6. dic, 2018

CARATTERISTICHE E POTATURA DELL'OLIVO

Quello che purtroppo si osserva attualmente in olivicoltura è la totale mancanza di prospettive sia per la coltura da reddito che per quella di valore ambientale e/o territoriale, per cui sempre più spesso vengono praticati interventi di potatura rovinosi per entrambi gli aspetti. Solo in olivicoltura si assiste all’assurdo di remunerare operatori per danneggiare un proprio mezzo di produzione (di olive e/o di immagine) con una pratica sconsiderata come la capitozzatura. La potatura dovrebbe essere limitata all’indispensabile con tagli di diametro inferiore ai 12-13 cm altrimenti si rischiano infezioni di carie del legno, anche in presenza di trattamento delle superfici di taglio con paste fungicide e/o cicatrizzanti. Una corretta potatura dovrebbe prevedere tagli che rispettino la forma naturale della chioma, la struttura, i meccanismi biologici e fisiologici, con asportazioni massime pari ad 1/3 circa del volume della chioma stessa.Progressi possibili in olivicoltura tradizionale Sono necessari tuttora percorsi di formazione e divulgazione nel miglioramento della tecnica colturale nell’oliveto, con particolare riferimento alla potatura agevolata e semplificata. Buona parte dell’olivicoltura tradizionale priva di limiti strutturali e/o di valore storico-ambientale, potrebbe essere rilanciata ed utilizzata come volano per una nuova olivicoltura, semplificando la struttura della chioma, alla ricerca di una sostanziale riduzione dei costi di produzione senza compromettere la produzione. Gli alberi tradizionalmente allevati e potati dovrebbero essere dimensionati e strutturati sulle esigenze primarie di semplificare e meccanizzare leoperazioni di potatura e raccolta. Infatti, sono attualmente disponibili macchine altamente affidabili per soddisfare entrambi le esigenze di meccanizzazione, mentre non altrettanto può dirsi per le piante che si presentano, spesso, in condizioni tali da vanificare i progressi del settore meccanico. Per questo sembra quanto mai necessaria una revisione dei tradizionali modelli di coltivazione per consentire migliori prospettive alla coltura. La frammentazione delle strutture produttive e le croniche debolezze di alcuni anelli della filiera produttiva in campo agronomico hanno determinato un progressivo impoverimento culturale degli addetti, contribuendo alla perdita di competitività del comparto. Le associazioni di categoria, subentrate alle Istituzioni locali nel settore della formazione olivicola, solo in poche lodevoli eccezioni hanno curato la crescita professionale degli operatori, trascurando questo fondamentale aspetto o, peggio ancora, curandolo in modo clientelare con il risultato di consolidare tradizioni locali rese obsolete dai mutamenti economici e sociali. Il ricco e variegato mondo delle associazioni olivicole dovrebbe più concretamente curare gli interessi degli olivicoltori condividendo la necessità di elevare le loro competenze nelle corrette tecniche di potatura, orientandosi ed organizzandosi allo scopo. Gli olivicoltori potrebbero così riprendere l’efficace percorso formativo avviato durante la prima metà del secolo scorso e concluso subito dopo con la riforma delle competenze in campo formativo e divulgativo e con l’avvento delle soluzioni agronomiche “miracolose”, basate sull’incremento della densità di piantagione e l’adozione di forme di allevamento “a parete”, tutte fallite con una rapidità proporzionale alla densità di piantagione.L’olivo può ritenersi una specie molto plastica che si adatta a numerose forme di gestione della chioma; comunque allevato e/o potato fornisce sempre una benché minima quantità di prodotto. Questo rappresenta il suo principale problema perché maschera la possibilità di esaltare il reddito della coltura incrementando il prodotto e/o riducendo i costi di produzione. In una razionale olivicoltura è necessario prevedere il collocamento dell’olivo in una forma rispettosa del naturale modello di vegetazione e produzione, per consentire alla pianta di esprimere al massimo le sue potenzialità produttive ed evitare il più possibile il ricorso a costanti e severi interventi di potatura che costano in termini reali e riducono le potenzialità produttive dell’albero. Numerose ricerche sono state prodotte nel corso dell’ultimo secolo per valutare gli effetti delle diverse metodologie di allevamento e potatura dell’olivo, ma solo recentemente sono state elaborate “nuove” proposte operative, tali da soddisfare le esigenze fisiologiche dell’olivo e quelle degli attuali fattori sociali, tecnici ed economici di produzione. Vaso policonico senza se e senza ma L’innovazione nelle tecniche di potatura dell’olivo si basa principalmente sull’adozione della forma di allevamento a “vaso policonico semplificato” (foto 1) in sostituzione del tradizionale “vaso dicotomico” (foto 2) ed anche dell’originario “vaso policonico”, poiché riconosciuta più rassicurante per l’olivo, più economica per il produttore e convalidata da una lunga serie diesperienze. Rispetto alla forma originaria il “vaso policonico semplificato” si differenzia per: • l’economia di gestione della potatura con l’adozione di strategie a basso fabbisogno di manodopera; • l’applicazione degli interventi con elasticità, evitando potature troppo severe. Tali proposte possono considerarsi un trasferimento alle attuali condizioni operative di quanto elaborato fin dalla prima metà del ‘900, quando il primo e più essenziale intervento nella corretta gestione degli olivi era reputato quello della drastica riduzione dellaquantità di legno strutturale, per limitare la capacità di affermazione della porzione superiore di chioma, esaltare la produzione nella porzione inferiore e ridurre i costi di potatura e raccolta. Una volta realizzata la forma descritta, le operazioni di potatura potranno essere eseguite da terra, riducendo fortemente il pericolo insito nel posizionamento e nella utilizzazione delle scale. Per la potatura manuale sono disponibili forbici e seghetti dotati di prolunga telescopica, così come per la potatura agevolata sono disponibili attrezzature endotermiche, pneumatiche ed elettriche che, con parte del materiale utilizzato per la raccolta agevolata (compressore, batteria, ecc.), consentono l’esecuzione di ogni tipo di intervento fino ad altezze di 4,5-5,0m. Le operazioni di potatura eseguite da terra implicano spesso difficoltà nel posizionamento dell’organo tagliente, per cui si afferma progressivamente la tendenza alla esecuzione dei soli interventi prioritari su rami di maggiori dimensioni, con una qualità del taglio che tende a scadere, ma con un tempo di permanenza dell’operatore sull’albero che tende a limitarsi. Questo rappresenta l’elemento di maggiore interesse per la possibilità di prefissare il limite unitario di permanenza, procedendo alla esecuzione delle operazioni di potatura secondo priorità, tempi e costi assegnati. Le operazioni di ordinaria manutenzione di una tale chioma appaiono, quindi, semplici, rapide e convenienti per ogni tipologia di oliveto e/o di pianta. Gli interventi potranno essere effettuati in sequenza prioritaria iniziando dal controllo dei succhioni, proseguendo con la selezione delle cime ed il diradamento della vegetazione secondaria. Ad una maggiore esigenza dei primi interventi può corrispondere una minore attenzione per l’ultimo e viceversa, restando comunque nei tempi assegnati (max 10 minuti/pianta/operatore).La riforma verso il vaso policonico semplificato L’adozione di tale forma di allevamento consente di esaltare il reddito dell’impresa per una maggiore produzione favorita dalle cime della chioma che, nella porzione inferiore di chioma, svolgono il ruolo di equilibratore e distributore di risorse tra attività vegetativa e produttiva (funzione di cima). La loro assenza, invece, induce una maggiore emissione di polloni e succhioni a discapito della produzione. La porzione inferiore di chioma gode anche di un miglior microclima in termini di luce, temperatura e umidità relativa dell’aria, per cui si riduce la sensibilità verso malattie che godono di zone d’ombra e ristagni di umidità atmosferica (es. occhio di pavone, cocciniglia, fumaggine, ecc.). La riforma degli olivi potati tradizionalmente verso il “vaso policonico semplificato” può ritenersi, quindi, pratica raccomandabile per incrementare produzione e rese di raccolta, anche meccanica, senza incorrere in una eccessiva proliferazione di polloni e succhioni, che disperdono inutilmente risorse ed incrementano i costi di potatura. Principali errori nella potatura degli olivi Riforma periodica. Il tradizionale metodo di potatura utilizzato nella maggioranza delle aziende olivicole del meridione d’Italia prevede la riforma periodica, con conseguente drastica riduzione della produzione vista la notevole quantità di materiale vegetale asportato. La struttura scheletrica della chioma resta immutata, ci si limita a capitozzare gli alberi indipendentemente dalla loro età e/o dimensioneprovvedendo, nel contempo, ad eliminare anche le principali strutture secondarie nella porzione inferiore di chioma, ritenendole ormai esaurite. Le ragioni di tale metodologia sono nell’ambizione di limitare la crescita degli alberi e, con questo, semplificare l’esecuzione delle principali operazioni colturali (es. potatura e raccolta). La chioma viene poi ricostruita con le stesse precedenti modalità per cui entro breve si ripresenta il problema della fuga in altezza della pianta e periodicamente si replica la riforma che tanto negativamente incide nella espressione del naturale potenziale produttivo degli alberi e nella salvaguardia del loro stato sanitario. I risultati sono in realtà opposti a quelli sperati: le piante fortemente alterate nel rapporto volumetrico tra chioma e radici ed impossibilitate ad esercitare la dominanza apicale per mancanza della conclusione naturale nel percorso di crescita verso l’alto, tentano disperatamente di recuperare il negato con emissione di rami a forte spinta vegetativa (succhioni) in corrispondenza dei tagli di capitozzatura, in numero proporzionale alla riduzione di altezza della chioma. Il risultato è che subito dopo l’intervento la parte superiore della chioma riprende il sopravvento su quella inferiore, peraltro già penalizzata dalla soppressione delle principali branche secondarie. Acefalia Ovunque in Italia si pratica sempre più spesso l’acefalia su oliveti in produzione, e talvolta anche in allevamento, cioè la limitazione degli spazi naturalmente desiderati dalla pianta, ad altri assegnati per soddisfare le esigenze degli operatori in fase di raccolta manuale o agevolata delle olive. Lo sviluppo in altezza è limitato da drastici interventi di potatura che alterano fortemente il rapporto chioma/ radici, favorendo l’attività vegetativa a discapito di quella produttiva. Talvolta si consentono maggiori altezze alla chioma, oppure si opera su cultivar diridotta vigoria, per cui è minore l’alterazione del suddetto rapporto e si realizzano produzioni conformi al potenziale naturale, ma i costi di potatura degli olivi incrementano notevolmente dovendo gestire una pianta comunque squilibrata. Gli effetti sono, invece, disastrosi quando l’acefalia viene praticata su piante monumentali dove alle suddette alterazioni di tipo fisiologico ed economico si aggiungono alterazioni ambientali e sanitarie per una chioma mutilata nell’aspetto e per una porzione residua di tronco avviata ad un progressivo, rapido deperimento. Turnazione. Con l’intenzione di limitare i costi di produzione si propone, sempre con maggiore frequenza, la tecnica di potatura periodica, sia manuale che agevolata. I risparmi sono analoghi a quelli di una potatura manuale annuale al ritmo di 10 minuti/pianta che, però, meglio delle altre consente il conseguimento e la conservazione di una situazione di equilibrio tra attività vegetativa e produttiva, con positive ripercussioni su entità e costanza della produzione. Una corretta potatura annuale costituisce un potentissimo strumento per condizionare lo sviluppo della chioma e per manipolare dimensione, forma e funzionamento degli alberi. Gli svantaggi sono rappresentati dal costo di esecuzione e da un uso improprio, poiché una potatura non adeguata, o peggio sbagliata, può compromettere gravemente il successo dell'oliveto anche se la gestione dell'impianto è complessivamente corretta. Nella pratica comune si assiste a numerose deroghe da quello che, a nostro avviso, rappresenta l’ideale nella esecuzione dellapotatura, nell’interesse dell’olivo e dell’olivicoltore. Tali deroghe prevedono una varia turnazione negli anni, vari livelli di intensità di taglio e, recentemente, anche l’impiego di macchine per il taglio indiscriminato di porzioni di chioma. In ogni caso, l’alternativa che si intende praticare dovrà essere valutata sulla base dei costi diretti dell’operazione e di quelli indiretti per mancata produzione in piante squilibrate in senso vegetativo, dopo interventi cesori spesso troppo consistenti. Per questo, ogni tradizionale modello di esecuzione della potatura dovrebbe prevedere, “a latere”, la presenza di una porzione di oliveto condotta secondo il descritto modello di potatura e/o la presenza di piante non potate ma comunque coltivate. Incuria In fase di allevamento, anche in oliveti adeguatamente spaziati ed impostati, si rileva talvolta l’assenza di ogni tipo intervento cesorio (esclusi i polloni) durante i primi 2-3 anni di vita, spesso dietro suggerimento del vivaista. In tal modo la pianta investe maggiormente nella vegetazione più assurgente e vigorosa destinata a sostenere il vertice della naturale forma globosa, a discapito della vegetazione inclinata e meno vigorosa, utile per la formazione del vaso. I migliori risultati in termini di intensità e velocità di crescita si ottengono, invece, con assidui, essenziali e rapidi interventi per indicare e/o confermare la desiderata direzioni di crescita. Questi tagli, benché ridotti al minimo indispensabile, limitano comunque la iniziale capacità di crescita proporzionalmente alla quantità di foglie asportate e ritardano leggermente la entrata in produzione per uno squilibrio tra lo sviluppo dell'apparato radicale e quello della chioma. Per contro, potranno essere soddisfatte le esigenze di espansione degli alberi adulti, facilitata l’esecuzione di molte operazioni colturali, assicurato un miglior clima luminoso ed un ambiente meno recettivo per alcune malattie e, infine, assicurate anche buone rese di raccolta meccanica. Spreco di risorse Dopo il recupero della legna dai residui di potatura restano sul terreno rami di ridotto diametro, ramoscelli e foglie. Questi rappresentano un problema qualora recuperati per lo smaltimento (visto l’alto costo della manodopera) mentre, al contrario, divengono una risorsa quando trinciati e lasciati in superficie su suolo inerbito o interrati se lavorato. Infatti, l’operazione di recupero e bruciatura si concretizza in una perdita di denaro (determinata dai costi di accumulo) e di sostanza organica poiché questa viene trasformata in ceneri che, pur essendo ricche di macro (azoto escluso) e microelementi, anche se distribuite sul terreno non riescono a reintegrare gli elementi minerali asportati durante la coltivazione. La trinciatura in campo con macchine rotanti a martelli di flora spontanea e residui di potatura, consente di ridurre le dimensioni del materiale legnoso agevolando così l’attacco dei microrganismi per una rapida decomposizione dei residui in humus ed elementi nutritivi. Per ogni tonnellata di residui di potatura restituiti al terreno, si liberano circa 4 kg di azoto, 0,5 kg di fosforo, 4 kg di potassio, 5 kg di calcio ed 1 kg di magnesio. I vantaggi agronomici della trinciatura sono notevoli, ma non immediati, poiché la decomposizione di tali fibre vegetali avviene molto lentamente e talvolta sono opportune temporanee somministrazioni supplementari di azoto chimico per attivare il processo. Dove le condizioni strutturali e/o ambientali non consentono lo smaltimento del materiale vegetale così come appena descritto, si suggerisce il ricorso a biotrituratori azionati meccanicamente o elettricamente per lo smaltimento dei residui di potatura, a decespugliatori per il controllo della flora spontanea, alla pratica del compostaggio alternando strati di materiale di facile e difficile degrado (rispettivamente erba fresca e residui di potatura), per la produzione di compost da restituire uniformemente al terreno. Per eseguire una potatura efficace e svolgere anche le altre operazioni colturali in modo corretto, l’olivicoltore deve conoscere almeno le basi morfologiche e fisiologiche della pianta d’olivo. L’olivo (Olea europea) è una pianta sempreverde che spontaneamente assume una vegetazione cespugliosa, mentre, se coltivato, si presenta come un albero di varie dimensioni in funzione dell’età, della varietà, dell’ambiente e delle pratiche colturali. Sommariamente la pianta è composta da un apparato radicale e da una chioma o apparato vegetativo che sono in stretta relazione l’un l’altro, tanto è vero che se una porzione della chioma viene asportata anche le radici collegate ad essa deperiranno. L’apparato radicale nell’olivo è abbastanza superficiale, nei primi 30-80 cm di profondità possiamo ritrovare la maggioranza delle radici, solo alcune si approfondiscono maggiormente per garantire ancoraggio e stabilità alla pianta e assorbire l’acqua di profondità nei terreni siccitosi. Le radici che assorbono i nutrienti si trovano generalmente ad una distanza dal centro che supera la proiezione della chioma sul terreno (questo aspetto è fondamentale per guidare l’operatore ad una corretta distribuzione dei concimi). Alla base del terreno vi è la zona di passaggio fra radici e chioma che è chiamata colletto: questa è caratterizzata da formazioni globiformi ricche di gemme avventizie e abbozzi di radici dette ovuli. Dato che gli ovuli possono dare origine a nuovi germogli e nuove radici, un tempo erano usati come una comune forma di propagazione dell’olivo. Nella pianta adulta l’insieme degli ovuli posti sul colletto provocano un notevole ingrossamento di questa zona che prende il nome di ciocco o pedale. Risalendo incontriamo il tronco che, con la sua ramificazione, ha lo scopo di sorreggere la chioma e di metterla in comunicazione con le radici tramite il sistema vascolare (apparato che veicola acqua e nutrienti all’interno della pianta). Negli olivi giovani è liscio ed ha forma cilindrica con sezione regolare, mentre in quelli vecchi assume un aspetto contorto e costoluto con superficie altamente rugosa. Queste vistose irregolarità sono dette “corde” e non sono nient’altro che quell’insieme di fasci vascolari che, come già detto, mettono in diretto collegamento i due apparati morfologici della pianta. A seconda della forma impostata con la potatura di allevamento il tronco si divide nelle branche principali che a loro volta portano le secondarie. Da queste prendono origine le branchette fruttifere (vegetazione di due/tre anni di età) che, con i loro rami (un anno di età) e germogli (vegetazione dell’anno), costituiscono il sistema produttivopresente e futuro della pianta. Nell’olivo i rami possono essere a frutto, misti e a legno. Quelli a frutto sono ovviamente i rami che portano le olive, mentre in quelli misti solo una porzione porta le gemme a frutto e la restante parte del ramo darà origine ai germogli. Il ramo misto, pertanto, fruttifica nella porzione basale e mediana ed emette germogli in quella apicale. Questi rami hanno generalmente un portamento orizzontale o variamente pendulo in funzione della varietà. I rami a legno non producono fiori ma solo germogli, sono dritti e molto vigorosi. Sono chiamati polloni se nascono nella zona del ciocco dalle gemmeavventizie degli ovuli e succhioni se si trovano sulle branche principali o secondarie. La comparsa dei rami a legno entro certi limiti è normale e dipende dalla vigoria della varietà; tuttavia un numero eccessivo manifesta errori di coltivazione quali eccessi di concimazione azotata e soprattutto potature troppo energiche, oppure denota cause connesse a danni arrecati alla chioma. La loro funzione principale, infatti, è quella di ripristinare l’equilibrio tra l’apparato radicale e quello vegetativo. In condizioni normali questi rami vengono asportati con la normale pratica della potatura, solo in casi eccezionali quali danneggiamento grave della pianta saranno selettivamente scelti per ricostruire le porzioni danneggiate. Sul dorso delle branchette fruttifere si possono sviluppare anche dei germogli, meno vigorosi dei succhioni, chiamati maschioncelli o succhioncelli che nel primo anno di vegetazione non sono produttivi ma lo diverranno quando, con la loro ramificazione, origineranno i rami fruttiferi. La loro presenza èfondamentale per garantire il necessario rinnovo vegetativo delle branchette esaurite e pertanto con la potatura non devono essere asportati. A proposito di rami è utile ricordare che nell’ulivo lo sviluppo di quelli basali è maggiore rispetto aquello dei rami apicali. Questo modo di crescere viene chiamato basitonia e bisogna tenerne conto quando si opera la potatura di formazione delle giovani piantine, o il mantenimento della forma d’allevamento nelle piante adulte. Sui rami giovani sono inserite le foglie la cui vita media è di circa tre anni. Caratteristica è la doppia colorazione che vede la pagina superiore di un verde più o meno scuro e quella inferiore tendente al verde/grigio argenteo; la variazione delle intensità cromatiche dipende dal tipo di varietà. Anche la forma è funzione delle caratteristiche varietali passando dalla ellittica alla lanceolata. All’ascella delle foglie dei rami di un anno si trovano le gemme che originano infiorescenze se sono gemme a frutto, o germogli se sono a legno. Oltre a queste esistono le gemme apicali che sono responsabili del germogliamento dell’apice del ramo e quelle avventizie, generalmente localizzate sul tronco, sulle branche e negli ovuli. Le infiorescenze hanno forma a grappolo ed ognuno di essi conta dai 10 ai 25 fiori. Il fiore dell’olivo è piccolo di colore bianco e normalmente ermafrodita (contiene sia l’organo maschile che quello femminile). In seguito all’impollinazione (che nell’olivo è anemofila) ed alla fecondazione dei fiori si originanoi frutti che botanicamente sono classificati come drupe. La forma, la dimensione ed il peso sono dipendenti dalle caratteristiche varietali e dall’ambiente di coltivazione. La drupa ha una composizione a strati: all’esterno troviamo la buccia con funzione protettiva; nel mezzo c’è la polpa di consistenza carnosa, le cui cellule contengono la maggior parte dell’olio; nel centro si trova il nocciolo che è legnoso ed al suo interno contiene il seme. Un’abbondante fruttificazione è dipendente da tanti fattori come ad esempio il tipo di varietà o le caratteristiche pedo-climatiche della zona di coltivazione ma anche dal comportamento dell’olivicoltore che, tramite la conoscenza della pianta e delle opportune tecniche colturali, può influenzare positivamente la produzione.