un noto liquore denominato “Liquore di mirto” ottimo a fine pasto come digestivo.

Fra le piante aromatiche nel meridione non può mancare il mirto, tradizionale condimento di tanti piatti  tipici

 

Conclusioni

Il mirto, profumato e selvatico,  è stato cantato da numerosi poeti che con la loro sensibilità esaltarono questo arbusto che cresce libero e selvaggio.

Il poeta latino Virgilio in un passo delle sue Georgiche per i mirti usa l’espressione “amantis litora myrtos” ovvero “i mirti innamorati delle spiagge”.

Il mirto è una pianta che ricorda il caldo, il profumo del mare, il clima forte del meridione.

Una pianta di mirto tutta coperta di bianchi fiori profumati  mi ricorda il mare di Sardegna, il caldo sole, il frinire delle cicale e la bellezza selvaggia della macchia mediterranea.

Ti invito perciò ancora una volta a coltivare il mirto, un’aromatica carica di antichi simboli, così utile e bella.

Ho trattato questa aromatica che se è conosciuta ed apprezzata nel Meridione lo è meno nelle zone Settentrionali dove fatica a crescere.

Eppure è così bella,  profumata e utile che è un vero peccato non coltivarla.

Nelle zone poco vocate, perchè troppo fredde nel periodo inverale, consiglio di metterla in un grosso contenitore che andrà ritirato in serra fredda, va benissimo quella che si usa per gli agrumi,  durante l’inverno.

4. mar, 2017

Il Tamarindo è un legume indeiscente (cioè non si apre) dal baccello arcuato di un bel marrone chiaro. Ogni baccello del Tamarindo, che può misurare 10/15 cm. di lunghezza, contiene da 1 a 12 semi duri lucidi color cannella. I semi sono circondati da una polpa densa che contiene filamenti fibrosi. La polpa è agrodolce ed altamente acida.

Come gustarlo 
La polpa del Tamarindo, dopo essere stata estratta dal guscio, può essere gustata al naturale o messa a bagno in acqua calda per ottenere un’ottima bevanda. I popoli orientali usano la polpa del Tamarindo per salse e raffinate preparazioni gastronomiche, oltre che per ricavarne lo sciroppo. Si conserva a lungo a temperatura ambiente.

Perchè fa bene 
Questo frutto è ricco di vitamina A e C ed è un ottimo energetico, con proprietà dissetanti e regolatrici intestinali. Il Tamarindo è indicato per prevenire l'influenza e le malattie da raffreddamento in generale. Inoltre aiuta a mantenere la pelle sana ed anche l'ossigenazione del sangue. Ha anche proprietà antibatteriche ed antinfettive (nelle Filippine è stato tradizionalmente usato in tisane utili a contrastare le febbri reumatiche, la malaria e la dissenteria).

Origini 
Il Tamarindo è originario del Madagascar e successivamente si è diffuso nelle aree tropicali dell'Asia (India, Tailandia, Indonesia). Questo frutto si sviluppa nei climi tropicali e subtropicali, specialmente in Africa, nel Sud Est Asiatico, nelle Indie occidentali e determinati paesi del Medio Oriente.

Valori nutrizionali 
Il Tamarindo è ricco di zuccheri, vitamine, minerali (in particolare ferro, potassio e calcio), pectine ed acidi organici (citrico, tartarico e malico). L’apporto calorico del Tamarindo è di 48 kcalorie per 100 g. di prodotto.

4. mar, 2017

Il Mango ha la forma di rene o di fagiolo, qualche volta è leggermente a forma di cuore e può essere lungo da 6 a30 cm. La sua buccia è liscia e sottile e non è commestibile, in quanto molto rigida e coriacea. Il Mango maturo può assumere vari colori: verde, giallo, arancione, rosso-rosato, persino porpora, e sulla scorza compaiono alcune macchie. Al centro della polpa giallo-arancione, che può essere più o meno fibrosa a seconda della varietà e del grado di maturazione del frutto, c’è un grosso nocciolo piatto piuttosto difficile da togliere. La polpa è dolce e aromatica, il suo sapore è abbastanza neutro e poco decifrabile e ricorda quello della pera insieme a quello dell'Ananas e della Zucca. Il Mango è maturo quando sprigiona un odore penetrante, risulta morbido al tatto e presenta sulla scorza macchie brune o nere. Le varietà più apprezzate (Tommy Atkins, Haden, Kent, Keitt e numerose altre varietà simili) sono carnose e possono pesare da 200 gr. a 1 Kg, anche se normalmente si trovano in commercio frutti di 300/400 gr.

Come gustarlo 
Il Mango duro si conserva a temperatura ambiente finché non si ammorbidisce. Evitare il frigo perchè ne diminuisce le qualità organolettiche. Si consiglia di rinfrescarlo in frigo solo per qualche minuto prima del consumo. È un ottimo frutto al naturale ma si presta anche alla preparazione di confetture, succhi, frullati, sorbetti, macedonia, torte di frutta fresca. Per il consumo al naturale si taglia il frutto verticalmente il più vicino possibile al nocciolo, si divide in cubetti e si mangia con la forchetta. Il Mango è uno dei componenti del chutney, un condimento molto ricco, assai usato in India per accompagnare la carne.

Origini 
Il Mango è originario della Malesia. La Tailandia, l'India, il Pakistan, il Messico e il Brasile sono oggi fra i più grandi produttori di Mango. Coltivato da millenni, il Mango è rimasto per molto tempo sconosciuto al di fuori dell'Asia. Questo frutto è stato introdotto in Brasile dagli esploratori Portoghesi nel diciottesimo secolo, dopo di che è stato conosciuto gradualmente in tutto il mondo.

Valori nutrizionali 
Il Mango fornisce 62 calorie per 100 grammi. Ricco di vitamina A, un frutto ne contiene 20 volte rispetto ad un'arancia, inoltre presenta in buona dose vitamina C, calcio, fosforo e beta-carotene.

Curiosità 
I Portoghesi lo hanno chiamato manga, un adattamento della parola man-gay, termine utilizzato nel linguaggio dei Tamil dell'India Sud Orientale per indicare questo frutto. Infatti, il Mango è il frutto nazionale indiano, adorato dagli Indù che lo considerano creato dal Dio Shiva. La mitologia racconta che il Budda soleva riposare all’ombra del proprio mangheto.