LA RIPRODUZIONE NELLE PIANTE

Gli organismi vegetali possiedono diversi sistemi di riproduzione asessuata (o vegetativa) che permettono in breve tempo di dare origine a individui geneticamente identici agli originari. Ma le piante possono riprodursi anche attraverso riproduzione sessuata e in tal caso le specie presentano un ciclo vitale in cui si alternano una generazione aploide e una diploide. La generazione diploide è detta sporofito e nelle piante superiori (felci, gimnosperme e angiosperme) costituisce la pianta vera e propria. Attraverso il processo di meiosi si forma la generazione aploide che è detta gametofito ed è rappresentata dai gameti maschili e femminili. Il gruppo delle angiosperme possiede un apparato riproduttivo particolare, il fiore, da cui si originano il seme e il frutto.

FORMAZIONI GOMMOSE SUI RAMI DI ALBICOCCO

Le formazioni gommose sulla pianta di albicocco sono causate da infezioni di monilia(Monilia laxa). Si tratta di un fungo microscopico che sverna nei cancri gommosi presenti sui rami della pianta e i cui elementi infettivi contaminano i fiori, causandone 

l’avvizzimento e la morte. L’infezione si propaga poi ai rametti con conseguente formazione di cancriemissioni di gomma e disseccamento della parte posta al di sopra del cancro gommoso. In seguito le infezioni interessano i frutti in via di maturazione o prossimi alla raccolta, sui quali determina la formazione di macchie marcescenti in rapido accrescimento, sulle quali si sviluppano piccoli cuscinetti di muffa color nocciola. Questa malattia è assai comune sull'albicocco e le infezioni maggiori avvengono allorquando la fioritura coincide con periodi umidi e piovosi. Per la lotta può essere utilizzato il tebuconazolo-4,35 (non classificato), alla dose di 35 ml per 10 litri d’acqua, rispettando il tempo di sicurezza indicato in etichetta:

  1. per il contenimento delle infezioni sui fiori occorre intervenire alla schiusura dei primi fiori ed eventualmente in piena fioritura, solo se l’andamento stagionale decorre particolarmente umido e piovoso, e alla sfioritura (caduta dei petali);
  2. per contenere le infezioni sui frutti in maturazione occorre intervenire un paio di settimane prima della raccolta, ripetendo l’applicazione dopo 7 giorni.

IL LAPILLO VULCANICO

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Il lapillo è la roccia fusa che fuoriesce dai vulcani, una volta raffreddatasi da origine ad una roccia friabile, di colore bruno o rossastro, ricca di Sali minerali, porosa, utilizzata da tempo nel giardinaggio. Si tratta di una roccia inerte, che non modifica il ph del terreno, e che non aggiunge fertilizzanti, in quanto, pur essendo ricca di Sali minerali, questi si disciolgono nel terreno con grande lentezza. In commercio ne esistono di varie granulometrie, dai pochi millimetri fino a circa tre centimetri, e la scelta della dimensione dei granelli dipende dall’utilizzo che se ne intende fare. Le granulometrie più piccole e minute vengono infatti utilizzate per alleggerire e rendere più drenante un terriccio compatto, per esempio da utilizzare con le piante succulente nei vasi; le granulometrie più grandi invece si utilizzano al posto dell’argilla espansa, da posizionare sul fondo dei vasi, oppure come pacciamante, al posto delle cortecce. In effetti si vedono sempre più spesso aiole pacciamate con il lapillo, che hanno un effetto visivo molto migliore rispetto a quelle pacciamate con corteccia di conifera. In effetti la funzione svolta è identica a quella della corteccia: riparo del terreno dall’insolazione, isolamento, diserbo dalle infestanti, maggiore quantità di umidità al di sotto della pacciamatura. Il lapillo è molto adatto ad essere utilizzato nelle aiole, quindi, come pacciamante. Il suo utilizzo nel terreno delle piante è utile quando si intende ottenere un substrato di coltivazione molto ben drenato, come nel caso delle succulente, o per gli agrumi. Al posto del lapillo, nel terriccio, si utilizza la perlite, la pietra pomice, la pozzolana; non è che un materiale sia migliore di un altro, in genere si utilizza quello meno costoso e più facilmente reperibile nella zona in cui viviamo.

Per quanto riguarda l’utilizzo del lapillo come pacciamante, al posto delle cortecce, anche qui non è che l’uno sia meglio dell’altro; dipende dal gusto estetico, ad esempio in un giardino mediterraneo sicuramente risulta più gradevole il lapillo rispetto alle cortecce di conifere. Entrambi i materiali sono “ecologici”, nel senso che non vengono prodotti con metodi chimici dannosi, il lapillo viene semplicemente raccolto dalle falde dei vulcani, le cortecce sono invece uno scarto di lavorazione del legno.

L'AGLIO

L’aglio è un ortaggio dai molti usi in cucina e dalle notevoli proprietà benefiche, per questo motivo non potrà mancare in un orto famigliare questa coltura, della famiglia delle LILIACEE.

Per rispondere ai consumi di una famiglia non serve una grande estensione, converrà ritagliare un angolo del nostro orto per coltivare Allium sativum.

Questo è un ortaggio che si semina tipicamente durante l’inverno oppure a primavera, prima della primavera.

Caratteristiche della pianta

Si tratta di una pianta erbacea perenne bulbosa conosciuta fin dai tempi antichi e di origine asiatica, nei nostri orti la coltiviamo come annuale riproducendola poi tramite i bulbilli per divisione degli spicchi di aglio. Il fiore dell’aglio è molto bello, ha un’infiorescenza a ombrello.  Il bulbo è proteetto da una tunica protettiva e contiene internamente un numero variabile di spicchi, da 6 a 25. Ogni bulbillo contiene una gemma che può dare origine a una nuova pianta.

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La semina dei bulbilli di aglio

Clima e terreno ideali. L’aglio ama un terreno leggero e come tutte le bulbose teme i ristagni d’acqua. Non necessita particolari cure, si adatta a quasi tutti i terreni, anche a quelli poveri e sabbiosi, e a quasi tutte le condizioni climatiche resistendo anche al freddo intenso. Il ph più adatto è leggermente acido, compreso tra 6 e 7.

Concimazione. Meglio non esagerare coi concimi organici per non favorire i marciumi dell’apparato radicale.In generale l’aglio non necessita molto concime.

Quando e come seminare. L’aglio si riproduce piantando gli spicchi (bulbilli) che si ottengono dividendo il bulbo (capocchia). Gli spicchi di aglio si piantano per file, interrandoli leggermente con la punta rivolta verso l’alto. I bulbilli si seminano a novembre oppure a febbraio, il prodotto si raccoglierà dopo 5 – 6 mesi.

Sesto di impianto dell’aglio. Le distanze da mantenere tra i bulbilli devono essere di 20 cm tra le file e di 10 cm lungo la fila.

Se il terreno è molto pesante e argilloso occorre fare in modo che l’acqua scorra via e non ristagni, per questo il terreno va lavorato parecchio e si possono pensare di fare porche (o baulature) rialzando l’aiola dove si semina.

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Coltivare l’aglio

Scapo floreale e bigoli di aglio. Ci sono varietà di aglio che presentano lo scapolo floreale,chiamato anche bigolo d’aglio, questo va tagliato perchè la pianta andando in fiore disperde energie e sviluppa meno la parte del bulbo, che è quella che interessa il coltivatore. In realtà il bigolo è molto buono, in particolare usato per condire la pasta (saltato in padella o soffritto), può essere originale e interessante quindi lasciarlo crescere se trovate una varietà che va in fiore (come l’aglio rosso di Sulmona).

Irrigazione. L’aglio coltivato in pieno campo non necessita molta irrigazione, generalmente bastano le piogge, nei mesi tra la primavera e l’estate se non piove molto può essere utile irrigare per avere bulbi di buone dimensioni. A bulbo sviluppato non si deve più bagnare per non favorire muffe e malattie che provocano marciume del bulbo.

Quando raccogliere. I bulbi d’aglio si raccolgono a 5-6 mesi dalla semina degli spicchi. Quando il gambo si piega e si svuota possiamo capire che è il momento del raccolto, infatti succede perché si interrompono scambi clorofilliani tra foglie e bulbo.  Piegare il gambo non ha senso, lo scambio clorofilliano si ferma da solo. Quando l’aglio inizia  seccare lo raccogliamo togliendolo dal terreno, si fa asciugare uno o due giorni al sole.

Conservazione dei bulbi. Dopo la raccolta facciamo seccare l’aglio al sole un paio di giorni, poi per conservarlo al riparo da muffe lo si tiene appeso in luoghi freschi e ombreggiati.

Rotazione e consociazione. Nell’orto famigliare l’aglio è un buon vicino per molti ortaggi, come le carote, sedano, cavoli e insalate, ravanelli. Occorre farlo ruotare evitando di ripiantarlo sulla stessa parcella.

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Parassiti e malattie

  • Peronospora. Fastidiosa malattia che si manifesta con un colore grigiastro e macchie sulle foglie, si previene col rame per evitare che si diffonda arrivando al bulbo.
  • Fusariosi. Il fusarium è una delle malattie crittogame più diffuse sugli ortaggi.
  • Ruggine. Si manifesta con macchie giallastre sulle foglie, è una malattia funginea che in orticoltura biologica si constrasta usando il rame.
  • Marciume dei bulbi, dovuto a funghi. Si verifica se la tunica è danneggiata o l’essiccazione non è avvenuta correttamente.
  • Muffa bianca. Altra malattia crittogama che si caratterizza per una leggera patina di muffa sulle foglie, a cui segue ingiallimento.
  • Mosca dell’aglio. Le larve di questo insetto vengono depositate dai bulbi che ne mangiano la tunica e favoriscono l’insorgere di batteriosi, virosi e altre malattie. Questo insetto si riproduce a tre/quattro generazioni l’anno, la prima è la più nociva alla pianta.
  • NEMATODI.

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Varietà di aglio

  • Aglio bianco. Generalmente ha un ottimo rendimento produttivo e per questo è il più coltivato. La varietà di aglio bianco più diffusa è l’aglio picentino, dalla capocchia di grandi dimensioni. Ci sono poi l’aglio di Caraglio, di provenienza piemontese.
  • Aglio rosa. Caratteristico di Agrigento e di Napoli in Italia e della francese Lautrec, si tratta di un aglio dal gusto delicato, che si conserva poco e viene coltivato per il consumo fresco.
  • Aglio rosso. Varietà dal gusto più forte. Tra le varietà dalla buccia rossa la più celebre è quella di Sulmona, che è una delle poche ad andare in fiore. Sempre con lo scapo floreale c’è una varietà antica coltivata nel trevigiano, l’aglio di Proceno. C’è poi il trapanese aglio rosso di Nubia a dodici spicchi, celebre per l’aroma e dal profumo intenso intenso.

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Proprietà e curiosità sull’aglio

L’aglio si coltiva da millenni, era coltivato già nell’antico Egitto. Secondo la superstizione popolare scaccia streghe e vampiri, e oltre che un condimento è da sempre in uso nella medicina popolare.

LA CROSTA SUPERFICIALE E LA PERDITA DI FERTILITA'

L'azione battente della pioggia causa il compattamento della superficie del terreno compromettendo la crescita delle piante. Ecco perché e come attenuare gli effetti

Se nell’orto, dopo una pioggia o un’irrigazione, si osserva la superficie del terreno e non si riconoscono più le zolle, bensì un’unica formazione piatta e compatta, siamo in presenza della crosta. La «crosta» è uno strato superficiale di terreno compattato che si comporta come un tappo, interrompendo gli scambi gassosi e il movimento dell’acqua tra sopra e sotto la superficie del terreno. Nei mesi freddi, esaminando attentamente, la superficie del terreno dell’orto presenta anche uno strato verdognolo di alghe o di muschio; situazione, questa, poco comune d’estate. Si possono inoltre osservare altri particolari comuni anche al caso della perdita di fertilità per «compattamento»: la crescita delle piante non risponde alle aspettative e si comportano come se ci fosse penuria d’acqua, l’acqua fatica a infiltrarsi nel terreno che, in più, non si asciuga.

La crosta si rompe con la zappa o con il sarchiello, ma nei terreni che tendono a formare facilmente e ripetutamente la crosta, vi suggeriamo di:

  • preferire il trapianto degli ortaggi alla loro semina;
  • spargere sul terreno uno strato, alto 0,5-1 cm, di compost o letame maturi (devono avere la consistenza del terriccio), oppure di terriccio da orto-florovivaismo, o di torba, o di torba mista a sabbia.

Lezione di potatura del melo

Nella potatura del melo bisogna considerare la varietà di melo, la forma di allevamento e la parte interessata dall'intervento. Si procede dall'alto verso il basso: parte alta, parte centrale e parte basale

Inizia tenendo presente la regola d’oro per la potatura del melo: maggiore è la vigoria della pianta di melo, minore deve essere l’entità della potatura. Ecco come procedere:

  • valuta la varietà di melo; varietà vigorose, produttive e non alternanti come Morgenduft e Granny Smith vanno potate meno, anche per ridurre la pezzatura dei frutti che altrimenti, in caso di scarsità di gemme, sarebbe troppo elevata. Altre varietà come Red Delicious spur vanno potate più energicamente per ridurre le gemme e mantenere una sufficiente spinta vegetativa;
  • per facilitare le operazioni di taglio pota la pianta di melo partendo dall’alto verso il basso.

Come potare la parte alta della pianta di melo:

  • elimina i concorrenti della cima;
  • elimina i succhioni e le parti vegetative non produttive;
  • spunta la cima di piante poco vigorose o devia la cima su un ramo laterale più debole nel caso di piante di forte vigoria, per contenere l’altezza della pianta. L’altezza della pianta non deve superare la larghezza del filare altrimenti si ombreggia la parte bassa delle piante del filare adiacente con conseguente decadimento produttivo e qualitativo.

Come potare la parte centrale della pianta di melo:

  • elimina i rami laterali grossi o vigorosi o che si sviluppano verticalmente con uno stretto angolo di inserzione;
  • piega a 90° alcuni rami laterali se necessario; questa operazione in genere è richiesta nei primi anni di impianto;
  • evita i tagli di ritorno o i raccorciamenti dei rami laterali (eccezionalmente solo per Gala e Braeburn, da fare preferibilmente dopo fioritura); piuttosto sostituisci l’intera branca;
  • adotta il «taglio a becco di luccio» nell’eliminazione di una branca, lasciando quindi uno sperone, per facilitare il rinnovo dei rami;
  • semplifica i rami laterali raccorciando quelli secondari: solo nel caso di piante grandi e portinnesti forti o di sesti di impianto larghi è consigliabile avere branche complesse;
  • togli i succhioni e le parti vegetative non produttive.

Come potare la parte basale della pianta di melo:

  • mantieni, nel caso di forma a vaso o a fusetto o a spindle, un’impalcatura di base formata da 4 (impianto fitto) o 6 branche a seconda del sesto di impianto;
  • semplifica le branche basali raccorciando i rami secondari se l’impianto è fitto; altrimenti, nel caso di sesti larghi, mantieni branche complesse;
  • togli i rami troppo grossi; il rinnovo dei rami basali (al massimo uno all’anno) avviene raramente per non favorire lo scoppio vegetativo nella parte alta della pianta;
  • piega il ramo se necessario, in caso di rinnovo; non spuntare il ramo di rinnovo dell’anno;
  • raccorcia i rami produttivi in via di esaurimento effettuando un taglio di ritorno su una gemma a fiore (soprattutto per le varietà spur o le varietà produttive come Gala);
  • togli i succhioni e le parti vegetative non produttive, se presenti.

Le operazioni post-potatura del melo

Ultimata la potatura occorre liberare il frutteto dalla ramaglia rimasta a terra per consentire il passaggio delle macchine per la gestione del suolo e la difesa fitosanitaria. Se la potatura è stata severa occorre separare manualmente i legni di taglia grossa, utili come legna da ardere, dalla ramaglia. Quest’ultima può essere sminuzzata con la trinciatura lasciando i residui legnosi sul terreno dove lentamente si trasformano in sostanza organica, utile per la fertilità del suolo. Per questo tipo di intervento si impiegano delle trinciasarmenti attaccate dietro al trattore.

LA POTATURA DEL GLICINE

Lo scopo della potatura delle piante di glicine è quello di contenerne le dimensioni, eliminare i rami vecchi e/o spezzati e aumentare la produzione dei fiori

I glicini sono meravigliosi e rustici rampicanti a foglia CADUCA originari della Cina, del Giappone e dell’America. Le varietà di glicine più facili da trovare sono: Wisteria sinensis (cinese), Wisteria floribunda (giapponese) e Wisteria frutescens (americana).

La potatura invernale dei glicini orientali (cinesi e giapponesi)

Si effettua entro la fine febbraio con il taglio di tutti i rami di un anno (A) della chioma lasciando le prime 4-6 gemme a partire dall’INSERZIONE sul ramo principale. Vanno poi eliminati i POLLONI che si sviluppano vicino alla base del tronco (B) o se ne lascerà uno solo (C) quando si desidera allevare un nuovo tronco o ringiovanire una pianta debole. Sul tronco si trovano inoltre POLLONI poco vigorosi ma più fioriferi che vanno tagliati (D) o potati a 3-4 gemme (E) (questi ultimi dopo la fioritura devono essere eliminati totalmente). Vanno poi eliminati i rami della chioma più sottili e/o spezzati (F).

La potatura invernale del glicine americano

Si effettua a fine febbraio tagliando i rami della chioma sino alla seconda gemma (G) ed eliminando tutti i rami deboli e piccoli. Anche i POLLONI presenti in basso vanno eliminati (H).

Cura del pollaio nell’allevamento di polli da carne

Prima di accogliere un nuovo gruppo di pulcini è necessario che la parte superficiale della lettiera sia rinnovata, ma poi solo mantenuta

Nell’allevamento dei polli, per garantire un ambiente sano, è fondamentale soprattutto curare l’igiene della lettiera. Questa, però, va mantenuta senza mai cambiarla completamente, fino alla conclusione del ciclo di allevamento (per questo viene definita «permanente»). Un cambio frequente della lettiera, contrariamente a quanto si possa pensare, non garantisce una maggiore igiene del pollaio. Ecco, quindi, come bisogna comportarsi:

  • fin dall’acquisto dei pulcini provvedere a coprire il pavimento del ricovero con uno strato di truciolo di legno o paglia tritata di almeno 10-15 cm, da mantenere fino alla fine del ciclo di allevamento, rastrellandola di tanto in tanto ed eliminando eventuali impurità grossolane;
  • curare la ventilazione del pollaio, in modo che la lettiera si mantenga asciutta;
  • nello spazio riservato ai pulcini non allevare altri animali (né galline, né pulcinotti di maggiore età) per evitare competizioni tra animali e trasmissione di malattie. Se sono presenti altri gruppi di avicoli, suddividere il ricovero con balle di paglia o con altri divisori idonei.

LE PIANTE PIU' ADATTE PER ATTIRARE GLI UCCELLI

1. Fico (Ficus carica), gli uccelli che in autunno si cibano sul fico sono moltissimi, praticamente tutti quelli che frequentano il giardino;

2. Gelso nero (Morus nigra), albero dalla chioma bassa e a cupola, il frutto è una mora gradita in estate dalla maggior parte degli uccelli;

3. Sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia), la sua chioma ovale e aperta raggiunge un’altezza di 15 metri. I frutti sono graditi in autunno e in inverno da merli, tordi, pettirossi, capinere e tanti altri uccelli;

4.Tasso, arriva ai 25 metri di altezza con la sua chioma arrotondata o a piramide. In estate le piante femminili producono bacche rosse di circa 1 cm che avvolgono il seme; gli storni e i tordi ne sono molto ghiotti e se ne nutrono scartando il seme velenoso;

5. Tiglio (Tilia cordata), può raggiungere i 30 metri di altezza e presenta una chioma a cupola. I frutti sono piccole capsule del diametro di 6 millimetri, ricercate in autunno da passeri, cince, verdoni, verzellini e altri piccoli uccelli;

6. Biancospino (Crataegus monogyna), forma bellissime siepi adatte a ospitare i nidi. Se lasciato crescere ad albero raggiunge i 4-5 metri di altezza; i frutti sono drupe rosse del diametro di 7-10 mm molto appetiti in autunno da merli, capinere, pettirossi, verdoni e tordi;

7. Rosa canina (Rosa canina), questo bellissimo arbusto raggiunge un’altezza di 2-3 metri. Le bacche sono rosse scarlatte, ovali o piriformi, lunghe circa 2 centimetri; in autunno sono particolarmente gradite a merli, storni, cesene e tordi. Nella foto in alto: verdone su una rosa canina;

8. Sambuco (Sambucus nigra), è una pianta alta 3-4 metri che cresce in modo rapido e mette le foglie precocemente. Le bacche sono raccolte in grandi infruttescenze verdi e maturando diventano nere; sono gradite in estate da cince, tordi, capinere e usignoli.

LA GALLINA COCINCINA GRANDE E DOCILE

Originaria della Cina, è una gallina molto docile con una spiccata attitudine alla cova e all’allevamento della prole. Caratterizzata dalla grande mole, è oggi prevalentemente allevata a scopo ornamentale

La gallina Cocincina è una delle galline più grandi che esistano: il gallo (a destra) raggiunge i 5,5 kg di peso, la gallina (a sinistra) i 4,5 kg. presenta un piumaggio abbondante e persino le sue zampe sono riccamente impiumate. Le varietà di colore esistenti sono molte e gli allevatori continuano a selezionarne delle nuove, ma la colorazione fulva (vedi foto in alto), che rappresenta il colore originario, resta la più diffusa e di più grande effetto visivo. Tra le sue caratteristiche è da annotare la spiccata attitudine alla cova e all’allevamento dei pulcini.

Queste si abbinano a un carattere molto docile, tant’è che si lascia accarezzare tranquillamente, rivelandosi un ottimo animale da compagnia. A causa della sua enorme mole, richiede un’alimentazione molto curata con supplementi di vitamine e minerali (soprattutto di calcio per irrobustire il suo apparato osseo). Essendo molto docile, vive bene sia in spazi chiusi che aperti; il consiglio è quello di costituire gruppi composti da 1 gallo e 3-4 galline. Questo consente di ottenere qualche decina di pulcini.

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COME INNESTARE LE PIANTE DA FRUTTO

Con la tecnica dell’innesto si ottiene una nuova pianta dall’unione di due individui. Vi si ricorre per la moltiplicazione di specie che non si propagano facilmente con altre tecniche e per risolvere molti problemi colturali

Affinché l’unione (attecchimento) delle due parti si verifichi regolarmente è necessario che si realizzino alcune condizioni fondamentali, e cioè:

  • che esista affinità fra i due BIONTI;
  • che la MARZA, di qualunque tipo essa sia, e il portinnesto vengano preparati in modo perfetto, secondo le modalità che di volta in volta verranno indicate per ogni tipo di innesto;
  • che le zone del tessuto cambiale delle due parti vengano a trovarsi in contatto; dal cambio, che è un tessuto generatore sempre molto attivo, nel punto di innesto si svilupperanno infatti i nuovi tessuti i quali permetteranno di stabilire la comunicazione fra marza e soggetto;
  • che esistano condizioni di temperatura e di umidità adatte al tipo di innesto;
  • che ogni tipo di innesto sia effettuato nella stagione opportuna e che lo stato vegetativo del portinnesto, per gli innesti primaverili, sia più avanzato di quello della marza;
  • che si applichi la marza sempre rispettandone la polarità, cioè la posizione che essa aveva sulla pianta da cui è stata prelevata, con le gemme rivolte verso l’alto;
  • che, subito dopo l’esecuzione, al punto di innesto vengano applicate le protezioni adatte a favorire l’attecchimento.

Queste nozioni di base rappresentano il primo approccio al vasto e complesso mondo degli innesti. Diversi sono i tipi di innesto (a triangolo, a gemma dormiente, a spacco, a corona ecc.) e molteplici le affinità tra specie e varietà di piante, senza considerare la manualità che si acquisisce con tanta pratica.

Marza

Detta anche «calma», porzione di pianta (ramo, germoglio, parte superiore di un fusticino, ecc.), provvista di una o più gemme, che si utilizza per effettuare un INNESTO.

Bionte

Ciascuna delle parti che si uniscono nell’innesto.

Cambio

Fascia sottile di tessuto delle piante superiori che genera, verso l’esterno, i tessuti corticali («CORTECCIA») – nei quali scende la linfa elaborata dalle foglie – e, verso l’interno, i tessuti legnosi; la zona più esterna (giovane) di questi ultimi è detta «ALBURNO».

Alburno

Cerchia legnosa che si forma durante l’anno nel tronco, nelle branche e nei rami delle piante arboree ed è costituita da cellule viventi; in esso si trovano i canali attraverso i quali la linfa grezza sale dalle radici alle foglie.

Corteccia

Detta anche «buccia» o «scorza», indica tutti i tessuti esterni al CAMBIO.

LA SOSTANZA ORGANICA DEL NOSTRO TERRENO

Molto spesso si sottovaluta l'importanza della sostanza organica, ma essa, oltre all'estrema importanza come fonte di nutrienti per il sistema vegetale, ha anche un enorme ruolo come riserva di carbonio.

La sostanza organica del terreno rappresenta  più grande riserva terrestre di carbonio (C), con 1500 miliardi di tonnellate di C organico, mentre nell'atmosfera sono presenti 720 miliardi di tonnellate di C sotto forma di anidride carbonica (CO2e solo 560 si trovano nella biomassa vegetale. Tali for­me sono rimaste in un equilibrio stabile fino all'avven­to delle attività umane e dell'era industriale, quando l'uso di combustili e la deforestazione hanno determinato una forte diminuzione della biomassa vegetale e della sostanza organica del terreno, con conseguente aumento dell'anidride carbonica in atmosfera. 
La sostanza organica quindi, oltre all'estrema importanza come fonte di nutrienti per il sistema vegetale, ha anche un enorme ruolo come riserva di carbonio. Questo ruolo è balzato all'attenzione solo recentemente, quando il problema dell'emissione di anidri­de carbonica nell'atmosfera e il conseguente aumen­to della temperatura hanno raggiunto dimensioni tali da richiamare l'attenzione pubblica e costringere a uti­lizzare tutti i mezzi a disposizione per ridurre le emis­sioni di CO2. Infine bisogna sottolineare l'importan­za ambientale di preservare la sostanza organica per combattere il disastro socio-economico derivante dal progredire dei fenomeni erosivi e di desertificazione dei terreni agricoli.
Da qui nasce la necessità di conoscere a fondo che cos'è la sostanza organica, come arriva al suolo e come si trasforma, quali sono i fattori che influenza­no la mineralizzazione e l'accumulo e infine quali sono le sue funzioni nel sistema terreno agrario.
Il contenuto di sostanza organica nei terreni varia da meno dell'1% nei suoli molto sabbiosi o deserti­ci, a valori medi tra l'1 e il 4% nei terreni agrari, fino a oltre il 10% nei suoli forestali, soprattutto in ambiente montano, e a più del 90% nelle torbe.
La sostanza organica del terreno è costituita da molecole a base di carbonio, azoto, ossigeno, idro­geno e in misura minore fosforo, potassio, zolfo, fer­ro ecc.
La sostanza organica labile è costituita da com­posti organici di base come gli zuccheri, i peptidi, le proteine enzimatiche, gli acidi nucleici, che possono essere presenti liberi nel terreno.
La sostanza organica stabile è costituita dall'hu­mus che è in grado di migliorare le caratteristiche fisi­che e strutturali, chimiche e biochimiche del suolo, ha funzioni in parte nutrizionali, attiva alcune funzioni metaboliche, microbiche ecc.
Nel terreno la sostanza organica si trova in diffe­rente stadi di evoluzione:

COSA È L'HUMUS?

L'humus è un composto di natura polimerica con 
composizione incostante a seconda della genesi, a elevato peso molecolare, con caratteristiche colloida­li, molto resistente al deterioramento, con rapporto C/N = 10(= 50% C e 5% N).
Durante il processo di umificazione si perde C e quindi si ha la concentrazione di N (Azoto).



COSA FA L'HUMUS?

L'humus (o sostanze umiche) del terreno:

  • rende un terreno meno fragile o meglio strutturato;
  • aumenta la capacità di un terreno di catturare luce e calore mediante la sua colorazione scura;
  • costituisce una fonte di cibo a lungo termine per i microrganismi;
  • interviene nelle loro attività di crescita o riproduzione;
  • ha la capacità di "legare" alcuni metalli come il fer­ro o l'alluminio, che sono molto importanti per la crescita delle piante, restituendoli alla pianta stes­sa nel momento del bisogno.

GLI ATTORI DELLA UMIFICAZIONE

lombrichi assicurano il mescolamento nel terreno dei residui organici. Portano la sostanza organica a con­tatto con i microrganismi. Gli insetti del terreno, insie­me ad altri artropodi svolgono un lavoro di sminuzza-mento e amminutamento dei residui organici, consen­tendo ai microrganismi del terreno di accedere a tut­te le parti dei residui organici.
Batteri e microrganismi crescono rapidamente quando della sostanza organica è aggiunta al terreno con i sovesci, i residui colturali, il letame, i concimi orga­nici ecc. Essi svolgono una veloce degradazione dei componenti organici quando sono semplici come gli zuccheri, gli aminoacidi e le proteine di alta qualità. La degradazione sarà lenta quando i componenti sono più complessi come la cellulosa, la lignina, la chitina ecc.

INFLUENZA DELLA SOSTANZA ORGANICA SULLE PROPRIETÀ CHIMICO-FISICHE DEL TERRENO

La sostanza organica ha un effetto diretto sulla cre­scita delle piante grazie alla sua influenza sulle pro­prietà fisiche, chimiche e biologiche del terreno. Essa infatti favorendo la strutturazione, facilita le coltivazio­ni e consente la circolazione di aria e soluzioni nutriti­ve all'interno del terreno stesso. Ha un'elevata super­ficie specifica, interagisce con i microelementi e con i minerali, agisce come scambiatore cationico, infatti ha un'elevata CSC (Capacità di Scambio Cationico) e costituisce una riserva di azoto.
La sostanza organica contiene inoltre il 20-80% del fosforo presente nel terreno, e oltre il 90% dello zolfo totale. Essa costituisce la fonte energetica per i batteri azoto-fissatori, favorisce lo sviluppo delle radi­ci (quindi le possibilità nutritive della pianta), e la ger­minazione dei semi. Stimola processi fisiologici e bio­chimici del metabolismo cellulare e svolge una funzio­ne di filtro permettendo di diminuire gli effetti tossici di metalli pesanti e fitofarmaci.
Nel dettaglio, la sostanza organica può dar luo­go allo sviluppo di aggregati, di dimensioni varia­bili a seconda delle caratteristiche di tessitura del terreno, ovvero della prevalenza tra le componenti minerali di sabbia, limo e argilla. Queste particelle possono disporsi e organizzarsi spazialmente gra­zie all'azione di ioni o cementi organici e inorgani­ci e costituire quella che viene chiamata la struttu­ra del suolo determinando la forma e le dimensio­ni degli spazi vuoti (macropori e micropori) all'in­terno di questo.
La presenza di sostanza organica garantisce una buona porosità, che aumenta l'aerazione e il drenag­gio del terreno. Ciò favorisce lo sviluppo delle radi­ci, l'attività della biomassa ed è di stimolo per l'attivi­tà dei cicli degli elementi nutritivi da cui dipende la fer­tilità del terreno.
La conservazione di una buona struttura del terreno ha poi delle implicazioni ambientali connesse con l'ero­sione. Infatti, lo sfaldamento degli aggregati e il conse­guente ruscellamento in seguito a violente piogge por­tano alla perdita degli strati superficiali del terreno più ricchi in materiale nutritivo causandone l'impoverimen­to, e conseguenti problemi di inquinamento e fenome­ni di eutrofizzazione e interramento di canali e fiumi.



La sostanza organica ha inoltre una forte influenza sul pH del terreno, in quanto provoca una sua legge­ra acidificazione, perché stimola la crescita della bio-massa microbica che produce CO2. Inoltre le radici di molte piante rilasciano acidi organici come l'acido ossalico, il citrico ecc. La sostanza organica influenza la capacità di ritenzione idrica non solo perché aumenta la porosi­tà e migliora la struttura del suolo, ma anche perché è in grado di trattenere grandi quantitativi di acqua. L'acqua trattenuta dalla sostanza organica influen­za notevolmente il regime di temperatura del suolo a causa della sua capacità termica. Il terreno infatti si raffredda e si riscalda molto più lentamente quando il contenuto di acqua è elevato. Un fattore molto impor­tante nel determinare la temperatura del terreno è anche il suo colore. Anche bassi contenuti di sostan­za organica possono modificare intensamente il colo­re del suolo perché la sostanza organica può essere finemente suddivisa e ricoprire le particelle argillose.
La quantità di humus prodotta dai diversi materia­li organici secchi o freschi, dipende da diversi fatto­ri che vediamo più avanti, e la resa in humus è lega­ta prevalentemente dalla qualità della sostanza orga­nica di partenza.
Di grande importanza è il rapporto tra Carbonio e Azoto (C/N) contenuti nei materiali interrati. Questo, infatti, influenza molto i processi di umificazione e i tem­pi del rilascio degli elementi nutritivi. In linea generale, si può dire che con un rapporto C/N basso (<10) si ha un rapido rilascio di nutrienti e una scarsa umificazione, mentre con un rapporto alto (>30) accade l'inverso. La resa in humus della paglia di frumento, per esempio, è diversa dal letame o da un sovescio. Va detto comun­que che, affinché un materiale organico possa esse­re trasformato in humus, è necessaria la presenza di sostanza organica di origine vegetale: le sole deiezioni animali non sono in grado di dare humus.
Il valore della resa in humus, viene quantificato da un coefficiente, detto coefficiente isoumico, espresso col simbolo Kl, e viene applicato alla sostanza orga­nica contenuta nei materiali di partenza.

Coefficiente di mineralizzazione (K2) e tasso di mineralizzazione della sostanza organica

Il coefficiente di mineralizzazione (K2) indica la quan­tità di S.O. che mediamente si consuma o, meglio, si mineralizza in un anno. Questo coefficiente varia in funzione delle caratteristiche pedologiche ed è influenzato dal clima e dalla gestione del suolo. Assume valori elevati per i terreni leggeri e ossigena­ti, e valori più bassi per quelli pesanti. La mineraliz­zazione è contenuta nelle stagioni fredde e più spin­ta, nei periodi di siccità e nelle stagioni caldo umide. E' esaltata dall'aerazione del terreno conseguente alle lavorazioni, quindi dallà lunghezza del periodo in cui questo resta scoperto e arieggiato. Sulla base dei lavori di diversi autori il valore medio di K2 da < 1,0% per i terreni argillosi, fino al 2,2% per i terreni sabbiosi.

Per effettuare il calcolo della S.O. mineralizzata in un anno in un determinato tipo di terreno, i dati neces­sari sono solo tre:

a)   il peso del terreno;

b)   la percentuale di S.O. presente;

c)   il K2 attribuito al tipo di terreno.

a) Peso del terreno. Il peso di un ettaro di terreno per la profondità dello strato arabile, per esem­pio di circa 30 cm, va dalle 3.000 tonnellate per un terreno argilloso, alle oltre 4.000 per un terreno sabbioso. Questi valori si ottengono moltiplicando i 3.000.000 di dm3 (equivalenti a litri) contenuti nel parallelepipedo formato dai 10.000 mq di un etta­ro di terreno con un'altezza di 0,30 m, per il peso specifico attribùito a quella tipologia di terreno.

Bilancio della sostanza organica

A questo punto la domanda è: quanta S.O. occor­re apportare per portare in pareggio il bilancio della S.O. nei suolo (Q) ?

(H x K2)/K1

dove:

Q = sostanza organica da apportare al terreno per mantenere costante il suo contenuto in humus (in S.S.);

H = quantità di humus presente;

K2 = coefficiente di distruzione dell'humus nel terreno = 1,4%;

Kl= coefficiente isoumico del fertilizzante organico che si intende utilizzare.

Il calcolo seguente invece, vuole calcolare la quan­tità di letame che sarebbe necessario apportare per reintegrare la quantità di S.O. persa senza interrare la paglia di grano come residui di coltivazione (per sem­plicità di esempio di calcolo non si considerano le stoppie e le radici che restano sul campo):

Q = (720 q.li/ha x 0,014)/0,30 = 33,6 q.li/ha di S.S. di letame

Poiché il letame ha un contenuto di S.S. del 22%

33,6/0,22 = 152,73 q.li/ha di letame bovino media­mente maturo.

IL NOCCIOLO E' UN CONCENTRATO DI SALUTE

La nocciola italiana sta conoscendo un momento di grande successo. Coltivare questa bella pianta in giardino è facile; i frutti hanno molte virtù e in cucina offrono sorprese piacevoli.

Nocciole italiane, un piacere e una riscoperta: questo piccolo frutto dal guscio duro, antichissima presenza sul nostro territorio dalle Alpi alla Sicilia, conosce oggi un momento di nuovo successo grazie al miglioramento varietale apportato alle produzioni italiane, considerate le migliori al mondo.

Il nocciolo in giardino e nel frutteto familiare è ancora considerato un "frutto minore", spesso la pianta trova un impiego prevalentemente ornamentale, come specie da siepe mista (anche in grandi vasi in terrazzo); in realtà il nocciolo è una pianta ideale per il piccolo frutteto familiare e per avere in giardino qualcosa che regala frutti saporiti e benefici, dalle molte virtù.

Come e dove coltivare il nocciolo

- Pianta dall'aspetto elegante e discreto, il nocciolo regala deliziosi frutti chiedendo in cambio ben poche cure. Il nocciolo è davvero una pianta generosa perché se ne utilizzano i frutti, i gusci e il legno, ottimo da ardere nel caminetto, mentre la chioma ha un'ottima capacità ombreggiante.

- Tipico del Piemonte e del Centro Italia, è però presente in tutte le regioni dalla pianura fino a 1300 m d'altitudine. Non ama le zone costiere, dove l'aria asciutta e carica di salsedine, unita al sole forte, lo indeboliscono: le foglie si bruciano seccandosi rapidamente. In queste aree, è necessario ombreggiare la pianta sotto un albero più grande, per avere speranza che mantenga il fogliame e produca frutti.

- Gradisce vivere in ambienti con inverni non troppo rigidi, soprattutto durante la fioritura, tra gennaio e marzo. Altrettanto dannosi sono i ritorni di freddo in primavera, al momento della fogliazione: bruciano i germogli indebolendo la pianta.

- Si adatta ai terreni più diversi, anche se preferisce un substrato calcareo, a reazione alcalina o neutra, e dotato di buona fertilità. Tollera bene anche i suoli pesanti (come quelli della Val Padana), con un certo grado di umidità, a patto che, all'impianto, il drenaggio sia stato effettuato correttamente. In generale infatti, il terreno deve essere ben drenato e ricco di sostanza organica, non soggetto a siccità estiva: in ambienti sufficientemente piovosi (oltre 1000 mm annui, di solito sulle Alpi e nell'alto Appennino) non occorre irrigare; al contrario servono almeno tre interventi irrigui da giugno ad agosto, per mantenere le foglie e produrre le nocciole.

- Per uno sviluppo armonico, nei primi anni è indispensabile una buona concimazione azotata, alla ripresa vegetativa; dal terzo anno d'età è utile anche l'apporto di letame o altro concime organico, ad anni alterni. Otterrete così un esemplare sano e robusto, in grado di fronteggiare meglio eventuali malattie.

Dal frutto al consumo, un percorso affascinante

Il nocciolo è una pianta che produce al meglio in ambienti piuttosto freschi e collinari. Le zone di produzione in Italia sono concentrate in Piemonte, Campania, Lazio (Viterbo e dintorni) e localmente in altre regioni anche del Sud.

A livello domestico la produzione delle nocciole è mirata soprattutto al raccolto del frutto fresco, da cogliere a mano quando è caduto a terra e da far essiccare lentamente in ambiente fresco, scuro e ventilato.

Oggi nei grandi noccioleti dell'Alta Langa e di altre zone italiane anche la raccolta avviene con macchine speciali che "aspirano" i frutti, rendendo molto rapida l'operazione. Gli essiccatoi delle nocciole sono costituiti da reti o graticci appesi sotto i tetti; una volta ben secco il frutto viene passato in particolari macchine che provvedono alla sgusciatura senza rompere il pregiato frutto, che viene poi tostato in attrezzature che creano condizioni di calore asciutto; successivamente si può ottenere una farina o trito di nocciole, per impieghi diversi.

Quali varietà scegliere?

I tradizionalisti sceglieranno senz'altro le varietà tipiche italiane. Tra quelle tipiche del Piemonte c'è la "Tonda Gentile delle Langhe": molto pregiata per le eccellenti caratteristiche di sapore e di consistenza, utilizzata prevalentemente per il consumo del frutto fresco o tostato e per l'impiego in pasticceria. Per ottenere una produzione generosa occorre però fornire un impollinatore adatto, per esempio l'ottima varietà 'Camponica' originaria dell'avellinese, e avere condizioni climatiche adatte, con basso rischio di gelate tardive, estate ventilata e non afosa, piogge frequenti in primavera ma clima asciutto in tarda estate in coincidenza con il periodo di raccolta.

Un'altra varietà tradizionale è la "Tonda di Giffoni" tipica dell'area avellinese e casertana; ha frutto medio con buona resa in sgusciato e di ottima qualità. Impollinatori: Mortarella, Camponica, Riccia di Talanico. Anche nel Lazio c'è una nocciola tipica, la pregiata "Tonda Romana" tipica del viterbese.

Cioccolato e nocciole, una coppia irresistibile

La crema di cioccolato e nocciole, commercializzata con marchi di grande notorietà, può essere realizzata anche in casa con nocciole tostate e spellate, cacao, cioccolato, latte e zucchero, ma attenzione: non avendo conservanti andrà consumata entro una settimana.

Nocciole anche per produrre calore ed energia

Le aziende di produzione più moderne utilizzano anche i gusci delle nocciole: una quantità enorme che viene destinata a essere bruciata in caldaie ad alto rendimento, per produrre calore, acqua calda ed energia. Si tratta dunque di un criterio particolarmente efficace per un'agricoltura ecosostenibile.

La nocciola per dire stop al colesterolo

Il frutto del nocciolo è stato studiato dagli scienziati e dai medici perché le sue virtù, decantate in passato dalle leggende popolari, sembravano essere promettenti, e infatti le ricerche effettuate con le più moderne tecnologie scientifiche hanno confermato la sua capacità di aiutare il nostro corpo a combattere l'accumulo di colesterolo "cattivo", quello che si rende responsabile di tanti problemi di salute nel corso degli anni.

La prestigiosa Food and Drug Administration, agenzia statunitense per la sicurezza alimentare e dei farmaci, raccomanda il consumo quotidiano di 30 g di frutta secca, in particolare nocciole e noci, per ridurre il rischio di malattie vascolari.

Inoltre è un frutto molto nutriente e saziante, ne bastano pochi per rifornire l'organismo di energia subito disponibile ed è quindi suggerita per i bambini e gli sportivi, e tutti abbiamo assaporato una delle preparazioni più celebri a base di nocciola, la leggendaria Nutella® che proprio nel Piemonte è nata, negli stabilimenti Ferrero.

In realtà la crema a base di nocciole e cioccolato è un'antica ricetta locale che le pasticcerie piemontesi, soprattutto nella zona dell'Alta Langa (Cortemilia, Cravanzana e dintorni) realizzano artigianalmente e, con un poco di pazienza, è possibile farla anche in casa.

Simbolo di saggezza e virtù nascoste, la nocciola rappresenta la pace e gli amanti segreti. La Tonda Gentile del Piemonte sorprende per il profumo, il sapore e l'aroma particolari ed è apprezzata nell'alta pasticceria e nei famosi gianduiotti di Torino.

Stagioni di fascino con il nocciolo

I graziosi amenti penduli del nocciolo appaiono a fine inverno, tra gennaio e marzo secondo l'andamento climatico e l'esposizione della pianta, che in quel periodo ha bisogno di sole. Il polline viene distribuito dal vento (impollinazione anemofila). In autunno il fogliame assume colorazioni intense dal giallo al rosso soprattutto in condizioni di clima fresco e soleggiato, poco umido.

Ciliegia, aspirina naturale ricchissima di antociani

Il mal di testa è il tuo peggior nemico? Non disperare, da oggi potresti stare meglio anche senza prendere l'aspirina. Ti basta consumare una manciata di... ciliegie fresche! Oltre a risparmiare soldi per l'acquisto del farmaco, eviterai effetti collaterali come mal di stomaco e ulcera e proteggerai il cuore, diminuendo il rischio di malattie cardiovascolari.

Proprio così, recenti studi hanno confermato ciò che da tempo si sospettava: la ciliegia è una super aspirina naturale, capace di inibire la sintesi del prostaglandine, un acido che media i processi derivanti dall'infiammazione. Il merito è degli antociani, di cui la ciliegia è ricchissima. Gli antociani agiscono in modo molto simile ai cosiddetti FANS (Farmaci Anti-Infiammatori non Steroidei), a cui appartengono, tra gli altri, l'ibuprofene e l'acido acetilsalicilico (ovvero l'aspirina). E le sorprese non si fermano qui...

CUORE DEBOLE? MANGIANDO CILIEGIE LO RAFFORZI!

Oltre a essere considerata la versione naturale dell'aspirina, la ciliegia è anche un prezioso alleato del cuore. Anche qui la tesi è suffragata da diverse ricerche, soprattutto di università americane (negli Stati Uniti la ciliegia è un prodotto molto apprezzato e diffuso). L'argomento è stato e continua a essere discusso anche in Italia. Mangiare ciliegie fa bene al cuore e alla salute hanno la capacita' di migliorare la salute delle coronarie diminuendo il rischio di malattie cardiovascolari.E non è ancora tutto. La ciliegia è un frutto molto indicato per chi ha problemi di peso. Basta una ciotola al giorno per raggiungere in fretta il senso di sazietà tra un pasto e l'altro, senza per questo ingerire grassi, zuccheri in eccesso o pericolose pillole “antifame”. Notevole anche l'azione depurativa e disintossicante per l'organismo, efficace in caso di stipsi e per riequilibrare la flora intestinale.

Il periodo di raccolta delle ciliegie comincia a maggio, ma già oggi possiamo mettere la pianta a dimora approfittando delle prime giornate di tiepido sole (il periodo di piantagione dura fino ad aprile). Tutte le varieta' di ciliege sono ricche di flavonoidi e antociani: non ci resta quindi che fare scorta in vista dell'imminente primavera e prepararci a una raccolta di piccole e deliziose aspirine naturali a costo (quasi) zero!

Un frutto antico da riscoprire e facile da coltivare: il MELO COTOGNO

Il MELO COTOGNO(Cydonia oblonga) è un albero deciduo, che produce frutti color oro, commestibili, molto aromatici. Originario dell’Asia sud occidentale, è quindi diffuso in tutto il Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo.

E’ un frutto che non dovrebbe mai mancare nell’orto o nel giardino, poiché, oltre che particolarmente bello, ha dei frutti dal gusto delicato e suadente dai quali si ricava una buonissima confettura.

Il MELO COTOGNO è un albero di medie dimensioni che può raggiungere al massimo i 5-6 metri di altezza.

In primavera i suoi grandi fiori bianchi sfumati di rosa evocano una struggente tenerezza.

I frutti sono piriformi, asimmetrici, lunghi circa 15 cm, di colore giallo oro e molto aromatici. La buccia è ricoperta di peluria che scompare a maturazione. La polpa è bianco–giallastra, facilmente ossidabile, poco dolce ed astringente.

I frutti vanno lasciati sulla pianta il più a lungo possibile prima di raccoglierli, per permetterne la completa maturazione, senza tuttavia correre il rischio di gelate. Si raccolgono quindi verso ottobre-novembre e vanno conservati in un luogo fresco e buio per circa un mese, affinché si ammorbidiscano.

La loro elevata aromaticità fa sì che questi frutti debbano essere conservati preferibilmente separati da altri. Possono essere consumati tal quali, previa cottura oppure per la preparazione di un’ottima confettura, la cotognata, dolcissima.

Specie poco esigente, facile da coltivare, preferisce terreni neutri, profondi e fertili, ma è capace di adattarsi a qualsiasi situazione.

L’impianto può essere eseguito da fine autunno a inizio primavera, in posizioni calde, esposte al sole e protette, poiché i fiori sono sensibili al gelo e i frutti necessitano sole per maturare.

Eseguire la potatura a inizio inverno: nei primi anni, per dare forma e arieggiare la chioma nel suo interno; in seguito per eliminare i rami secchi o improduttivi.

In gennaio è consigliabile eseguire una concimazione organica a base di stallatico maturo che garantirà alla pianta la riserva di sostanze nutrienti per tutta la stagione vegetativa.

Il MELO COTOGNO può essere coltivato con successo anche in vaso: le sue modeste dimensioni lo consentono. Il vaso dovrà però avere un diametro e un’altezza di almeno 50-70 cm e ogni 4-5 anni andrà rinvasato, riducendo l’apparato radicale e sostituendo un po’ del terriccio esaurito con del nuovo e concimando abbondantemente.

Il cotogno (Cydonia oblonga) è una pianta della famiglia delle Rosacee.
E’ un piccolo albero, che può raggiungere i 5-6 metri di altezza.
Le foglie sono caduche, obovate od ellittiche, grandi, di colore verde cupo, glabre sulla pagina superiore, verde più chiaro e tomentose in quella inferiore. I fiori sono singoli, di colore bianco o rosato, a cinque petali. 
I frutti, di colore giallo oro intenso, sono di dimensioni variabili, maliformi o piriformi ma sempre asimmetrici. La buccia è ricoperta di peluria che scompare a maturazione. La polpa è bianco–giallastra, facilmente ossidabile, poco dolce ed astringente. Dopo la cottura la polpa diventa molto dolce. La raccolta varia da metà settembre alla seconda decade di ottobre.
La resistenza ai geli invernali è molto elevata. 
Predilige terreni freschi, sciolti, neutri o subacidi soffrendo di clorosi ferrica in quelli argillosi e calcarei. Nei terreni troppo asciutti soffre la siccità estiva a causa dell’apparato radicale molto superficiale. 
La varietà con i frutti a forma di mela è chiamata “melo cotogno”, mentre quella con i frutti più allungati “pero cotogno”.

LA POTATURA INVERNALE DELLE PIANTE DA FRUTTO

E' tempo di prendere in considerazione le necessità di potatura, una pratica che può rivelarsi un po' complessa soprattutto sulle Pomacee (meli e peri di varietà moderne) sulle quali, senza un regime di tagli corretto, non si ottiene una fruttificazione soddisfacente. In generale va detto che il regime di potatura ben fatto limita il problema dell'alternanza di produzione, peraltro naturale su alcune varietà: ad un'annata di produzione abbondante segue un anno in cui la fruttificazione è scarsa (pochi frutti, ma di buona pezzatura). Con il passare del tempo, se non si effettuano potature idonee, la tendenza all'alternanza si accentua e la pianta invecchia precocemente. Viceversa, favorendo il costante rinnovamento della chioma e del legno, le piante si mantengono giovani e il fenomeno dell'alternanza si riduce.

Perché potare in inverno
La potatura avviene in inverno grazie alla fase di riposo vegetativo: in queste condizioni lo stress da taglio non influisce sulla produzione e sulla fioritura, e la pianta ha davanti a sé il tempo necessario per riprendersi e per lignificare i tagli.
Il periodo migliore va da novembre a marzo. Specie come il pero si possono potare anche prima di Natale, mentre altre, più sensibili al gelo, come l'albicocco, preferiscono essere potate verso fine febbraio ma comunque prima dell'ingrossamento delle gemme da fiore. È bene effettuare il lavoro di potatura controllando le previsioni meteo, per agire in un periodo nel quale non si prevedano a breve bruschi e intensi abbassamenti di temperatura; meglio evitare le giornate molto ventose.

Per uno sviluppo sano e armonioso
Un fenomeno da conoscere e capire bene è il seguente: quando si recide un ramo, si stimola la produzione di germogli sottostanti. In una pianta vigorosa ciò comporta sviluppo eccessivo della vegetazione al di sotto del punto taglio, determinando un'anormale produzione di rami a scapito della fruttificazione.
Anche in una pianta debole il taglio stimola lo sviluppo di rami, ma in questo caso vien avvantaggiata la struttura generale dell'esemplare, che così si infoltisce. È quindi consigliabile non potare severamente una pianta vigorosa, per evitare una crescita esplosiva di nuova vegetazione, mentre conviene fare tagli anche energici su una debole, per stimolarne la crescita di nuovi rami.

L'importanza di un taglio pulito Cesoie, seghetti e troncarami utilizzati per gli interventi di potatura devono essere perfettamente taglienti e pulitissimi: è buona regola pulire la lama con uno straccio imbevuto di alcool prima di passare da una pianta all'altra. L'utilizzo della pasta cicatrizzante è consigliata solo se i tagli sono estesi (per esempio l'asporto di un grosso ramo) dove si possono diffondere i parassiti.

Riconoscere i diversi tipi di ramo
Per potare correttamente meli e peri è necessario saper riconoscere i diversi tipi di rami. Il brindillo è un rametto corto ed esile, di un anno, che porta un gruppetto di fiori e fogli alla sommità, dove nascerà il frutto; la mela Granny Smith e la pera Kaiser producono prevalentemente sui brindilli che, se sono trop pi, vanno diradati. La borsa è una ramificazione nata dall'asse portante l'infiorescenza. Quest'asse si ingrossa e le gemme a legno alla base si evolvono in dardi e brindilli. Il risultati è la formazione di un ramo produttivo. Il dardi è un corto germoglio che spunta perpendicolarmente al ramo su cui si origina, porta in punta una gemma a legno da cui nasce un rosetta di foglie al centro della quale si sviluppa una nuova gemma a legno, alcune volte mista. Solamente dal terzo anno la gemma terminale, subirà una differenziazione a fiore (gemma mista) e il dardo entrerà in produzione. Se la pianta è vigorosa, la formazione della gemma a fiore nasce già al secondo anno.
La lamburda, formazione vegetale tipica di peri come Abate Fétel, Decana del Comizio, Conference, si sviluppa su dardi vecchi; l'infiorescenza si presenta sul ramo di un anno e la durata effettiva di questa formazione a fiore può proseguire per lunghi periodi; le lamburde presenti sulla pianta diverranno con il passare degli anni numerose e può essere utile ridurle, in modo da non avere eccessive produzioni che, a lungo andare, indeboliscono l'esemplare. Il ramo misto è di lunghezza variabile; le gemme laterali lungo il suo asse possono essere a legno o miste. Al momento di potare, si deve sapere se la varietà produce fiori sui rami misti in punta, a metà o alla base. Un modo per saperlo consiste nell'osservare, al momento della raccolta, quali sono i rami che portano i frutti e la posizione di questi ultimi sull'asse del ramo misto; alla successiva potatura invernale si potrà così intervenire oculatamente. Nel dubbio, meglio diradare i rami evitando cimature, che provocano un'eccessiva produzione di foglie.
Via i rami troppo fitti: Osservate la pianta ed eliminate i rami molto ravvicinati, soprattutto se sono nel centro della chioma, che deve sempre rimanere ariosa e poco affollata di rami e foglie.

Complicato? Ma non sempre è così complesso...
Quasi sempre l'appassionato alle prime armi si sente preso dai dubbi di fronte a queste complicazioni. Ma non tutte le specie da frutto presentano la necessità di conoscere e rispettare un regime di tagli complesso. Fico, nocciolo, melograno, kaki e agrumi non hanno queste esigenze; il ciliegio ama essere potato poco, più che altro nelle fasi giovanili, e in seguito solamente per una pulizia e riordino della chioma.
Inoltre, meli e peri in varietà antiche, adatte al giardino familiare, sono meno esigenti delle varietà moderne coltivate in agricoltura intensiva, che senza un regime di potatura corretto non arrivano a fornire una produzione costante e omologata alle richieste del mercato.

Pesco e ciliegio: quale tipo di potatura?
- II pesco comune (P. persica) differisce dal pesco-noce (Prunus persica var. nectarina), i cui frutti sono spesso chiamati "nettarine", per il fatto che la buccia di questi ultimi è liscia; le nettarine sono destinate al consumo fresco, in quanto meno adatte alla trasformazione in conserve e sotto sciroppo. Il pesco-noce è un poco più sensibile al freddo.
- La produzione dei frutti su entrambe le tipologie avviene sui rami nati nel corso dell'anno precedente, pertanto è essenziale incoraggiare la nascita di nuovi getti che daranno frutti l'anno dopo. Sono opportuni interventi di potatura a novembre, nelle zone con inverno mite, oppure a fine inverno dove il periodo dicembre-febbraio è normalmente gelido. La vegetazione tende a spostarsi, con il tempo, verso la parte alta della chioma, che va quindi accorciata periodicamente. I rami che portano frutti sono quelli misti e i brindilli.
- A differenza del ciliegio dolce, che porta i frutti su rami vecchi di due anni o più (i dardi a mazzetto, che producono anche per decine di anni), il ciliegio acido fruttifica soprattutto su rami di un anno sviluppatisi nella stagione precedente. Perciò si dovrà aver cura di potare per favorire una ricca produzione di nuovi getti, che di anno in anno vanno a sostituire l'apparato produttivo.
- Con la potatura regolare da fare a fine autunno o fine inverno le piante conservano una dimensione più compatta ma in ogni caso la taglia dell'albero adulto è determinata fondamentalmente dalla varietà e dal portinnesto. Il ciliegio dolce può essere lasciato in forma naturale o condotto a vaso o a palmetta. Il ciliegio acido si lascia prevalentemente in forma naturale e richiede frequenti spollonature perché presenta facile tendenza a emettere succhioni dal portinnesto, soprattutto in terreni fertili e umidi. I succhioni vanno tagliati subito alla base.

Potare gli alberi da frutto per ottenere effetti speciali
- Il melo è una delle specie più flessibili: con pazienza si arriva a ottenere un tunnel che offre una fruttificazione e, naturalmente, una splendida fioritura primaverile.
- Per arrivare a questo risultato occorre partire da piante giovani di varietà resistenti, poco sensibili ai parassiti, da collocare vicino a una struttura metallica robusta. Fin dai primi anni occorre legare i rami principali alla struttura operando, inizialmente, una potatura che non porterà a produzione. Solo dopo 4-5 anni le piante potranno essere potate in modo da favorire la fruttificazione, diradando i succhioni o accorciandoli alla terza gemma per favorire le formazioni a frutto. Oltre ai meli si possono usare, per questo tipo di struttura, anche i susini.
- Per formare i meli a cordone si parte da esemplari (astoni) giovani, di un anno, da incurvare durante il periodo di crescita fino a ottenere un angolo di 90° e si legano a un filo teso tra due paletti. Durante la crescita vanno accorciate a 5 cm tutte le ramificazioni laterali. In inverno si procede sulle piante adulte a una potatura regolare sfoltendo i rami troppo vicini.

Una regola base per potare il susino
Eliminate i rami cresciuti nell'anno che vanno verso i centro della pianta e parte dei succhioni (i rami eretti cresciuti rapidamente in estate). In questo modo si ottiene una migliore fruttificazione. Il susino giapponese richiede una potatura energie ogni anno: produce molto e senza i tagli si riduce la quantità, dimensione e qualità dei frutti.

Melograno: solo una pulizia
Alcune specie da frutto, come fico, kaki e melograno, non vanno sottoposte a una potatura di produzione. In inverno l'unico tipo di taglio da fare è mirato alla pulizia ed eliminazione di rami secchi o mal posizionati (per esempio sporgenti oppure orientati verso l'interno).

Un caso speciale: la potatura del pero
- Il pero comprende alcune varietà molto vigorose che devono essere diradate e sfoltite senza accorciature eccessive. Una parte dei rami che hanno portato i frutti va potata; i rami conservati vanno arcuati grazie a una serie di pesi o a una legatura sui cavi d'acciaio, se la forma di allevamento è a spalliera.
- Nel caso del pero è importante effettuare una potatura verde, in estate, per mantenere i frutti in maturazione ben arieggiati e soleggiati. Una forma particolare di potatura è il diradamento dei frutti, da eseguirsi dopo la naturale cascola di giugno, per ottenere pere di grossa dimensione e di buona qualità.
- Attività vegetativa e attività di produzione devono essere equilibrate, nel caso del pero soprattutto. I rami laterali, quelli che nascono dalla struttura che forma lo "scheletro" dell'albero, non devono diventare più grossi e pesanti degli stessi rami principali. Potate in modo tale che la struttura di base dell'albero rimanga più o meno dello stesso volume nel corso degli anni; questo aiuta a conserva re un equilibrio produttivo.

La pacciamatura: una pratica nota fin dall'antichità.

AQUISTA IL TELO PACCIAMATURA SU GARDEN

La pacciamatura è una tecnica conosciuta fin dalla più remota antichità. Consiste, come noto, nel tenere coperto il terreno imitando quanto accade liberamente in natura, quando, le foglie secche, cadendo, si ammassano ai piedi degli alberi impedendo, o comunque limitando fortemente, la crescita di altre piante. In natura, infatti, la fertilità dei terreni è anche data dal loro grado di copertura e protezione.

Difficilmente, infatti, esiste un terreno totalmente scoperto, ossia esposto al vento, al sole ed alla pioggia, che sia allo stesso tempo estremamente fertile.
Il naturale tappeto vegetale, che si crea col tempo (foglie, rami ecc...), ha, infatti, lo scopo importantissimo di creare e mantenere umidità e temperatura costanti favorendo, tra l'altro, la vita e la proliferazione di quei batteri e microrganismi che sono assolutamente preziosi all'ideale crescita delle piante. La pacciamatura pertanto può essere paragonata ad una pelle sensibile e porosa che autoregola il terreno proteggendolo.

I principali obiettivi della pacciamatura sono quindi i seguenti:

  • controllo delle infestanti, soprattutto per motivi estetici e di competizione con le piante che si andranno a mettere a dimora.
  • diminuzione del consumo idrico.
  • riduzione degli sbalzi termici principalmente nei mesi invernali.
  • protezione dalla forte azione di rovesci d'acqua, vento e sole.
  • miglioramento della tessitura del terreno.
  • risparmio di tempo e di lavoro grazie al superamento di ogni operazione di sarchiatura.

Oggi, le tecniche di pacciamatura più diffuse sono quella chimica e quella meccanica

Pacciamatura chimica: La più economica è quella chimica mediante irrorazione di antigerminanti che inibiscono la crescita di vegetazione indesiderata. Per la forte aggressività verso l'ambiente, e la facilità di conseguente inquinamento dei corsi d'acqua, è stata oggi, spesso, abbandonata.

Pacciamatura meccanica: E’ quella attualmente più diffusa e prevede la posa sul terreno di un telo, cosiddetto antialga, in materiale sintetico (solitamente polipropilene) di colore nero o verde.

Sul telo, per motivi estetici, vengono poi abitualmente posati due tipoligie di materiali pacciamanti:

  • inorganico come lapillo vulcanico, ghiaia, argilla espansa, conchiglie, ecc...

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Annaffiatura 
Durante tutta la prima stagione vegetativa, le piante appena messe a dimora necessitano di irrigazioni ripetute; meglio una bagnatura abbondante (5-10 litri) ogni 4-5 giorni in modo da far penetrare l’acqua in profondità piuttosto che un’annaffiatura superficiale ogni due giorni.anni seguenti la frequenza di annaffiatura va regolata sulla base delle condizioni climatiche e della natura del terreno.
Nota: Se il terreno è in pendenza sarà necessario scavare una trincea a monte della pianta e proporzionale alla stessa, in modo da formare una piccola conca di raccolta dell’acqua che altrimenti scorrerebbe via.

 

Concimazione 
Usare concimi chimici liquidi o granulari che abbiano al loro interno anche microelementi quali Ferro, Magnesio, Zinco, etc. A partire dal mese di Marzo-Aprile e fino all’autunno, effettuare ripetute concimazioni somministrando piccole dosi. Puoi aquistare i concimi liquidi per azalee su CONCIMI LIQUIDI

 

Zappatura 
Almeno per i primi anni dopo l’impianto è necessario zappare periodicamente intorno alla pianta; in questo modo oltre ad eliminare le malerbe presenti che potrebbero entrare in competizione con le radici dell’albero, si facilita anche la penetrazione dell’acqua nel suolo.
Un’alternativa pratica ed economica alla zappatura è realizzare intorno alla pianta uno strato di pacciamatura con corteccia di pino. Tale soluzione apporta numerosi vantaggi: elimina l’impiego di manodopera, riduce la crescita delle malerbe, acidifica il terreno, diminuisce l’evaporazione dell’acqua nel periodo estivo e protegge le radici dal gelo durante l’inverno.

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Preparazione del terreno 
Non tutti i terreni sono ottimali per ottenere un buon tappeto erboso. Spesso è necessario apportare delle correzioni per ottenere una struttura porosa, ideale per ricevere acqua e aria e favorire la formazione di un apparato radicale ampio e profondo. I terreni pesanti e argillosi devono essere corretti con sabbia, quelli troppo sciolti con torba. Interrare il tutto con una lavorazione profonda ed eseguire una concimazione starter degli elementi indispensabili per una crescita rigogliosa e uniforme: azoto, potassio e soprattutto fosforo. Si proceda poi ad un regolare livellamento per evitare zone di ristagno dell'acqua.

Semina 
Il seme deve essere distribuito uniformemente. Si consiglia la distribuzione meccanica, più efficace e sicura. Se distribuito manualmente si deve mescolare il seme con abbondante sabbia o terra finissima, e dividere il tutto in due porzioni. Distribuire la prima andando da nord a sud e viceversa, la seconda da est a ovest e viceversa. Interrare di pochi millimetri il seme con un rastrello o un interratore, per ottenere una germinazione pronta e un’emergenza uniforme. Infine, rullare leggermente il terreno.

Manutenzione 
Per la concimazione si consigliano i superfertilizzanti di lunga efficacia, oppure da maggio a settembre il fertilizzante con diserbante a doppio effetto. Per avere un prato più folto e resistente è importante ripetere una concimazione prima dell'inverno.

Irrigazione 

Subito dopo la semina per una buona germinazione del seme è fondamentale mantenere un’adeguata umidità nei primi 2/3 cm. del terreno con irrigazioni brevi e frequenti; ciò significa che nei periodi più caldi e necessario irrigare anche più volte al giorno. Vanno quindi evitati i disseccamenti prolungati del terreno così come vanno evitati i ristagni che potrebbero far marcire il seme. E’ importante non irrigare di notte poiché il seme rimanendo umido troppo a lungo potrebbe essere attaccato da malattie fungine. Una volta che la maggior parte del seme è germinato, ridurre la frequenza delle irrigazioni fino ad una volta ogni 2/3 giorni a seconda dell’andamento stagionale. Il periodo migliore per irrigare è, a questo punto, la mattina, in modo che l’erba abbia subito modo di asciugarsi e rimanere sana. Avvertire il vivaio in caso di comparsa di macchie di secco perché in questo caso potrebbe essere in corso un attacco parassitario. 

Taglio 
Prima di effettuare il primo taglio è necessario verificare l’ancoraggio delle giovani piantine per evitare che le lame del tosaerba le strappino dal terreno; come verifica provare a sradicarle manualmente applicando una forza moderata, se queste ultime mostrano una certa resistenza alla trazione si può procedere al taglio. Quando l'erba raggiunge l'altezza di 6-8 cm, eseguire il primo taglio con altezza non inferiore a 5 cm. In seguito i tagli regolari irrobustiranno il tappeto erboso e lo terranno pulito dalle malerbe. Per i tagli successivi è preferibile non scendere al di sotto di 3 cm. d’altezza.

Concimazione 
Per la concimazione è consigliabile impiegare concimi chimici a lenta cessione che assicurano un lento e graduale rilascio di elementi nutritivi per tutta la stagione di crescita del tappeto erboso. Per avere un prato più folto e resistente è importante ripetere una concimazione prima dell'inverno.

Piccoli accorgimenti 
Durante l’inverno non calpestare il prato in presenza di ghiaccio o se molto bagnato per non compattare il terreno. A fine inverno ripulire il prato da foglie secche e rami ed effettuare un leggero taglio superficiale per rimuovere le punte delle foglie ingiallite durante la stagione fredda.

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Per chi ne ha la possibilità e lo spazio, realizzare un piccolo frutteto familiare è sicuramente un’attività gratificante ed appassionante ma anche delicata al tempo stesso. La messa a dimora va quindi eseguita attuando alcune semplici ma fondamentali linee guida che consentiranno di dare una lunga e prospera vita agli alberi, poiché, la pianta che cresce bene e sana nella fase iniziale, crea tutti i presupposti per resistere meglio agli agenti atmosferici, alle malattie e per regalarci abbondanti e costanti produzioni.

Epoca di piantagione

Il miglior periodo per la messa a dimora degli alberi da frutto è da inizio autunno fino alla fine dell’inverno, quando le piante sono in riposo vegetativo e prive di foglie. Ci sono diversi vantaggi ad effettuare la piantagione in questo lasso di tempo: • L’attecchimento sarà più sicuro poiché il terreno con cui è stata richiusa la buca si compatterà bene attorno alle radici grazie alle piogge invernali. • L’albero inizierà ad emettere la nuova vegetazione non appena la temperatura dell’aria ricomincerà ad aumentare alla fine dell’inverno e potrà esprimere il massimo potenziale di sviluppo consentito dalla sua capacità vegetativa. • Saranno necessari meno interventi di manutenzione, intesi soprattutto come annaffiature, poiché con le piantagioni autunno-invernali la pianta affronterà la stagione estiva bene impossessata nel terreno, con le radici già ben sviluppate ed autonome nell’approvvigionamento idrico. Tutto ciò è essenzialmente valido per le piante fornite a radice nuda mentre per gli alberi coltivati in vaso, essendo questi ultimi con l’apparato radicale già formato e quindi più autonomi, la messa a dimora può essere eseguita per tutto l’arco dell’anno, evitando sempre comunque i periodi estivi più caldi, soprattutto nei terreni aridi e con poca disponibilità di acqua per le irrigazioni estive di soccorso. Ci sono poi alcune specie notoriamente delicate quali, ad esempio, olivo, kaki, fico e nespolo del Giappone che potrebbero essere danneggiate dal freddo invernale per cui, nei luoghi più freddi, è quasi tassativa la loro messa a dimora primaverile, indipendentemente dal fatto che siano in vaso o radice nuda.

Scelta del luogo idoneo e del sesto d’impianto

In linea generale, tutte le piante da frutto amano una posizione soleggiata, luminosa, preferibilmente esposta a mezzogiorno e al riparo dalle correnti fredde settentrionali. Ci sono poi alcune specie come ad esempio il ciliegio, susino, melo, pero, pesco, sorbo, cotogno e nespolo europeo che non temono assolutamente il freddo e che si possono quindi collocare anche in posizioni meno favorevoli. Altre specie invece, quali albicocco, mandorlo e nespolo del Giappone, temono i ritorni di freddo tardivi che possono provocare danni ai fiori ed anche ai nuovi germogli se il freddo è molto intenso.

Il tipo di terreno è un fattore determinante che può decretare il successo o l’insuccesso della piantagione. Generalmente sono da preferire quei suoli di medio impasto, ricchi di sostanza organica e ben drenati. Sono sicuramente da evitare quelli molto argillosi, compatti ed asfittici. Nella scelta del sesto di impianto, cioè lo schema di piantagione, un altro fattore fondamentale da tenere in considerazione è lo spazio aereo e radicale che andrà ad occupare l’albero una volta adulto. Gli schemi di piantagione possono essere schematicamente riassunti nei seguenti quattro: • a file. • a file sfalsate. • a quadrato (posizionando le piante ai quattro angoli). • a quinconce (posizionando le piante a quadrato ed una al centro). Qualunque sia il sesto scelto, in linea del tutto generale, si consiglia di prevedere distanze relative tra le piante di circa 4/6 metri, variabili in funzione della vigoria della pianta, esposizione e pendenza del terreno. Attenzione a rispettare distanze di almeno 2/3 metri da recinzioni, muretti e pavimentazioni e di almeno 6/7 metri da altri alberi esistenti ed edifici. Infine, riguardo alle distanze dai confini, attenersi sempre alle distanze minime previste dalla legge o dai regolamenti locali. 4. Modalità di messa a dimora Definito il tipo di terreno, si deve procedere con la preparazione delle buche delle seguenti dimensioni (indicative): larghezza 80/100 cm. e profondità 60/80 cm. Questa operazione deve essere eseguita diverso tempo prima della piantagione, preferibilmente durante l’estate in modo da arieggiare il suolo e lasciarlo successivamente esposto agli agenti atmosferici invernali che lo renderanno friabile e poroso. Se nel terreno fossero stati presenti in precedenza altri alberi da frutto, si consiglia di spolverare tutte le pareti della buca con calce viva per distruggere eventuali funghi derivanti dai vecchi apparati radicali. Qualora il terreno si presenti argilloso e compatto, sarà indispensabile collocare sul fondo della buca uno strato di circa 10/15 cm di sassi o ciottoli al fine di favorire il drenaggio delle acque. E’ inoltre consigliabile apportare, sempre sul fondo della buca, anche uno strato di letame maturo (qualora disponibile) oppure del compost maturo andrà bene lo stesso. La pianta deve essere posizionata con il suo pane di terra nel terreno ad un’altezza tale che il colletto (zona di passaggio fra il fusto e l’apparato radicale) sia di qualche centimetro al di sopra del piano di campagna; ciò è molto importante in quanto una profondità eccessiva potrebbe provocare asfissia alle radici mentre un interramento troppo superficiale lascerebbe le radici esposte all’aria.

La buca può essere quindi richiusa con il terreno di scavo, qualora sia friabile e bene sminuzzato, in modo da accostarsi perfettamente all’apparato radicale, evitando quindi la pericolosa formazione di sacche d’aria o acqua. Questo è un passaggio determinante ed importantissimo per la riuscita della piantagione; qualora il terreno presente in loco non sia idoneo (grosse zolle non frantumabili, molta ghiaia, etc...), è opportuno apportarne di migliore oppure miscelarlo (prima di usarlo per chiudere la buca) con terriccio universale o sabbia. Di fianco all’albero, nel lato opposto alla direzione del vento dominante, andrà posizionato un paletto tutore in legno scortecciato di pino o canna di bamboo’ che avrà il compito di sorreggere il fusto in presenza di vento, evitando quindi che venga sradicato e che cresca storto. Solitamente l’altezza del tutore deve essere pari al punto in cui inizierà ad aprirsi la chioma della pianta. Nella scelta dei materiali di legatura è importante optare per legacci in pvc morbido o in juta, resistenti ma svenevoli al tempo stesso in modo da evitare strozzature al fusto durante l’accrescimento. In alternativa, in commercio si trovano dei fermagli elastici dotati anche di distanziatore, utilissimo per evitare che la corteccia e il tutore sfreghino tra di loro danneggiando la corteccia della pianta. Si consiglia inoltre di controllare periodicamente la legatura per verificarne la tenuta ed evitare strozzature. Qualora non si sia apportato letame in fondo alla buca, sarà necessaria una leggera concimazione superficiale con circa 1-2 kg. di concime contenente azoto organico a lenta cessione (tipo “stallatico”) in modo che il nutrimento sia via via disponibile all’albero per tutta la stagione vegetativa. Ultima operazione è eseguire un’abbondante annaffiatura con circa 50/80 litri d’acqua avente lo scopo di fare accostare bene il terreno alle radici. 5. Cure colturali Dopo la messa a dimora della pianta, il lavoro non è finito, ma anzi incomincia. Per avere delle piante da frutto sane, rigogliose e capaci di regalarci tanta frutta, si rendono infatti necessarie tutta una serie di operazioni colturali che si devono ripetere ciclicamente e regolarmente ogni anno. 6. Potature Una volta completata la messa a dimora dell’albero, si passa ad eseguire la potatura “di formazione” (detta anche “di allevamento”) che verrà poi proseguita solamente per i primi 3/4 anni. Essa si prefigge diversi ed importanti obiettivi: • Formare lo scheletro della pianta da frutto della dimensione desiderata che supporti la produzione ma assecondando comunque il suo naturale portamento. • Veloce raggiungimento della fase di maturità, cioè della piena fruttificazione. • Permettere l’esecuzione da terra delle operazioni di potatura e raccolta. 

Agevolare la meccanizzazione delle cure colturali. Si possono generalmente distinguere due tipologie di allevamento: forme “in volume” e forme “appiattite”. Classica forma in volume è il vaso, la più usata e conosciuta per i piccoli frutteti a carattere familiare, che presenta tre o quattro branche principali inserite ad una certa altezza del tronco in una unica impalcatura. L’obiettivo generale è cercare di mantenere vuota la parte centrale della pianta togliendo i cosiddetti “succhioni” (rami verticali non produttivi), cercando di dare una forma sempre più verso l’esterno ai rimanenti ed avendo cura di lasciare i rametti piccoli che hanno gemme a fiore, gonfie e arrotondante. È sempre buona norma eliminare anche i rami che si intersecano tra loro e quelli che ombreggiano il tronco. Eliminare, infine, i rami spezzati a causa di traumi o gelate e i rami rovinati dalle malattie. Se il ramo tagliato o asportato è di grandi dimensioni, è opportuno proteggere la superficie del taglio con una pasta cicatrizzante. La palmetta è invece un esempio di forma appiattita dove tutte le branche principali sono orientate su di un unico verticale in modo da limitare lo sviluppo laterale della chioma. La tecnica della potatura è tuttavia molto vasta e complessa e quindi impossibile da schematizzare in poche righe. L’obiettivo di questi appunti è solamente quello di dare uno stimolo ad approfondire l’argomento su qualche guida illustrata o testo specializzato. 7. Trattamenti fitosanitari Alla caduta delle foglie è importante eseguire una corretta difesa fitosanitaria intervenendo con prodotti rameici (poltiglia bordolese), utili per cicatrizzare ferite, cancri rameali e gommosi e prevenire eventuali infezioni fungine primaverili. Un secondo intervento, della stessa tipologia, si renderà necessario durante l’inverno dopo avere eseguito la potatura od in presenza di piante con rami danneggiati dalla neve o dopo periodi particolarmente piovosi. Prima della fioritura, nella fase di bottoni rosa (gemme a fiore ingrossate), si consiglia un altro intervento con poltiglia bordolese, associata ad un insetticida in modo da prevenire numerose malattie, sia di natura fungina che dovute ad insetti. Si consiglia di operare sempre in giornate di sole, in assenza di vento e con scarsa probabilità di pioggia; qualora dovesse poi piovere dopo sole poche ore dall’intervento, è necessario ripetere il trattamento. Mentre gli interventi “al bruno”, compiuti cioè durante il riposo vegetativo dell’albero, si possono ritenere validi un po’ per tutte le specie, pomacee e drupacee, sui trattamenti tardo-primaverili ed estivi, è impossibile fornire delle linee guida generali in quanto ogni specie ha i suoi patogeni specifici ed epoche e modalità di intervento differenti. Sul nostro sito, nella sezione “I nostri consigli”, è possibile consultare e scaricare delle guide illustrate sulla gestione fitosanitaria delle diverse specie da frutto. Si raccomanda, in ogni caso, di evitare il fai-da-te e, in caso di dubbio, rivolgersi ad un consulente tecnico di zona. 

Per il frutteto a carattere familiare è sempre conveniente apportare letame ben maturo, concime organico azotato che migliora la struttura del terreno e consente di nutrire le piante in modo naturale e per tutta la stagione vegetativa; in assenza di letame, si può utilizzare come concime organico il pellettato bovino (stallatico). L’epoca ideale di concimazione è durante tutto l’inverno e comunque prima della ripresa vegetativa poiché l’azoto organico ivi contenuto, ha bisogno di diverso tempo e trasformazioni prima di essere disponibile ad essere assorbito dalla pianta. In presenza di piante di scarsa vigoria, terreni poveri, primavere molto piovose, si consiglia una seconda concimazione, ad aprile-maggio, con concime misto organico-minerale, a più pronto effetto, col il quale si apporta oltre all’azoto anche fosforo, potassio ed altri microelementi. Il concime va distribuito superficialmente attorno al tronco su una superficie corrispondente alla proiezione della chioma sul terreno, avendo cura di spargerlo in modo uniforme avendo cura di spargerlo in modo uniforme e di interrarlo leggermente nel terreno con una leggera zappettatura. Le dosi variano caso per caso in funzione dell’età e mole della pianta e del titolo del concime per cui non possono essere schematizzate e si consiglia di attenersi alle indicazione proposte nella confezione. Qualora il terreno si presenti compatto, prima di distribuire il concime, si consiglia di eseguire una leggera sarchiatura, utile anche alla rimozione delle malerbe e successivamente procedere ad una leggera innaffiatura, tutto ciò al fine di favorire l’accorpamento del concime nel terreno. 9. Irrigazioni Durante il periodo estivo spesso ci si gioca la sorte della pianta. E’ difatti fondamentale, soprattutto durante i primi anni di sviluppo dell’albero da frutto, essere metodici nel monitorare costantemente sul campo lo stato idrico dell’albero ed intervenire con adeguati interventi di irrigazione di soccorso. In linea del tutto generale, in assenza di piogge di una certa consistenza, si consiglia di intervenire ogni 10/15 giorni circa con almeno 50/100 litri per ogni pianta. Questa, ribadiamo, è solo un’indicazione molto di massima in quanto nel fabbisogno idrico di un albero concorrono tanti fattori, per esempio, tanto per citarne alcuni: tipo di pianta, tipo di terreno, temperatura, stadio vegetativo, etc... Solo lo spirito di osservazione, l’esperienza acquisita sul campo e un pò di buon senso, saranno in grado di indirizzarci verso una corretta gestione. In associazione all’irrigazione sono importantissime anche adeguate sarchiature (zappature) con le quali si ottengono tre importanti obiettivi: • Tenere pulito dalle malerbe il terreno ed evitare quindi la loro competizione. 

Interrompere il flusso di risalita dell’acqua per capillarità con conseguente evaporazione, riducendo quindi il fabbisogno idrico. • Facilitare l’assorbimento dell’acqua di irrigazione e ridurne gli sprechi per scorrimento, problema in particolare sentito nei terreni acclivi e argillosi che tendono a formare una crosta impermeabile. A tal proposito si consiglia di formare sempre attorno alla pianta, con il terreno circostante, la cosiddetta “tazza”, cioè una sorta di bacino capace di contenere una buona quantità di acqua. Se si possiede un piccolo frutteto organizzato in filari e si opta per la sarchiatura a pieno campo, è importante ricordare che le lavorazioni del terreno devono essere superficiali (10/15 cm) per evitare danneggiamenti agli apparati radicali. Qualora si decidesse invece per la tecnica dell’inerbimento, si consiglia di seminare tra le file delle foraggere leguminose (come ad esempio il trifoglio) o appositi miscugli, che non sottraggono elementi nutritivi alla pianta ma anzi, favoriscono la fissazione di azoto atmosferico nel terreno, migliorandolo nettamente e contrastando l’insediamento delle erbe infestanti. Anche scegliendo questa tecnica sarà comunque necessario mantenere, almeno per i primi 3/4 anni, attorno all’albero un’area di terreno zappettata e libera da malerbe. In alternativa si può ricorrere alla posa, attorno al tronco dell’albero, di dischi di pacciamatura biodegradabili in juta e fibra di cocco che, oltre a contenere l’infestazione delle malerbe, trattengono l’umidità e assicurano un’efficace barriera all’evaporazione dell’acqua. 10. Raccolta della frutta e conservazione Un accorgimento molto importante, spesso tralasciato o semplicemente sconosciuto, è il diradamento dei frutticini in maturazione. Se l’albero è molto carico di frutti, si corre il rischio di ottenere una ridotta pezzatura, una scarsa colorazione dell’epidermide e uno scadente sapore dei frutti. Dopo la cascola fisiologica, si esegue quindi il diradamento manuale cercando di lasciare sui rametti i frutti distanziati di circa 10/15 cm; in questo modo si ottengono frutti di pezzatura maggiore e dal gusto più saporito. Il periodo ottimale per la raccolta della frutta dipende dalla varietà e dalla destinazione d’uso del prodotto. La frutta che matura in piena estate deve essere raccolta pochi giorni prima della maturazione mentre, all’opposto, le varietà invernali devono essere raccolte il più tardivamente possibile per avere dei frutti più maturi e di maggiore pezzatura. E’ buona norma raccogliere durante delle belle giornate, senza vento o pioggia. I frutti devono essere staccati asciutti con il loro picciolo e riposti in cesti o panieri imbottiti, avendo cura di non ammaccarli. Durante le operazioni di raccolta è inoltre molto importante non danneggiare i rametti che portano i frutti. Ci sono infatti delle specie quali, ad esempio, il ciliegio, il melo ed il pero che fruttificano anche su dei delicati rametti di diversi anni (mazzetti di maggio e lamburde); romperli vorrebbe dire perdere parte della produzione per alcuni anni. 

La frutta si conserva bene in ambienti freschi, arieggiati e senza troppa umidità, facendo attenzione, durante i mesi invernali, ad eseguire controlli e cernite volte a togliere i frutti eventualmente marci. 11. Problematiche Tra i numerosi problemi che affliggono le piante da frutta, uno dei più lamentati è la mancanza di fruttificazione. Se l’albero non fruttifica, ci possono essere tanti motivi ma i più comuni sono: • L’albero è ancora in fase di giovanilità e non è entrato in produzione. • L’albero è vecchio, è in fase di senescenza e sta terminando il suo ciclo vitale. • In alcune specie (per esempio ciliegio e susino) ci sono delle varietà “autosterili” per cui in assenza di idonea cultivar impollinatrice, la fruttificazione sarà molto ridotta o nulla. • Spesso le gelate tardive possono danneggiare i fiori, i frutticini e tenere lontani gli insetti pronubi. • La pianta presenta sviluppo stentato ed ingiallimenti, segno evidente di poche o errate concimazioni, soprattutto nei terreni poveri. • Con interventi di potatura sbagliati si eliminano i rami a frutto oppure, se troppo drastiche, si ottiene un forte sviluppo vegetativo a discapito della fruttificazione. • Un eccesso di concimazione azotata, spesso associata a potature eccessive, provoca una forte vigoria, emissione di succhioni e di polloni, il tutto a discapito della differenziazione di gemme a fiore. Un altro problema, spesso ricorrente, è il mancato attecchimento o scarso sviluppo delle piante, dovuto a diversi errori tra i quali i più comuni sono: • Realizzazione di buche troppo strette e/o poco profonde, soprattutto in presenza di terreni argillosi, compatti e non drenanti. • Messa a dimora a eccessiva profondità. • Distribuzione di concimi chimici a diretto contatto con le radici, provocando ustioni a queste ultime. • Scarse o assenti cure colturali, soprattutto nei primi anni di vita (trattamenti fitosanitari, irrigazioni, potature e concimazioni). Nota: Questa guida è stata creata in proprio unendo nozioni scientifiche alla nostra esperienza pluriennale "in campo" e non vuole certamente avere la pretesa di essere un testo esaustivo della materia (peraltro di enorme vastità) ma solo un piccolo aiuto all’hobbista che si avvicina per la prima volta a questo settore. Siamo disponibili a raccogliere critiche ed eventuali suggerimenti per futuri apliamenti della guida.