OLIVICOLTURA E FRANTOIO

19. gen, 2017

Sfatiamo qualche mito. L'incremento della fertilità del terreno, dovuto al mantenimento di un cotico erboso, porta a un aumento della produttività. Molti i vantaggi dell'inerbimento, specie se accostati all'utilizzo della fertirrigazione in associazione alla distribuzione di rizobatteri

Quando si pensa all'inerbimento permanente, generalmente si intravede subito il lato più problematico, ovvero la competizione idrica tra l'erba e gli olivi. Finchè gli olivi sono in fase giovanile questa competizione può effettivamente portare a un ritardo nell'entrata in produzione ma raggiunta la piena maturità, i benefici sono certamente maggiori dei potenziali svantaggi.

L'utilizzo dell'inerbimento, ancorchè temporaneo, è molto diffuso in altre realtà olivicole importanti, come la Spagna. Dalla fine degli anni 1970 erano già 20 mila gli ettari olivetati non lavorati. Questo perchè il Ministero dell'olivicoltura iberico, già nel 1962, dimostrò l'efficienza della gestione dell'oliveto tramite inerbimento e diserbo, evidenziando aumenti della produttività e attenuazione dell'alternanza. 
In Spagna, su cultivar Manzanillo, è emerso, sulla base di sperimentazioni effettuate che a seguito di una copertura con leguminosa seminata e con erbe infestanti (inerbimento spontaneo) l’aumento dei contenuti di carbonio, azoto, fosforo e potassio è aumentato rispettivamente del 21, 27, 23 e 15% dopo un solo anno.

Da allora, in particolare dagli anni 2000, sono molte le prove scientifiche, anche in Italia, di come 
l'inerbimento giovi all'oliveto.

L’inerbimento ha il pregio di aumentare il livello di sostanza organica, tendenzialmente carente nella maggior parte dei contesti produttivi, la quale, oltre a rappresentare una riserva di elementi nutritivi, migliora la struttura del terreno, con un aumento della porosità, del contenuto di aria e della capacità di ritenzione idrica. Sotto il profilo nutrizionale si deve considerare come gli acidi organici e altre sostanze emesse dalle radici delle essenze che compongono il cotico erboso migliorino la disponibilità e l’assorbimento di molti elementi minerali, in quanto dotati di azione chelante e complessante. Per questo motivo, nella realtà pratica capita sovente di osservare il superamento di fenomeni di carenza grazie al semplice passaggio dalla lavorazione al mantenimento del cotico erboso, il quale permette anche una più rapida traslocazione in profondità di elementi minerali quali fosforo e potassio, trattenuti dal potere assorbente del terreno.

E' quindi falso che l'inerbimento impoverisca l'oliveto, semmai il contrario.

Occorre, però, prestare alcune cautele e attenzioni. La concimazione dell'oliveto inerbito può essere effettuato solo mediante distribuzione superficiale. Allo scopo è necessario tenere presente, in particolare per fosforo e potassio, la necessità di anticipare la concimazione già a dicembre, onde lasciare il tempo alla flora spontanea di assorbire e traslocare gli elementi in profondità. E' utile ricordare, a tal fine, che rispetto a un suolo lavorato le radici dell'olivo risalgono molto più in superficie, assicurando una maggiore copertura e riducendo le perdite di fertilizzante.

E' vero, a fronte di un clima che cambia, che vi possono essere stagioni molto siccitose, durante le quali la competizione idrica tra inerbimento e olivo può portare da riduzioni produttive. E' anche vero, però, che il cambiamento del clima provoca, con maggiore frequenza, fenomeni estremi, le cosiddette bombe d'acqua, e che l'inerbimento può proteggere il suolo agrario dall'erosione. 
Molto importante è anche l’aumento della portanza del terreno indotta dalla presenza del cotico erboso, la quale consente l’ingresso delle macchine nell'oliveto anche col terreno bagnato, in particolare durante il periodo di raccolta, senza che si verifichino dannosi fenomeni di calpestamento e compattazione.

Inerbimento, infine, non significa l'abbandono di pratiche agronomiche innovative per incrementare la produttività. Sempre in Spagna hanno sperimentato l'utilizzo di rizobatteri, distribuiti durante la fertirrigazione. In particolare è stato distribuito Bacillus polymyxa e un ceppo di lievito Saccharomyces cereivisea in aggiunta alla fertilizzazione standard aziendale. E' stata anche predisposta una tesi con il dimezzamento dei nutrienti. Il trattamento è stato effettuato a cadenza quindicinale, nella misura di 50 ml ad albero, dal 1 febbraio fino a fine giugno. E' stato riscontrato un aumento della densità delle foglie, dell'area fogliare e del numero di infiorescenze. E' stato inoltre riscontrato un aumento del contenuto in olio delle olive. Benefici, aumento della dimensione del frutto e del nocciolo, del peso del frutto e del rapporto polpa/nocciolo, anche nel caso del regime nutrizionale ridotto. 
E' quindi falso che l'inerbimento sia una pratica agronomica facile e poco costosa. La gestione di un inerbimento temporaneo tramite diserbanti, pratica in uso in Spagna, è infatti facile ed economica ma potrebbe avere ripercussioni negativi, in termini di biodiversità dei micorganismi del suolo, con conseguenza negative sulla fertilità nel lungo termine. Lo sfalcio, poi, non è più economico di una lavorazione classica del terreno. 
In conclusione è possibile affermare che l'inerbimento risulta una pratica agronomica fortemente consigliata per l'olivicoltura del Terzo Millennio ma va gestita adeguatamente, ovvero tenendo conto dei fenomeni di mediazione del cotico erboso rispetto a disponibilità di elementi minerali e acqua.

19. gen, 2017

Si scrutano i frutti con preoccupazione ma, prima di effettuare il trattamento, è bene sincerarsi della patologia. Varie cause possono provocare segni sulle olive

In realtà i segni sulle olive possono avere varie cause e imparare a distinguere le cause è necessario per evitare inutili allarmismi.

I danni da grandine

Purtroppo l'estate non è stata affatto dappertutto calda ma innocua. In alcune aree si sono verificati forti temporali, con venti sferzanti e anche grandine. Le olive possono così risultare picchiettate, in modo disomogeneo, di graffi e segni che, col tempo tendono a imbrunire. Tali lesioni possono interessare solo l'epidermide dell'oliva, la buccia, ma anche strati di polpa. I sintomi sono caratteristici. Anche se non ci si è accorti di eventi meteorologici straordinari, tagliando l'oliva, con un coltellino si noterà che l'imbrunimento dei tessuti è localizzato solo laddove l'oliva ha ricevuto la botta e che il tessuto, oltre a essere scuro, è molle.
Il danno da vento o grandine porta spesso con sé una forte perdita produttiva che a volte non si manifesta nelle ore immediatamente successive all'evento ma anche a distanza di giorni. L'oliva danneggiata, infatti, spesso è molto debole, con bassa forza di resistenza al distacco ed è sufficiente urtare accidentalmente un ramo per provocare la caduta di numerose drupe.
In questi casi, per chi ha stipulato una polizza antigrandine, è bene far verificare il danno a distanza di qualche giorno dall'evento, cosicchè si possa manifestare in tutta la sua interezza.
Può certamente essere utile, ed è consigliato, un trattamento rameico onde prevenire che sulle ferite possano insediarsi funghi o batteri.

La lebbra dell'olivo

E' una patologia fungina a cui, specie nel centro-nord, ci si era disabituati. I cambiamenti climatici in corso e l'abbandono sempre più frequente delle campagna stanno causando una recrudescenza della malattia anche dove si pensava di averla eradicata o dove era considerata minore e di scarsa importanza.
L'oliva colpita da lebbra è facilmente riconoscibile perchè sul frutto è presente macchie di color nocciola e poi necrosi, di forma semicircolare, che tendono a deprimersi verso il centro. Di solito è presente una sola machia per ogni oliva, macchia che tende a espandersi col tempo. L'oliva può cadere oppure può restare sulla pianta fino all'inverno, dando luogo alle cosiddette mummie, ovvero olive mummificate. A occhio inesperto l'attacco di lebbra può anche sembrare il danno provocato dall'ultimo stadio della mosca delle olive. Spesso infatti, nella zona di impupamento, il tessuto, fin sull'epidermide tende al color rossastro-brunaceo. Anche in questo caso basterà, con un coltellino, tagliare l'oliva in prossimità della ferita per sincerarsi della natura della patologia. In caso di attacco di lebbra, il tessuto sottostante alla necrosi si presenta asciutto, come disidratato, con ampie cavità.
La lebbra si può contenere con interventi rameici in autunno-inverno e in primavera. E' anche possibile utilizzare fungicidi, a base di Mancozeb, Tebuconazolo e Trifloxistrobina.

Cimici o insetti con apparato succhiante

Si tratta di fenomeni rari ma, specie in stagioni o aree siccitose, può capitare che alcune cimici o altri insetti con apparato succhiante possano colpire le olive, anche in maniera massiccia. 
Senza un binoculare o una lente a forte ingrandimento può risultare ostico distinguere, solo sulla base di un'esame superficiale, se si tratta di puntura di oliva o di apparato succhiante. Vero è che la puntura di mosca delle olive, di solito, presenta una forma triangolare, mentre quelle di questi insetti è tondeggiante ma, per togliersi ogni dubbio, è necessario, ancora una volta tagliare sottilmente l'oliva in prossimità del segno. Nel caso di mosca delle olive si noterà una piccola cavità, dove può venir deposto l'uovo, mentre nel caso di attacco di cimici solo l'imbrunimento del tessuto, che si presenterà generalmente molle. Un danno più simile a quello da grandine o ferita. 
In generale la lotta contro questi insetti non è mai necessaria ma, nel caso di alte popolazioni, può essere utile intervenire con prodotti repellenti o di copertura, come il rame, per rendere meno appetibile l'oliva.

Mosca delle olive

Già dai prossimi giorni e fino all'imminenza della raccolta, per controllare la presenza di mosca delle olive, è necessario effettuare, anche in proprio, un campionamento casuale di 100 olive nell'oliveto e quindi far esaminare il campione da tecnici che potranno verificare la presenza, e relativa percentuale, di infestazione attiva. 
Spesso le associazioni emettono bollettini fitosanitari in giornate prestabilite, alcune offrendo anche servizi di allerta mediate sms o mail. 
Sebbene il bollettino sia un valido ausilio è comunque bene comunque far verificare prontamente un campione delle proprie olive dai tecnici per verificare il superamento della soglia di intervento prima di effettuare il trattamento. Una precauzione che non costa nulla ma che può essere molto utile per intervenire nel momento più opportuno, ovvero sulle forme larvali (uovo, larva di I e II età), più sensibili agli effetti dei fitofarmaci a base di dimetoato, fosmet o imidacloprid.

 

19. gen, 2017

Che si tratti di agricoltura biologica o convenzionale, le revisioni normative sulle molecole utilizzabili in agricoltura impongono di cercare nuovi formulati. Le risposte della ricerca

Il dimetoato è stato, ormai da qualche mese, stato posto sotto osservazione da parte dell’Unione europea.
Dopo che già molti fosforganici sono stati banditi, c’è da chiedersi quando, e non se, anche i dimetoato subirà la stessa sorte.

In agricoltura biologica azadiractina e in particolare rotenone sono oggetto di aspre discussioni. Questi due principi attivi sono infatti sì naturali, in quanto estratti da piante, ma non sarebbero affatto innocui.
Recenti studi, compreso quelli di cui daremo conto, accertano infatti che danneggiano in maniera considerevole l’entomofauna presente nell’ecosistema e hanno tempi di carenza piuttosto lunghi.

I principi attivi che, fino ad oggi, tanto nell’agricoltura convenzionale quanto in quella biologica, hanno mostrato ottima efficacia sono sotto processo.
In attesa dell’esito è bene però che vengano forniti agli olivicoltori nuove prospettive e possibilità per contrastare la mosca delle olive.

E’ quanto ha fatto il Cra Oli di Rende e in particolare Nino Iannotta in due studi nell’ambito del progetto Comsiol.

In agricoltura convenzionale la ricerca si fonda sull’esperienza e sui rilievi di un anno, il 2007, che in Calabria ha presentato moderati attacchi e infestazioni.
Il principio attivo candidato a sostituire il dimetoato è l’imidacloprid, non ancora registrato per l’olivo.
Il nuovo prodotto è riuscito efficacemente a contenere l’infestazione, con risultati qualitativi sull’olio assai soddisfacenti. 
Confrontata con la tesi controllo (non trattata) l’acidità è stata la metà (0,35 contro 0,79) e si rileva anche una significativa riduzione del numero di perossidi (12,4 contro 18,5). 
Sebbene non sufficienti, questi dati preliminari sono incoraggianti e sicuramente l’efficacia dell’imidacloprid nella lotta contro la mosca delle olive è da approfondire.

Se per l’agricoltura convenzionale la prospettiva è sinora limitata a una sola possibilità, per l’agricoltura biologica i due anni a cui si riferiscono le ricerche del gruppo del Cra Oli, 2005 e 2007, consentono qualche considerazione in più, anche perché sono state presi in esame più principi attivi.
In particolare nel 2005 hanno mostrato buona efficacia d’azione il rame, la propoli e il caolino, in particolare quest’ultimo ha fornito i migliori risultati.
Nel 2007 non sono state purtroppo più replicate le esperienze con propoli e rame, è stato ripetuto il caolino e sperimentato il principio attivo ottenuto da Beauveria bassiana.
Ancora una volta il caolino ha mostrato la migliore efficacia d’azione, con un dato analitico dell’acidità di 0,28 al 20 di novembre, contro lo 0,42 della tesi trattata con l’estratto di Beauveria bassiana e l’identico risultato per la tesi controllo.
Nonostante qualche preconcetto sugli oli ottenuti da olive trattate con caolino, che in altri casi hanno manifestato il difetto di terra, in queste prove l’esame organolettico non ha evidenziato problemi, segno evidente che tempi e dosi d’impiego del prodotto e cura nel lavaggio delle olive in frantoio possono escludere una presenza rilevabile di residui nell’olio.
In conclusione, escludendo sistemi di controllo della mosca a livello territoriale, qual è il mass trapping, è il caolino che, al momento, si candida quale principio attivo, anche se è classificato come biostimolante, atto a sostituire rotenone e azadiractina.

Descrizione principi attivi

Imidacloprid un insetticida della classe dei cloronicotinici neonicotinoidi. È un composto strutturalmente simile alla nicotina. E’ un inibitore irreversibile del recettore nicotinico dell'Acetilcolina degli insetti. E’ considerato uno dei più diffusi insetticidi di nuova generazione per l’ampio spettro di azione sugli insetti. 

Beauveria bassiana si tratta di un fungo le cui spore vengono utilizzate come principio attivo insetticida. Le spore del fungo, a contatto con l’insetto, germinano penetrando attraverso la cuticola, tra le zone della testa e dei segmenti toracici, mediante una combinazione di azioni meccaniche ed enzimatiche. Lo sviluppo successivo del fungo all’interno dell’insetto, accompagnato da produzione di tossine e da perdita d’acqua e nutrienti, ne determina la morte solitamente nel giro di 3-5 giorni.

Caolino è una roccia costituita prevalentemente da caolinite, un minerale silicatico delle argille. Il caolino ha un aspetto terroso e piuttosto tenero, solitamente bianco, anche se talvolta assume colorazioni arancio o rossicce per la presenza di ossidi di ferro. Le formulazioni commerciali consentono una buona sospensione del prodotto in acqua, così da consentire una distribuzione uniforme. Agisce come una barriera, un repellente contro l’ovideposizione. 

19. gen, 2017

I parassitoidi e gli entomopatogeni della tignola dell'olivo si avvantaggiano della ricchezza ecologica dell'inerbimento del suolo. Per ottenere l'effetto di contenimento di Prays oleae occorrono alcuni anni

L'inerbimento dell'oliveto ha funzioni ecologiche molto importanti, nel contrasto all'erosione del suolo, nel mantenimento o incremento della sostanza organica e, più generalmente, nel miglioramento della fertilità del terreno.

Ora scopriamo che gli effetti dell'inerbimento possono interessare anche il controllo di alcune patologie dell'ecosistema oliveto, tra cui la tignola dell'olivo (Prays oleae).

Due studi portoghesi arrivano allo stesso risultato, anche se da due punti di vista diversi. Il primo esamina i parassitoidi e il secondo gli entomopatogeni. Insomma insetti e funghi possono venire in aiuto contro la tignola.

Entrambi gli studi si riferiscono alla generazione più pericolosa di Pray oleae, ovvero quella antofaga.

I principali parassitoidi rilevati nel nord-est del Portogallo della tignola sono le falene (Ageniaspis fuscicollis e Elasminae flabellatus). Se non vi è un effetto del tipo di gestione del suolo sul tasso di natalità di Pray oleae, lo stesso non vale per il tasso di parassitismo, molto più elevato nei terreni inerbiti che non in quelli lavorati e in cui si utilizzavano erbicidi. Sebbene vi sia una alternanza in base all'anno di prova, probabilmente in ragione dell'andamento climatico e dello sviluppo dei parassitoidi, è evidente che la ricchezza dell'entomofauna può influenzare significativamente il tassi di parassitismo a carico di Pray oleae.

Ugualmente interessante è lo studio sugli entomopatogeni, ovvero i funghi che possono aggredire la tignola dell'olivo dall'interno, causandone la morte.

I ricercatori portoghesi, nello loro prove in campo, hanno isolato ben 120 funghi che possono attaccare tignola, appartenenti a otto differenti specie. Le specie più abbondanti sono Beauveria bassiana (60%), Cladosporioides cladosporium (18%) e Oxysporum cladosporium (14%). Negli oliveti inerbiti (no-tillage) sono stati ritrovati più funghi in totale (indicenza 2,7% contro il 2,3% del suolo lavorato), un maggior numero di specie fungine entomopatogene (7 specie contro le 4 del suolo lavorato) e una maggiore abbondanza anche di differenti funghi (65 isolati contro 55 del terreno coltivato). I risultati suggeriscono che l'inerbimento dell'oliveto con vegetazione naturale, ovvero l'inerbimento spontaneo, possa presentare le condizioni più adatte per aumentare le probabilità che Pray oleae possa venire infettata da un fungo entomopatogeno. In particolare la copertura vegetale può diventare un serbatoio naturale per le specie fungine.

17. gen, 2017

In particolare con la fertirrigazione, è necessario intervenire per tempo e con le giuste dosi. Le formule di concimazione sono variabili durante la stagione e attenzione anche alla fertilità residua. Un eccesso si ripercuote sulla qualità dell'olio

L'azoto è uno dei principali fattori nutrizionali che influenzano la crescita delle piante, e di solito è l'elemento di cui è necessaria la maggiore quantità dal momento che l'azoto si perde facilmente attraverso la lisciviazione, volatilizzazione, e altri processi.

Le dosi che normalmente vengono utilizzate in campo annualmente variano da 80 a 200 Kg, un apporto che spesso viene dato ogni anno, anche senza necessità.

Da uno studio spagnolo infatti risulta che alla fine del periodo vegetativo rimangano nel terreno quantità di azoto pari anche a 160 kg/ha. Si tratta di quantità residue che fanno pensare a una concimazione sovrabbondante che può avere effetti negativi sia sulla produttività sia sulla qualità dell'olio.

E' noto infatti che un eccesso d'azoto porta a uno stimolo vegetativo eccessivo, a scapito della produzione.

Inoltre eccessi azotati fanno anche male all'ambiente, in particolare se gli elementi minerali vengono distribuiti per fertirrigazione. Una sperimentazione ha infatti portato a verificare che concimazioni con dosi di 600 g/pianta, certamente eccessive, portano ad avere perdite per lisciviazione già a 80-90 centimetri di profondità.

Come non bastasse, a fronte di un contenuto in olio inalterato, la qualità viene a cadere, in particolare per quanto riguarda il contenuto di polifenoli totali, il grado d'amaro, la stabilità ossidativa e la relazione di monoinsaturi / acidi grassi polinsaturi.

E' infine da considerare che nelle regioni settentrionali del Mediterraneo, gli olivi possono andare in stress più facilmente durante l'estate e un inverno freddo se è stata eseguita una concimazione d'azoto sovrabbondante in inverno o in primavera.

Pertanto, per aumentare la crescita vegetativa, sfruttare il potenziale produttivo e meglio ambientare le piante giovani per l'inverno, in modo da evitare la crescita nel tardo autunno, occorre definire le modalità di fertirrigazione più corrette.

Una sperimentazione nel centro Italia dal Dott. Lodolini e dall'Università delle Marche ha identificato le migliori formule di concimazione in ragione della stagione di crescita e della fase fenologica.

Il rapporto dei nutrienti variava da 50:1:10 alla rottura gemme a frutto, fino a 2.5:1:10 al momento dell'invaiatura. Le dosi di azoto applicate, su piante di quattro anni, è variato dai 60 ai 120 grammi.

E' così stato dimostrato che la fertirrigazione, alla dose massima indicata, aumenta la produzione media di frutti per albero, senza diminuire il peso unitario delle olive.

Inoltre, la fertirrigazione migliora lo stato nutrizionale delle piante, aumentando la disponibilità di N, P e K durante le critiche fasi fenologiche (piena fioritura e allegagione), evitando di avere un eccesso di nutrienti nelle foglie, col rischio di squilibri nutrizionali.

Una fertirrigazione ben programmata, inoltre, ha favorito l'acclimatazione delle piante prima dell'inverno.