OLIVICOLTURA E FRANTOIO

6. ott, 2018

Una raccolta eccessivamente anticipata quest'anno può dare persino l'illusione di rese molto elevate, al prezzo però di oli squilibrati e persino difettati. Occorre avere pazienza e saper aspettare, se gli interventi contro la mosca delle olive sono stati correttamente eseguiti

Frantoi aperti praticamente in tutta Italia e molta confusione, tra rese molto basse e altre altissime, tra oli con acidità elevate, altri astringenti e amarissimi, altri ancora che sanno di secco.

Una situazione estremamente variegata ma che dimostra come l'emotività ha spesso preso il sopravvento sulla razionalità nell'esaminare l'annata, l'andamento meteo e quello della maturazione delle olive.

Molti gli olivicoltori in regime biologico che si sono dovuti affrettare a raccogliere dopo aver “perso” l'attacco di mosca delle olive che, a seconda delle diverse aree italiane, si è manifestato tra fine agosto e i primi dieci giorni di settembre. In questi casi le percentuali di infestazione sono saliti oltre il 20-30%, anche più considerando l'accavallarsi dell'ulteriore generazione di fine settembre. Il risultato sono oli border line, con acidità alla frangitura di 0,4-0,5, con punte anche superiori all'1%. Al di là dei parametri chimici, il problema di questi oli è la vistosità del difetto di mosca, non coperto da un fruttato di oliva che spesso è di lieve-media intensità. In bocca spesso si presentano già piuttosto pastosi e grossolani, rendendo molto complicata l'attribuzione nella categoria extra vergine d'oliva.

Diverso il caso di frangiture di olive sane che però evidenziavano uno squilibrato rapporto polpa/nocciolo, evidenziato soprattutto negli oliveti non irrigati. Le scarse piogge in agosto e in settembre, infatti, non hanno consentito uno sviluppo del mesocarpo (la polpa), con la conseguenza che, in caso di frangitura violenta, si ha un eccessivo passaggio di fenoli tannici nell'olio, con forte sensazione di astringenza e di secco.

Vi sono poi olive sane, in oliveti irrigati, ma ancora molto acerbe, ancorchè parzialmente invaiate. E' sufficiente infatti scalfire la superficie per notare che la polpa è ancora molto verde, virando al biancastro solo al centro dell'oliva, vicino al nocciolo. In questi casi si nota un amaro e piccante spesso molto accentuato e un carico aromatico piuttosto limitato, sintomo evidente che l'oliva ha raggiunto il picco nel contenuto fenolico ma ancora non quello della maturità enzimatica/aromatica.

Se è vero che un basso carico produttivo, di solito, provoca un anticipo di maturazione, quest'anno non si sono tenuti spesso in dovuta considerazione alcuni fattori che hanno sfalsato l'equazione: la disomogeneità del carico produttivo all'interno dello stesso appezzamento (con alberi molto carichi e altri molto scarichi, anche per ragioni varietali) e l'andamento climatico che ha favorito l'inolizione ma che, in generale, ha portato a un rallentamento del metabolismo della pianta e della maturazione delle olive.

L'apparenza, insomma, ha ingannato, anche per questo riguarda la resa produttiva. Rese molto alte sono state registrate in alcune località, generalmente però, su olive molto avvizzite, ovvero con contenuti idrici ben sotto la media. Ciò ha provocato l'apparenza di rese molto elevate, similmente a quanto accade a inverno inoltrato, con la naturale perdita d'acqua delle olive in surmaturazione.
L'invaiatura precoce, spesso, è stata indotta da stress idrico, non da un'accelerazione della maturazione che probabilmente si avrà dopo le prime piogge di questo inizio di ottobre.

Oggi più che mai, con condizioni climatiche più instabili di anno in anno, occorre una valutazione più accurata e multifattoriale delle maturazione delle olive che parta sì dall'inaviatura, ma non solo quella superficiale, anche quella interna, per passare al rapporto polpa/nocciolo, alla forza di resistenza al distacco, alla durezza della polpa. Questi parametri, unitamente allo stato idrico della pianta, sono indici imprescindibili per raccogliere al momento giusto e per avere oli extra vergini di oliva di qualità.

1. ott, 2018

I cambiamenti climatici in atto possono creare forti squilibri nell'olivo, con una maggiore attività vegetativa a scapito della fisiologia di maturazione dei frutti. La Coratina reagisce meglio dell'Arbequina alle alte temperature ma il calo di resa può essere significativo

La temperatura è uno dei principali fattori che regola la crescita e lo sviluppo delle colture e ne determina la resa. 
Negli ultimi decenni si è registrato un aumento della temperatura globale, che rappresenta una sfida per la produzione di olive.

In Argentina gli olivi sono coltivati su un'ampia gamma di latitudini e altitudini ed è stato osservato nelle zone più calde del paese che alcune cultivar hanno rese inferiori e una maggiore crescita vegetativa rispetto alle loro regioni di origine nel bacino del Mediterraneo.

Lo scopo dello studio dell'ateneo argentino era quindi quello di valutare l'effetto dell'elevata temperatura sulla crescita vegetativa e sulla concentrazione di olio di due cultivar di olive (Olea europaea) manipolando direttamente la temperatura.

L'esperimento è stato condotto in una stazione sperimentale nella provincia di La Rioja, nel nord-ovest dell'Argentina.

Due livelli di temperatura (un controllo e un trattamento termico di 3°C al di sopra del controllo) sono stati applicati all'olivo e alle olive fino alla raccolta finale utilizzando camere aperte (OTC) con sistemi di riscaldamento a controllo elettronico.

Due le varietà sottoposte a test: Coratina e Arbequina.

L'intera superficie fogliare dell'albero era significativamente maggiore nell'OTC riscaldato che nell'OTC di controllo per entrambe le cultivar. 
L'allungamento mostrava una tendenza simile, ma la differenza apparente non era statisticamente significativa.

Al contrario, l'elevata temperatura ha avuto un effetto negativo sul peso secco dei frutti e sulla concentrazione di olio in entrambe le cultivar. La temperatura elevata ha ridotto il peso a secco dei frutti di 0,34 e 0,22 g rispettivamente nella Coratina e nell'Arbequina. Inoltre, la concentrazione di olio di frutta (%) è diminuita del 4,6 e del 6,2% in peso secco nelle olive esposte a temperature elevate.

I risultati indicano che temperature elevate favoriscono la crescita vegetativa e influiscono negativamente sulla concentrazione di olio negli olivi.

Bibliografia

 

Miserere, A., Searles, P.S., García-Inza, G.P. and Rousseaux, M.C. (2018). Elevated temperature affects vegetative growth and fruit oil concentration in olive trees (Olea europaea). Acta Hortic. 1199, 523-528 DOI: 10.17660/ActaHortic.2018.1199.83

 

 

1. ott, 2018

Una ricerca iberico-statunitense ha testato l'efficacia di quarantacinque prodotti contro Colletotrichum spp., agenti causali dell'antracnosi dell'olivo. Si è cosi evidenziato che diversi principi attivi avevano differente validità nell'inibire la crescita miceliale o la germinazione conidiale

Il controllo dell'antracnosi dell'olivo (lebbra dell'olivo) si basa principalmente sull'uso di fungicidi a base di rame, anche se sono necessarie alternative per ridurre la quantità di rame negli oliveti, anche in virtù degli orientamenti della Commissione europea che tendono a diminuire l'uso di rame in agricoltura.

Un totale di 45 prodotti, tra cui composti antimicotici (prodotti commerciali e sperimentali), sali inorganici e composti naturali (prodotti organici ed estratti vegetali), sono stati valutati contro Colletotrichum godetiae o C. nymphaeae mediante test di sensibilità in vitro o biotest su olive. Inoltre, l'ossicloruro di rame è stato valutato sugli olivi.

I fungicidi sistemici e il folpet protettivo sono stati i più efficaci nell'inibire la crescita miceliale, mentre il solfato di rame e la triflossistrobina sono stati i più efficaci nell'inibire la germinazione conidiale.

I biotest sulle olive hanno dimostrato che il tebuconazolo o trifloxystrobina sono stati i più efficaci contro le infezioni patogene.

Gli estratti vegetali sono risultati inefficaci nel controllo del patogeno.

Per le piante in vaso, i trattamenti con ossicloruro di rame hanno ritardato l'insorgenza del marciume sui frutti e sui rami.

Bibliografia

 

Juan Moral, Carlos Agustí-Brisach, Gentjian Agalliu, Rodrigues de Oliveira, Mario Pérez-Rodríguez, Luis F. Roca, Joaquín Romero, Antonio Trapero, Preliminary selection and evaluation of fungicides and natural compounds to control olive anthracnose caused by Colletotrichum species, Crop Protection, Volume 114, 2018, Pages 167-176, ISSN 0261-2194

 

di R. T.

1. ott, 2018

L'oleouropeina ha un’azione doppiamente-inibitrice sulle cellule staminali tumorali, sia in senso metabolico che epigenetico. La sua concentrazione in un olio extra vergine di oliva di qualità va da circa 48 a 631 mg/Kg. E' evidente, quindi, che non tutti gli oli possono avere uguale effetto nutraceutico

Le cellule staminali tumorali (CSC) sono un tipo particolarmente aggressivo di cellule maligne in termini di differenziazione, autorinnovo, resistenza alla terapia antitumorale e capacità metastatizzante. Possono residuare dopo terapia chirurgica, chemioterapica, radioterapica e sono la causa delle recidive. Tra le varie teorie sulla cancerogenesi, condivido quella che ritiene che i tessuti siano organizzati sulla base di veri e propri “rapporti sociali” la cui perdita porta all’insorgenza dell’evento a seguito di un cambiato del “microambiente” sia per alterazioni del genoma o per alterazioni dei meccanismi di sorveglianza o per alterazioni nella trasduzione dei segnali all’interno della cellula. 
Negli ultimi 10 anni sono stati sperimentati, inutilmente, più di 150 metodi terapeutici per debellare le CSC cercando di distruggerle impiegando come bersaglio i loro antigeni di superficie, le oncoproteine CSC-collegate, le vie di regolazione intracellulari e le vie di resistenza ai farmaci.

Nessun farmaco anti CSC è entrato in uso clinico ed è da tutti condiviso che le CSC, dopo chemioterapia, essendo refrattarie ai farmaci, rimangono in stand-by per un tempo variabile. 
Da pochi mesi è stato pubblicato, su Carcinogenesis, un lavoro originale sperimentale da 17 gruppi di ricerca di 14 centri spagnoli ed americani dove si dimostra, su animale, che un polifenolo (secoiridoide) dell’EVOO, [decarbossimetil-oleuropeina aglicone (DOA)] ha un’azione doppiamente-inibitrice sulle CSC, sia in senso metabolico (mTOR) che epigenetico (DNMT).

Lo studio ha interessato le CSC del seno dove sono presenti in due forme, reversibili e intercambiabili, una di tipo epiteliale, caratterizzata dall’espressione dell’aldeide deidrogenasi (ALDH+) e l’altra di tipo mesenchimale, caratterizzata dall’immunofenotipo CD44+CD24- (CD44, CD24 e ALDH sono marcatori delle CSC al seno). La transizione epiteliomesenchimale, indotta da segnali extracellulari e da fattori di crescita, è una riprogrammazione molecolare con nuove istruzioni per la cellula ed è fondamentale, in condizioni fisiologiche, come nell’embriogenesi o nell’organogenesi mentre, in condizioni patologiche (cancerogenesi), è la causa della formazione di cellule di tipo fibroblastico caratterizzate da invasività e capacità di migrazione.

L’evoluzione delle piante ha prodotto una ricca fonte di fitofarmaci raffinati e multibersaglio per superare gli stress ambientali inclusa la protezione contro funghi, insetti e predatori. Tra i polifenoli dell’EVOO la DOA proviene dall’europeina che ha perso, enzimaticamente, il glucosio (aglicone; a= in senso privativo e glicone= parte zuccherina, legata all’acido elenolico) inoltre ha perso il gruppo carbossilico, esterificato con il metilico, (de = in senso privativo nella de-carbossimetil-) precedentemente legato all’acido elenolico. L’acido elenolico è legato con legame estere, quindi idrolizzabile, con l’idrossitirosolo che, con i suoi due gruppi idrossilici dell’anello fenolico, rappresenta la parte bioattiva della DOA. L’anello fenolico della DOA si lega a diversi residui aminoacidici (triptofano, glicina, valina) del sito enzimaticamente attivo della mTOR tale da modificare la conformazione e l’attività. La concentrazione della DOA in un EVOO, di qualità, va da circa 48 a 631 mg/Kg (mediana 185), ritengo sia utile che si conosca, oltre il dosaggio quantitativo dei polifenoli totali, anche il profilo fenolico.

Il mTOR (acronimo di Mammalian Target of Rapamycin, bersaglio della rapamicina nei mammiferi) è un enzima con attività protein-chinasica (cioè capace di fosforilare la serina-treonina delle proteine), fosforilando attiva i fattori cellulari appartenenti alla via di segnalazione di PI3K/Akt/mTOR, via coinvolta in parecchie funzioni della cellula (crescita cellulare, angiogenesi, metabolismo mitocondriale, adipogenesi, apoptosi ed autofagia, sintesi proteica, trascrizione, mobilità e proliferazione cellulare, attività della telomerasi traslazionale e post-traslazionale). Agisce su più di 100 geni e proteine implicati nella risposta cellulare.

In molti tumori umani è stata rilevata una iperattività di mTOR, rappresentando così un importante target terapeutico.

Il mTOR percepisce i nutrienti cellulari (attraverso AMPK α), i livelli di energia chimica (AMP+ADP/ATP) e lo stato ossido-riduttivo (redox) della cellula quindi è un”master switch” dei processi anabolici e catabolici cellulari essendo collegato a più attività del metabolismo.

La DOA inibisce il dominio catalitico protein-chinasi di mTOR dove si lega l‘ATP il quale dovrebbe cedere molecole di fosforo – ricche di energia chimica - a molecole, da attivare, a valle della via PI3K/Akt/mTOR. In pratica l’azione inattivante chinasica della DOA è simile a quella della rampamicina.

La Rapamicina [isolata negli Anni ’70 in un campione di terreno a Rapa Nui (Isola di Pasqua) dal batterio Streptomyces hygroscopicus] presenta attività antifungina, immunosoppressiva ed antitumorale]; è il primo inibitore selettivo di mTOR ma, nel corso degli anni, sono stati scoperti altri inibitori della via di segnale PI3K/Akt/mTOR che migliorano la risposta biologica unitamente ad una più completa attività antitumorale.

La via di segnale TOR è attivata da nutrienti (glucosio, aminoacidi, ac. grassi), insulina, altri ormoni, fattori di crescita, citochine, mitogeni, mentre al contrario è iporegolata dalla ridotta disponibilità di energia (come la restrizione calorica) condizione che determina l’attivazione di AMPK (AMP-Activated Protein Kinase) e Sirtuine che riducono l’attivazione di mTOR. Fra i fattori che inibiscono l’attività mTOR, oltre alla restrizione calorica e rapamicina anche la metformina ( impiegata nel trattamento del diabete mellito tipo 2), alcuni composti naturali fra cui il resveratrolo (buccia d’uva), il curcumina (curcuma), epigallo-catechina-gallato (tè), genisteina (soia), indolo-3-carbinolo e sulforafani (broccolo, cavolo, cavolini di Bruxelles, cavolfiori),quercetina (mele, uva, olive, agrumi, frutti di bosco) ed altri. L’inibizione dell’attività mTOR induce due effetti protettivi: 
a) preserva la funzione delle cellule staminali in numerosi tessuti migliorandone la capacità riparativa e rallenta la progressione di affezioni età-correlate prolungando la sopravvivenza 
b) previene la moltiplicazione di cellule aberranti.

La DNMT è l’enzima DNA metil-trasferasi capace di metilare le basi azotate del DNA trasferendo i gruppi metilici dalla “molecola donatrice” S-adenil-metionina (SAM): la metilazione del DNA determina il silenziamento di geni nella loro espressione senza modificarne la sequenza (epigenica).

La metilazione di geni oncosoppressori promuove la tumorigenesi e la metastatizzazione.

In questo caso la DOA, unendosi al sito enzimatico che si lega al DNA, blocca l’azione metilante della DNMT ai geni oncosoppressori anzi aumenta l’espressione di oncosoppressori del fenotipo metastatico indifferenziato includendo Spread 1-2 e SMURF2.

L’oleuropeina aglicone (OA), precursore della DOA, inibisce la trasformazione tumorale delle CSC con un’attività ridotta del 50% rispetto alla DOA per cui solo quest’ultima è stata studiata. Infatti su 609 geni correlati alle staminalità, la DOA ne modifica 160 nel loro stato espressivo (Es: inattivazione epigenetica di ALDH1A1, OCT4, telomerasi TER; attivazione e stimolo di geni soppressori del fenotipo metastatico come SPRED1 -2 e SMURF2, aumento dell’espressione di WRN, FOS,c-ASP3 che promuovono la differenziazione delle cellule staminali). Questi effetti della DOA avvengono a dosi bassissime, micromolari, inoltre l’effetto è dose dipendente da 1 a 20 micromoli/l.

Anche l’acido oleico ha un’azione anti CSC, ma sperimentalmente ha mostrato un’efficacia metà di quella della DOA.

Per concludere la DOA spenge i fattori epigenetici che determinano la staminalità delle CSC mentre stimola i geni che contribuiscono alla differenziazione cellulare, epigenicamente soppressi, piuttosto che agire su programmi di morte cellulare programmata (apoptosi).

In pratica la DOA facilita le cellule staminali tumorali a maturarsi perdendo il carattere oncologico piuttosto che determinare una loro morte.

Bibliografia

 

Corominas-Faja B. et Coll. Extra-virgin olive oil contains a metabolo-epigenetic inhibitor of cancer stem cells. Carcinogenesis. 2018; 39(4):601-13. DOI: 10.1093/carcin/bgy023.
Dogan F. et Coll. Correlation between telomerase and mTOR pathway in cancer stem cells. Gene. 2018; 641:235-39 DOI: 10.1016/j.gene.2017.09.072
Schenone S. et Coll. ATP-competitive inhibitors of mTOR: an update. Curr Med Chem. 2011;18:2995-3014. DOI: 10.2174/092986711796391651

 

di Alessandro Vujovic

1. ott, 2018

Ci aspetta l'ennesimo annus horribilis, con una produzione dimezzata rispetto all'anno precedente. Stavolta è il sud Italia a deludere le aspettative. Tra i nostri competitor solo la Spagna sorride ma trema di fronte all'abbassamento delle quotazioni. Pessima campagna in Tunisia ma le giacenze salveranno l'export. Nel complesso l'olio non mancherà ma la geopolitica dell'extra vergine potrebbe mutare

La Spagna compenserà la riduzione delle produzioni in Italia e in Grecia.
L'olio d'oliva non mancherà e la produzione mondiale soddisferà, ancora una volta sul filo di lana, i consumi.

L'Italia, in questo scenario, è destinata a fare la cenerentola, con una produzione di 200-220 mila tonnellate di oli d'oliva, un livello che si avvicina pericolosamente a quello di tre anni fa, quando scese a 182 mila tonnellate.
Allora fu la mosca a scompaginare le carte e rovinare il raccolto nazionale, oggi sono stati la combinazione di Burian, il vento siberiano di febbraio-marzo, e i venti caldi sciroccali, accomagnati da piogge, durante la fioritura. Condizioni meteo che hanno colpito più duramente il sud Italia, ovvero le tre regioni dove si concentra l'80% della produzione nazionale: Puglia, Calabria e Sicilia.
In Puglia la situazione è drammatica con una produzione che, per la prima volta da diversi anni, potrebbe scendere sotto la soglia delle 100 mila tonnellate. Nel Salento, a causa di Xylella e dell'abbandono diffuso, la produzione è assai scarsa, mentre spingendoci a nord è localizzata praticamente solo sulle fasce costiere, mentre nell'entroterra si vedono ancora i segni delle gelate, con conseguenze che potrebbero ripercuotersi anche sulla prossima stagione. Produzione, quindi, destinata a calare del 40-50% nell'area di Bari e della BAT (Barletta-Andria-Trani). Situazione solo leggermente migliore nel foggiano, con le perdite che potrebbero essere del 30-40%. 
In Calabria la produzione dovrebbe calare del 40%. Un dato piuttosto uniforme per tutte le province e che risente della normale alternanza di produzione, visto che la scorsa campagna olearia è stata di carica, ma anche dei venti caldi e di attacchi di mosca e tignola sulle fasce tirreniche.
In Sicilia il calo produttivo dovrebbe essere del 30-40%, con le aree di Palermo e Catania molto scariche, fino a -80%, cali produttivi più contenuti ad Agrigento e Ragusa e una discreta campagna per la Nocellara del Belice. Ad aver inciso pesantemente sulla campagna olearia siciliana sono stati i caldi venti di scirocco in fioritura, nonché qualche attacco di tignola e di mosca delle olive in qualche areale.
Scorrendo a nord la Penisola notiamo una situazione di criticità in Campania e nel basso Lazio, con cali importanti che, a seconda dei micro-areali, possono andare dal 50 al 70%. Situazione lievemente migliore sul versante adriatico dove sarà comunque un'annata di scarica ma con cali più contenuti, nell'ordine del 30-40%, in Abruzzo, Marche e Molise. Situazione simile anche in Sardegna, con un calo della produzione del 40%.
In Toscana e Umbria si prospetta un'annata molto a macchia di leopardo, con situazioni molto variegate da zona a zona e cali produttivi complessivi che non dovrebbero comunque essere superiori al 20-25%, ma molto dipenderà dalle rese, visto che solo alcune varietà si presentano cariche di olive. Poco produttive, per esempio, Frantoio e Leccino, al contrario la Moraiolo è decisamente carica.
Ottima annata per la Liguria che dovrebbe essere l'unica regione italiana con un deciso segno positivo. Situazione critica invece sul Garda.

Annata positiva in Spagna, con una produzione stimata in 1,5-1,6 milioni di tonnellate, con un ritorno produttivo importante dell'Andalusia e in particolare di Jaen. Buona anche la produzione a Siviglia e nelle province limitrofe. Meno positiva la situazione in Catalogna e nelle zone più interne, come Terragona. Nel complesso dovrebbe essere una buona annata per la varietà Picual, mentre l'Arbequina e gli impianti superintensivi che, l'anno scorso, avevano salvato la campagna olearia iberica appaiono più in sofferenza, manifestando alternanza di produzione. Nessun significativo attacco di mosca e buone prospettive anche sulla qualità, ovviamente nell'ottica di un prodotto standardizzato. 
Nel complesso sarà un'annata media, anche considerando che tutti gli analisti stimano ormai il potenziale produttivo spagnolo a 2 milioni di tonnellate.

Anche in Portogallo si manifesta un po' di alternanza di produzione e, nonostante i nuovi oliveti che stanno entrando in produzione, si stima una campagna più povera a 100-110 mila tonnellate, in calo del 15-20% rispetto all'anno scorso.

In Grecia la campagna appare in flessione rispetto all'anno passato con un'inversione delle aree produttive. Ritorna alla produzione Creta e la sua Koroneiki e invece flette il Peloponneso. Nel complesso la produzione dovrebbe essere in linea con quella italiana a 210-230 mila tonnellate. Il meteo, però, pare aver aiutato e gli oli dovrebbero essere di qualità.

Annata di scarica, invece, in Tunisia, in particolare nel sud del Paese. La produzione dovrebbe essere praticamente dimezzata rispetto all'anno passato, a 150-170 mila tonnellate, con però nel nord, gli oliveti irrigui che manifestano una buona carica produttiva. Si segnala la presenza nel Paese di giacenze per 50-60 mila tonnellate che possono quindi portare il potenziale di export del Paese a parità con la scorsa campagna olearia.

In Marocco si prospetta invece una buona annata, con una produzione di 115-125 mila tonnellate, grazie al clima che ha aiutato la produttività in quasi tutte le aree del Paese.
Annata ugualmente buona in Turchia, con una prospettiva da 220-230 mila tonnellate, quindi in linea con i dati della scorsa campagna olearia.
Molto difficile stimare la produzione in Siria, a causa della guerra in corso, anche se il potenziale produttivo appare solo parzialmente intaccato dal conflitto e la produzione può arrivare a 140-150 mila tonnellate.

Sul fronte dei prezzi ci si attende un rialzo, fino a 5,5/6 euro/kg per l'olio italiano, con possibili punte oltre tale cifra nelle prime battute della campagna olearia, quando l'olio nuovo è molto ricercato. In Spagna, viceversa, si attende una flessione delle quotazioni a 2,5-2,7 euro/kg, portando di nuovo il prezzo molto vicino al costo di produzione. Tale quotazione dovrebbe far abbassare anche il prezzo dell'olio tunisino, da qualche anno ancorato a quello iberico, mentre l'extra vergine greco dovrebbe comunque spuntare un premio di prezzo di 50-70 centesimi rispetto all'olio spagnolo.

di Alberto GrimelliMarcello Scoccia